“RITRATTO DELL’INVESTIGATORE DA PICCOLO” (TEA) – La parte di Marco Vichi

Ritratto dell’investigatore da piccolo” (TEA)

A cura di Massimo Cassani

IN LIBRERIA DAL 23 FEBBRAIO

Con racconti di Erica Arosio e Giorgio Maimone, Massimo Cassani, Elda Lanza, Hans Tuzzi, Marco Vichi.

Ritratto dell'investigatore da piccolo
Ritratto dell’investigatore da piccolo

Cinque scrittori (più uno) noti per i loro romanzi gialli e noir (ma non solo) dalla cui penna sono usciti personaggi seriali amati dal pubblico e ora raccontati nella loro dimensione infantile, prima che tutto cominciasse.

Greta e Marlon (Arosio&Maimone), Micuzzi (Cassani) Gilardi (Lanza), Melis (Tuzzi), Bordelli (Vichi): quali sono stati gli episodi che hanno plasmato i loro caratteri e la loro formazione umana che forse hanno influenzato il loro mestiere da grandi? Avvocati, investigatori privati, commissari, vicequestori fotografati in una veste insolita per i lettori. Che cosa c’è di loro, da adulti, già presente quando erano piccoli? Lo si scoprirà in questo viaggio nel passato, in un’Italia lontana da quella di oggi, ma ben presente nella memoria o nell’immaginario degli autori.

 

 

 

Il segreto di Ermelinda

di Marco Vichi

È il 1919, Franco Bordelli ha nove anni. All’ultimo piano del palazzo dove abita con i genitori, vive una vecchia zitella di novant’anni. I due stringono una singolare amicizia, finché un giorno Ermelinda annuncia che sta per lasciare questo mondo, consegna al piccolo addoloratissimo Franco uno scrigno e gli dice di aprirlo soltanto dopo che lei sarà morta. Ermelinda si toglie la vita quella notte stessa. Bordelli apre lo scrigno e trova le istruzioni di Ermelinda, che eseguirà con convinzione, dissotterrando senza saperlo un’antica storia familiare seppellita dal tempo.

Marco Vichi
Marco Vichi

Marco Vichi è nato nel 1957 a Firenze e vive nel Chianti. Presso Guanda ha pubblicato i romanzi: L’inquilino, Donne donne, Il brigante, Nero di luna, Un tipo tranquillo, La vendetta, Il contratto, La sfida, Il console; le raccolte di racconti Perché dollari?, Buio d’amore, Racconti neri; la serie dedicata al commissario Bordelli: Il commissario Bordelli, Una brutta faccenda, Il nuovo venuto, Morte a Firenze, La forza del destino, Fantasmi del passato; la graphic novel Morto due volte, con Werther Dell’Edera, e la favola Il coraggio del cinghialino. Ha inoltre curato le antologie Città in nero, Delitti in provincia, È tutta una follia, Un inverno color noir, Scritto nella memoria. Ha pubblicato altri romanzi e racconti con Salani, Mondadori, Einaudi e molti altri editori. Il suo sito internet è www.marcovichi.it.

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“Ritratto dell’investigatore da piccolo” (TEA) – La parte di Hans Tuzzi

Ritratto dell’investigatore da piccolo” (TEA)

A cura di Massimo Cassani

IN LIBRERIA DAL 23 FEBBRAIO

Con racconti di Erica Arosio e Giorgio Maimone, Massimo Cassani, Elda Lanza, Hans Tuzzi, Marco Vichi.

Ritratto dell'investigatore da piccolo
Ritratto dell’investigatore da piccolo

Cinque scrittori (più uno) noti per i loro romanzi gialli e noir (ma non solo) dalla cui penna sono usciti personaggi seriali amati dal pubblico e ora raccontati nella loro dimensione infantile, prima che tutto cominciasse.

Greta e Marlon (Arosio&Maimone), Micuzzi (Cassani) Gilardi (Lanza), Melis (Tuzzi), Bordelli (Vichi): quali sono stati gli episodi che hanno plasmato i loro caratteri e la loro formazione umana che forse hanno influenzato il loro mestiere da grandi? Avvocati, investigatori privati, commissari, vicequestori fotografati in una veste insolita per i lettori. Che cosa c’è di loro, da adulti, già presente quando erano piccoli? Lo si scoprirà in questo viaggio nel passato, in un’Italia lontana da quella di oggi, ma ben presente nella memoria o nell’immaginario degli autori.

 

 

 

Il fico egoista

di Hans Tuzzi

Liguria, giugno 1951. Il piccolo Norberto Melis è ospite nella villa del nonno, a Nervi, dopo aver bruscamente interrotto in anticipo l’anno scolastico. Perché? Nel giardino che ai suoi occhi è quasi una magica giungla, seguendo l’istinto, affidandosi alla particolare, discrepante logica del pensiero infantile, Norberto intuisce che a questa decisione non è estraneo l’arrivo a scuola dei carabinieri. Certo, non erano venuti per lui ma per il suo amico Francesco, e per accompagnarlo dalla nonna, nulla più. Eppure… E poi, perché un altro carabiniere, piccolo e grasso, viene a trovare il nonno? E perché il vecchio Aly, che sta al nonno come Kammamuri sta a Yanez, fra una deliziosa limonata e una fiaba che narra di luoghi lontani, elude abilmente ogni domanda?

Così, nella sua obliqua ricerca della verità, Norberto capisce che anche gli adulti dicono le bugie, se pure a fin di bene. E che in quel mare uguale a una lastra d’acciaio non fanno naufragio soltanto le navi, ma anche i sogni, l’innocenza, l’infanzia.

Hans Tuzzi
Hans Tuzzi

Hans Tuzzi, autore di saggi di storia del libro e di apprezzati romanzi (Vanagloria; Morte di un magnate americano; Il Trio dell’arciduca, Il sesto Faraone) è noto al pubblico per il ciclo di romanzi polizieschi che hanno a principale protagonista il vicequestore Norberto Melis, editi da Bollati Boringhieri.  Il nuovo romanzo con Melis è atteso per marzo 2017.

“Ritratto di investigatore da piccolo” (TEA)/La parte di Elda Lanza

Ritratto dell’investigatore da piccolo” (TEA)

A cura di Massimo Cassani

IN LIBRERIA DAL 23 FEBBRAIO

Con racconti di Erica Arosio e Giorgio Maimone, Massimo Cassani, Elda Lanza, Hans Tuzzi, Marco Vichi.

Ritratto dell'investigatore da piccolo
Ritratto dell’investigatore da piccolo

Cinque scrittori (più uno) noti per i loro romanzi gialli e noir (ma non solo) dalla cui penna sono usciti personaggi seriali amati dal pubblico e ora raccontati nella loro dimensione infantile, prima che tutto cominciasse.

Greta e Marlon (Arosio&Maimone), Micuzzi (Cassani) Gilardi (Lanza), Melis (Tuzzi), Bordelli (Vichi): quali sono stati gli episodi che hanno plasmato i loro caratteri e la loro formazione umana che forse hanno influenzato il loro mestiere da grandi? Avvocati, investigatori privati, commissari, vicequestori fotografati in una veste insolita per i lettori. Che cosa c’è di loro, da adulti, già presente quando erano piccoli? Lo si scoprirà in questo viaggio nel passato, in un’Italia lontana da quella di oggi, ma ben presente nella memoria o nell’immaginario degli autori.

 

 

 

Il mio nome è Massimo

di Elda Lanza

Max Gilardi, intervistato da Elda Lanza, racconta la propria infanzia, il passaggio dalle scuole elementari al liceo. I compagni, i “buoni” e i “cattivi”- personalità diverse, difficili da riconoscere. E la famiglia, nel contrasto di due amori inconciliabili: una madre debole e molto amata e un padre giudice e despota. Ferite che gli faranno scegliere la fuga, da adulto, verso una faticosa carriera di commissario, e che infine lo riporteranno a casa, a Napoli, e riprendere la professione di avvocato. Dirà di sé: “Sono un avvocato impiccione”. Perché l’indagine, l’analisi, l’ossessiva ricerca della verità sono dall’infanzia il principio che lo stuzzica. Come Ulisse, è il ritorno a casa la ragione di quel ritorno a Napoli. Di quella ritrovata amicizia dell’infanzia, che si consolida nella maturità e nei ricordi. Giacomo è il suo compagno di banco, il ragazzo che veniva dalla costa dei pescatori in quella scuola di lusso per raccomandazione di una zia badessa. Lui, il figlio del giudice del tribunale di Napoli. La loro amicizia nasce nel momento in cui si stringono la mano in quel primo banco dove trascorreranno insieme l’intero anno scolastico: “Mi chiamo Massimo”. “Si’, lo so chi sei…”. Massimo aiuterà il nuovo amico nei compiti. Ma anche a non confondere onestà, timori e pregiudizi. Con lui riuscirà a smascherare una ragazzata finita male. “Tu sei ancora amico mio?” “Si’, naturalmente”. “Allora anch’io”. Un patto che li riavvicinerà – uno avvocato e l’altro investigatore – in una comune sfida che continua negli anni e che si rafforza alternando professione e vita privata, amori seri e ragazzate. Sempre uno accanto all’altro, sempre uno per l’altro, pronti a giocarsi la vita. Forse l’amicizia ha bisogno di questo: una stretta di mano. Io mi chiamo Massimo.

Elda Lanza

Nota al pubblico per essere stata la prima conduttrice Rai, per oltre vent’anni – è autrice di saggi (I riti della comunicazione, Sperling; Signori si diventa, Mondadori; La tavola, De Agostini) e di romanzi (Una pazza voglia d’amore, Sperling; Una donna imperfetta, Mondadori, Una stagione incerta, Marsilio – premio Minturno).

Dopo una lunga parentesi dedicata alla comunicazione d’impresa e alla storia del costume – che ha insegnato anche all’Accademia di Belle Arti di Osaka – è tornata al romanzo, questa volta tinto di giallo, con protagonista l’avvocato napoletano Max Gilardi: Niente lacrime per la signorina Olga, Il matto affogato, Il venditore di cappelli e La bambina che non sapeva piangere.(editi da Salani). La cliente sconosciuta è il primo romanzo tratto dai casi dell’avvocato Gilardi (sempre per Salani). Per Vallardi, invece, è il libro dal titolo Il tovagliolo va a sinistra.

L’ultima sua fatica letteraria è il romanzo dal titolo “Imparerò il tuo nome” (Ponte alle Grazie)

Elda Lanza
Elda Lanza

 

“Ritratto dell’investigatore da piccolo”/La parte di Massimo Cassani

Ritratto dell’investigatore da piccolo” (TEA)

A cura di Massimo Cassani

IN LIBRERIA DAL 23 FEBBRAIO

Con racconti di Erica Arosio e Giorgio Maimone, Massimo Cassani, Elda Lanza, Hans Tuzzi, Marco Vichi.

Ritratto dell'investigatore da piccolo
Ritratto dell’investigatore da piccolo

Cinque scrittori (più uno) noti per i loro romanzi gialli e noir (ma non solo) dalla cui penna sono usciti personaggi seriali amati dal pubblico e ora raccontati nella loro dimensione infantile, prima che tutto cominciasse.

Greta e Marlon (Arosio&Maimone), Micuzzi (Cassani) Gilardi (Lanza), Melis (Tuzzi), Bordelli (Vichi): quali sono stati gli episodi che hanno plasmato i loro caratteri e la loro formazione umana che forse hanno influenzato il loro mestiere da grandi? Avvocati, investigatori privati, commissari, vicequestori fotografati in una veste insolita per i lettori. Che cosa c’è di loro, da adulti, già presente quando erano piccoli? Lo si scoprirà in questo viaggio nel passato, in un’Italia lontana da quella di oggi, ma ben presente nella memoria o nell’immaginario degli autori.

 

 

 

Il libraio

di Massimo Cassani

Pasqua 1976, mentre la primavera sta facendo sentire il suo profumo anche nella case di Milano, al piccolo amico di Sandrino Micuzzi – futuro commissario di Polizia – muore lo zio preferito: stava leggendo una rivista immerso nell’acqua della vasca da bagno. La moglie sentenzia che la colpa del decesso è proprio in quella lettura “proibita” e il bambino – rampollo di una ricca famiglia di costruttori e colpito da un mistero di cui non sa darsi spiegazione – ruba la rivista per esaminarla insieme al Sandrino, suo compagno di villeggiatura nella casa colonica alle pendici delle Prealpi. E’ forse questa la prima indagine del commissario Micuzzi, già allora stralunato sognatore e innamorato delle storie di Jules Verne, poi sostituite da adulto dagli amati Urania. Ma la fantasiosa e rocambolesca inchiesta dei due bambini, svolta proprio nella bella casa immersa nel verde lontano da Milano, incontra più di una difficoltà. Il mistero verrà risolto trent’anni dopo rivelando una di quelle verità che non rendono felici.

 

Massimo Cassani
Massimo Cassani

Massimo Cassani, giornalista e scrittore, è autore della serie di romanzi con protagonista il commissario Micuzzi (Sottrotraccia, Pioggia battente, Zona franca e Soltanto silenzio) editi da TEA.

Per l’editore Laurana ha pubblicato Un po’ più lontano (dedicato ai temi della solitudine e dell’agnizione di identità), Mistero sul lago nero (un divertisment che ricalca in chiave umoristica gli stilemi del genere hard boiled) e ha partecipato con un racconto autobiografico al volume collettaneo La formazione dello scrittore insieme a – fra gli altri – Tullio Avoledo, Raul Montanari, Giulio Mozzi e Alessandro Zaccuri.

Per il 2017 è prevista la pubblicazione di una guida pratica dedicata ai principi utili allo sviluppo narrativo di storie a partire da un’idea di base.

Collabora con la Bottega di narrazione – Scuola di scrittura creativa di Laurana, diretta da Giulio Mozzi  con Gabriele Dadati.

 

IN LIBRERIA DAL 23 FEBBRAIO

“Ritratto dell’investigatore da piccolo” – La parte di Arosio&Maimone

“Ritratto dell’investigatore da piccolo” (TEA)

A cura di Massimo Cassani

IN LIBRERIA DAL 23 FEBBRAIO

Con racconti di Erica Arosio e Giorgio Maimone, Massimo Cassani, Elda Lanza, Hans Tuzzi, Marco Vichi.

 

Ritratto dell'investigatore da piccolo
Ritratto dell’investigatore da piccolo

Cinque scrittori (più uno) noti per i loro romanzi gialli e noir (ma non solo) dalla cui penna sono usciti personaggi seriali amati dal pubblico e ora raccontati nella loro dimensione infantile, prima che tutto cominciasse.

Greta e Marlon (Arosio&Maimone), Micuzzi (Cassani) Gilardi (Lanza), Melis (Tuzzi), Bordelli (Vichi): quali sono stati gli episodi che hanno plasmato i loro caratteri e la loro formazione umana che forse hanno influenzato il loro mestiere da grandi? Avvocati, investigatori privati, commissari, vicequestori fotografati in una veste insolita per i lettori. Che cosa c’è di loro, da adulti, già presente quando erano piccoli? Lo si scoprirà in questo viaggio nel passato, in un’Italia lontana da quella di oggi, ma ben presente nella memoria o nell’immaginario degli autori…

 

 

 

Autarchia

di Erica Arosio e Giorgio Maimone

Milano, giugno 1936. L’Italia è al duecentesimo giorno delle sanzioni economiche per l’avventura africana, il Duce invoca l’Autarchia e gli italiani bevono cicoria al posto del caffè, mentre il Fascismo vara provvedimenti populisti. Una bambina dai capelli rossi e la sua governante assistono in via Laghetto al brutale omicidio di un uomo per mano (e coltello) di una giovane donna. Un bel ragazzo di 16 anni che sogna di fare il pugile si mette in mezzo e le salva dalla furia dell’assassina. I giornali e la polizia inseguono un fantomatico anarchico. L’improvvisato, ma assai determinato terzetto, non si rassegna al gioco delle tre verità e sfida il potere alla ricerca dell’unica vera. E’ l’inizio di due carriere contro il crimine: quella del futuro avvocato Greta Morandi, e dell’investigatore Mario Longoni, detto Marlon.

 

Erica Arosio e Giorgio Maimone
Giorgio Maimone e Erica Arosio

 

 

 

 

 

 

 

Erica Arosio e Giorgio Maimone, dopo una vita passata a scrivere per mestiere (lui al Sole 24 ORE, lei a Gioia) da qualche tempo lo fanno solo per passione. Nel 2013 hanno pubblicato a doppia firma Vertigine (Baldini&Castoldi), un giallo ambientato nella Milano del 1958 diventato seriale: a breve uscirà per il gruppo Longanesi il seguito (Giuditta, che si svolge nel 1962) e nel 2017 è previsto il terzo episodio della saga. Ottimisticamente gli autori prevedono sette romanzi per abbracciare la storia di Marlon e Greta, ma anche l’evoluzione della società italiana e in particolare di Milano nell’arco di 20 anni dal 1950 al 1970.

Arosio e Maimone hanno pubblicato assieme per Mondadori L’Amour Gourmet, un romanzo sentimental-gastronomicho che ha come sfondo la Milano del 1983 e Un due tre stella, storia di Ezio e Renata Santin i fondatori dell’Antica Osteria del Ponte. L’ultima loro fatica letteraria è il romanzo “Non mi dire chi sei” (TEA).

 

In libreria dal 23 febbraio

 

 

 

In libreria il tascabile di “Zona franca” (TEA)

L’alba di Milano è un preludio che dura un amen. E proprio poco prima di quell’amen, qualcuno uccide Luigi Pecchi detto Gigi Sciagura, un ottuagenario stralunato e inoffensivo che predica in giro per Milano la necessità di abbattere il Duomo. Ma chi ha deciso di farlo fuori con tre proiettili parabellum sparati da una pistola da guerra? Davvero quell’imprenditore edile contro cui Sciagura lancia i suoi strali? Oppure i parenti interessati a ereditare la casa di via Padova? Oppure ancora un misterioso personaggio che con Sciagura ha condiviso l’adolescenza e il primo amore durante la Guerra? O forse qualcuno che voleva impossessarsi del suo misterioso tesoro? A queste domande dovrà dare una risposta il commissario Micuzzi, investigatore pigro e smemorato, silurato dalla Questura e parcheggiato al commissariato Città Studi. Tra le rinnovate avance della ex moglie, un brutale pestaggio di un’amica giornalista, l’incontro con una simpatica danzatrice, morti sul lavoro e traffico di stupefacenti, il commissario Micuzzi conduce personaggi e lettori alla scoperta di una Milano popolare e multietnica che brulica incessante lungo i marciapiedi di via Padova.

 

In libreria o anche qui

Aspettando che spiova (“Soltanto silenzio”, Tea)

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Il cielo scuro vomita un bombardamento di acqua, anidride carbonica e polveri sottili in una guerra metropolitana combattuta sul confi ne fra centro e periferia, sul campo di battaglia di piazzale Loreto che divide una Milano dal l’altra; perché di Milano ce n’è più d’una, ce n’è più di due, ce n’è più di enne. Micuzzi sta sotto la pioggia, inerme, sgambettante come un pendolare incazzato e triste, fiondato verso una delle stazioni della città dove ogni giorno si perpetua il rito senza
fine delle partenze e degli arrivi.
Una quarantina di passi all’obiettivo.
Le gocce sembrano stiletti di metallo che tempestano la sua testa rossiccia e cespugliosa e si infilano chissà come dentro il collo e, se fossero acuminati, lascerebbero graffi rossi e turgidi di sangue.Una trentina di passi all’obiettivo.
Il piazzale è un concerto cacofonico di clacson isterici, bloccato più del solito. Il marciapiede pare insaponato, pozzanghere scure assomigliano a pozzi artesiani che conducono a certi antipodi di Milano, dove non piove così, non ci sono tante macchine così, non ci si bagna così. Una ventina di passi all’obiettivo. Micuzzi ormai è una spugna infreddolita, muove le gambe senza accorgersi di farlo, i pantaloni sono una seconda pelle fastidiosa: acqua nei capelli, sulle ciglia, acqua che annega i piedi dentro le scarpe sconfitte dall’assalto. Una decina di passi all’obiettivo. L’ingresso della metro è un approdo possibile e vicino, è un faro, un focolare acceso. Il commissario scorge l’imbocco delle scale deserte, lucide, pericolose e vorrebbe accelerare il passo, ma evita di farlo perché sa che un osso rotto, una caviglia spezzata sono più fastidiosi di quella pioggia che non accenna a diminuire, anzi continua con cocciutaggine asinina, ubbidiente a quelle nuvole ormai invisibili nel cielo buio che si vogliono sgonfiare fino all’ultimo sputo. Cinque passi all’obiettivo. Quattro passi all’obiettivo. Tre passi all’obiettivo. Due passi all’obiettivo. Un passo all’obiettivo
Micuzzi si blocca prima di affrontare la vischiosità del primo gradino. Davanti ai suoi occhi, laggiù, in fondo a quello che doveva essere un approdo, un traghetto sotterraneo verso
casa, laggiù, dietro uno spesso fi ltro d’acqua che pare un cellophane rilucente, laggiù, in un buio  di quasi casa, laggiù, una greca metallica, scura e inibente, blocca la vista verso il tunnel della metro. Una grata, che sa di ruggine, unto e cattivo odore, blocca l’ingresso e l’uscita, perché « una e la stessa è la via all’insù e la via all’ingiù ». Il commissario si domanda il perché di quella grata, di quell’occlusione ermetica, villana, stronza anche, e perché gli è venuto in mente proprio adesso quel filosofo studiato al liceo che, senza troppi conti da fare, non c’entra un sacranone ed è inutile casomai.
Lo sciopero dei mezzi. Sia di quelli di superficie sia di quelli che sferragliano nella viscere umide della città. Ecco il perché di quella congestione esagerata su piazzale Loreto, di quel traffico costipato. E Gaetano glielo aveva pure detto dello sciopero. Gaetano che ora chissà cosa sta facendo, ma di sicuro qualcosa di piacevole, magari ancora nel suo ufficio a fumare tranquillo una sigaretta di quei pacchetti da dieci; op pure a casa, disteso su un morbido sofà con il telecomando in mano a guardare qualche tiggì che racconta della pioggia sul nordovest, della pioggia su Milano e del black-out dei mezzi pubblici nel capoluogo da far andar fuori di testa.
Quattro falcate veloci, di tacco, verso il palazzo più vicino,
aderente al muro come una pellicola per il forno. Lì il commissario vorrebbe avere tempo per pensare, perché pensare in fretta non è mai stato il suo forte, nella vita e neppure nelle inchieste. Ma la pioggia battente non gli lascia margini, e lui già si vede strisciare imbibito d’acqua lungo le facciate dei palazzi come un ladro di notte, cercando riparo in quei pochi portoni aperti che di solito a Milano schiudono spiragli su cortili segreti, verdi, geometrici e antichi, belli da guardare e
respirare. Belli e irraggiungibili, come è bella e irraggiungibile la speranza che spiova, e spiova in fretta.

Soltanto silenzio nanni_2_n
Su quel percorso già lo sa che la malinconia lo accompagnerebbe e anche il ben noto senso di sconfitta per essere quello che è: distratto, mai previdente, trombato dalla Questura,
mandato al confino in quella specie di commissariato in riva a via Padova, obbligato dal Kapò a fare ciò che non vuole e dalla ex moglie a fare ciò che mai vorrebbe per tutta la ricchezza della Brianza. Sentendo addirittura crescere una vaga umiliazione per essere stato compreso fino all’ultima
goccia di anima nel suo imbarazzo da uno come Gaetano, baffetti perfetti, ufficio perfetto, business perfetto, prossimo matrimonio perfetto. Tutto questo entrerebbe in quel tragitto epico per disperati e distratti: vita e non vita, lavoro e affari privati, maschi e femmine, pioggia e sole (al momento quest’ultimo colpevolmente latitante).

Foto di Roberta Nanni

“Soltanto silenzio” (TEA)

di Massimo Cassani

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“Vita e non vita” – Soltanto silenzio (TEA)

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Quattro falcate veloci, di tacco, verso il palazzo più vicino,
aderente al muro come una pellicola per il forno. Lì il commissario
vorrebbe avere tempo per pensare, perché pensare
in fretta non è mai stato il suo forte, nella vita e neppure nelle
inchieste. Ma la pioggia battente non gli lascia margini, e lui
già si vede strisciare imbibito d’acqua lungo le facciate dei
palazzi come un ladro di notte, cercando riparo in quei pochi
portoni aperti che di solito a Milano schiudono spiragli su
cortili segreti, verdi, geometrici e antichi, belli da guardare e
respirare. Belli e irraggiungibili, come è bella e irraggiungibile
la speranza che spiova, e spiova in fretta.
Su quel percorso già lo sa che la malinconia lo accompagnerebbe
e anche il ben noto senso di sconfitta per essere
quello che è: distratto, mai previdente, trombato dalla Questura,
mandato al confi no in quella specie di commissariato
in riva a via Padova, obbligato dal Kapò a fare ciò che non
vuole e dalla ex moglie a fare ciò che mai vorrebbe per tutta la
ricchezza della Brianza. Sentendo addirittura crescere una
vaga umiliazione per essere stato compreso fi no all’ultima
goccia di anima nel suo imbarazzo da uno come Gaetano,
baffetti perfetti, ufficio perfetto, business perfetto, prossimo
matrimonio perfetto. Tutto questo entrerebbe in quel tragitto
epico per disperati e distratti: vita e non vita, lavoro e affari
privati, maschi e femmine, pioggia e sole (al momento quest’ultimo colpevolmente latitante).

“Soltanto silenzio – Un’inchiesta del commissario Micuzzi (TEA)

Quarto episodio della serie

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“Se non un colpo di pistola” (Soltanto silenzio, TEA)

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Se non un colpo di pistola

Milano, 1 ottobre 1978, ore 7.15

Se non un colpo di pistola, cos’era stato allora quello? Un petardo fuori stagione? O un motorino con la marmitta in pappa che aveva scoreggiato su una via Monte Nevoso deserta, in una domenica mattina fotocopia di tante altre?
Aristide – pupille dilatate nel buio della sua camera in attesa del trillo della sveglia – cercava il sonno che l’aveva abbandonato, chissà come mai così presto. E non certo per il solito passaggio dei treni, così frequenti che l’abitudine li aveva fatti andare oltre la soglia dell’udibile. Forse era per via dell’ora legale che da quella notte era stata messa in soffitta. E alla sera il buio sarebbe arrivato molto prima. Di botto. O forse per il pensiero della partita del pomeriggio all’oratorio del quartiere Casoretto: quattro pedalate veloci da Lambrate a là senza neppure un alito di fiatone. Loro contro gli altri, dove gli altri stavano per quei tizi grossi dell’oratorio di una zona periferica di Milano sentita soltanto nominare. E l’arbitro era un ragazzino del Ticinese con i capelli rossicci e ispidi e impettinabili, mica tanto sveglio: c’era da prepararsi a prendere un sacco di calci negli stinchi, tanto quello manco se ne sarebbe accorto. Gli adulti avrebbero guardato la partita con gli occhi molli, l’orecchio attaccato alle radioline a transistor, la barba sfatta e la pancia satolla di risotto e arrosto. Nell’aria fumo di sigarette popolari, MS o Nazionali senza filtro.
Aristide non fumava, non ancora almeno, ché a dieci anni – diceva suo padre – è presto! Anche se lui, il padre, aveva cominciato proprio a dieci, giù, nel paesello assolato di Trinacria. E ora teneva la Nazionale con la sinistra, visto che l’altra l’aveva persa per colpa di uno stronzo di rapinatore dalla mira per fortuna del cazzo, che invece di centrare la divisa da carabiniere dritta in petto gli aveva fatto esplodere la mano destra. Roba di nove anni prima, ma il padre ne parlava ancora come se avesse fatto la guerra, e la mamma s’incazzava perché i figli non le devono mica sentire quelle cose lì.
Pure Aristide voleva fare il carabiniere, ma non lo diceva mai e la mamma non lo sapeva. E mentre lui se ne stava lì, nel buio, e pensava alla partita, al guanto nero del padre, alla divisa scura con la riga rossa sui pantaloni che avrebbe indossato da grande, quel botto secco gli aveva bloccato il fiato per un momento.
Suo fratello Gaetano, invece, fumava. Il carabiniere però non lo voleva fare; diceva «servi del potere!», lui, e litigava a tavola con il padre. Chi aveva ragione: papà o Gaetano?
Dopo un istante breve come un battito di ciglia, i colpi erano diventati due. L’altro metallico, isterico.
Aristide aveva appoggiato i piedi nudi sul pavimento, vicino al borsone della partita, e aveva sentito freddo. Gaetano non si era svegliato subito. Aristide vedeva le coltri mosse dal suo respiro.
Dalla persiana chiusa della camera ora filtrava soltanto silenzio.
Ma era durato un secondo.

Il mondo e le storie del commissario Micuzzi

Questo articolo è una sorta di guida fra i romanzi e i personaggi di Massimo Cassani (della serie dedicata al commissario Micuzzi). Un mondo fatto di casi da risolvere e di vite private osservate da vicino.

Chi è il commissario Micuzzi

Il commissario Micuzzi ha quarant’anni. E’ alto circa un metro e settantacinque, e ha i capelli rossicci e arruffati; non è grasso, ma ha una pancetta coltivata a colpi di grassi insaturi, calici di rosso e grappa Nardini. Smemorato, distratto, vive da solo nella casa dell’ex ex moglie, Margherita, in via Eustachi a Milano, zona Città Studi. Pigro e brontolone, le inchieste le conduce, perché in fondo sa fare il suo mestiere. Non ha grandi passioni, a parte leggiucchiare distrattamente qualche vecchio Urania e fumare Toscanelli. Quando entra in rapporto con le donne, non capisce mai se si innamorano davvero di lui o se lo usano per scopi mai del tutto chiari. O leciti.

I luoghi dei romanzi

I romanzi dei commissario Micuzzi sono ambientati nella Milano contemporanea. I luoghi toccati dalle vicende sono numerosi. L’epicentro dell’azione è soprattutto la zona Città Studi, Porta Venezia, Loreto, ma non mancano puntate allo storico quartiere dell’Ortica e al Gallaratese. Con il terzo romanzo, “Zona franca”, l’azione si svolge prevalentemente nella multietnica e popolare via Padova.

“Sottotraccia”

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Il personaggio del commissario Alessandro (Sandro) Micuzzi nasce con il primo episodio della serie, dal titolo “Sottotraccia”. In questo primo romanzo (pubblicato da Sironi nel 2008, e ripubblicato come tascabile da TEA nel 2013), Micuzzi si trova a indagare su tre storie parallele: la scomparsa di un noto scrittore colombiano da anni a Milano, Antonio Arau, l’uccisione di un timido docente universitario (Marcello Susanni) e quello che pare essere l’omicidio seriale di travestiti.

In “Sottotraccia”, Micuzzi è ancora commissario alla Squadra mobile della Questura di Milano e può contare su un piccolo gruppo di collaboratori fidati: l’ispettore capo Giampietro Lariccia (uomo di bell’aspetto, elegante e amico del commissario), l’ispettore Salada (spregiudicato, non sempre limpido nei comportamenti, ma ricco di informatori negli ambienti più loschi della città) e l’ispettore Teneriello (buon padre di famiglia, ligio al dovere, fedele e sempre pronto a raccontare qualche articolata storia di famiglia che si porta con sé morali e conclusioni, più o meno utili alle indagini). Una squadra che funziona, ma destinata – come si vedrà già in questo primo romanzo e soprattutto, nei successivi – a trasformarsi a partire dal ruolo dello stesso Micuzzi, che viene silurato dal suo incarico e relegato al commissariato Città Studi dove incontrerà l’agente Rosaria Della Vedova, una poliziotta robusta nel fisico, con una leggera peluria sopra il labbro superiore ed efficiente in modo quasi leggendario.

Le tre inchieste raccontate in “Sottotraccia” trovano Micuzzi in un momento personale piuttosto difficile: la moglie, Margherita, l’ha lasciato da circa un anno e lui questa rottura non l’ha ancora digerita del tutto. Già di suo il commissario non è mai stato un compagnone, ma la nuova situazione acuisce il suo carattere di orso brontolone e lo fa scivolare in uno stato di inedia che si ripercuote anche sul suo lavoro. Oltretutto il nuovo questore, Salvatore Nardò, non lo ama. Nardò predilige uomini massicci e incazzati e la figura mezza spampanata di Micuzzi non rientra proprio nei suoi canoni.

In tutto questo, però, Margherita non lo molla. La donna ora vive con un gioielliere macchinato di lusso, ma dalle sue telefonate (sempre più frequenti, sempre più affettuose) traspare un senso di solitudine che Micuzzi non sa come interpretare.

Le inchieste però premono: dello scrittore scomparso ancora nessuna traccia, la vita del docente universitario ucciso sembra una porta senza maniglia per entrare e del seria killer di travestiti gli esperti hanno saputo soltanto tracciare un profilo psicologico tanto preciso quanto inutile. Il lavoro di Micuzzi sembra alla deriva come la sua vita personale. A vivacizzare la situazione, la comparsa di una graziosa e vivace studentessa (Asia) che seguiva le lezioni del docente ucciso e che si mette in testa di collaborare alle indagini e tallona da vicino il commissario il quale non riesce a capire se quella presenza per lui è più fastidiosa o intrigante. Di sicuro è intrigante l’incontro con l’affascinante moglie dello scrittore scomparso, Corinna Bottacchi, con la quale sembra addirittura prendere piede una vera storia d’amore.

Gli eventi però precipitano: Micuzzi si ficca nei guai con una strana sparatoria e viene rimosso dall’incarico; la vicenda dello scrittore si colora di mistero con il delinearsi di una pista che pare portare a un centro di potere rosacrociano, un altro travestito viene ammazzato, senza che si riesca a individuare il responsabile e la stessa Corinna Bottacchi scompare, senza lasciare tracce.

Il commissario Micuzzi, ai margini di tutte queste vicende, è un uomo sconfitto.

E mentre la sua testa si ferma, la sua pancia continua a lavorare. E se il questore l’ha definitivamente abbandonato, così non si può dire dei suoi collaboratori. Gli elementi fin qui raccolti e una rinnovata caparbietà di Micuzzi (arrivato al punto di volersi addirittura dimettere dalla Polizia) fanno sì che si squarci il velo su tutte le vicende irrisolte. E la realtà sarà più disarmante di quanto lui stesso si era immaginato. Una realtà, in alcuni casi, che finisce con il fargli anche male, viste le conclusioni.

Una nota margine: già in “Sottotraccia” compaiono o vengono evocati alcuni personaggi che avranno un ruolo importante nei romanzi successivi. La bella e seduttiva Sofia, vicina di casa di Micuzzi, che nel secondo episodio, (“Pioggia battente”) diventerà addirittura una delle figure principali; il pubblico ministero Mino de Donatis, bestia nera del commissario; l’avvocato Michele Maria Bassi (pure lui in primo piano nell’episodio successivo della serie), l’onorevole Malinverni, destinato ad avere un volto soltanto nel terzo romanzo (“Zona franca”) e Ambra Cattaneo, la volitiva giornalista bisessuale, forse l’unica vera amica di Micuzzi.

“Pioggia battente”

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Dopo “Sottotraccia”, il commissario Micuzzi torna con il secondo romanzo della serie: “Pioggia battente”, appunto (pubblicato sempre nei tipi di Sironi, l’anno successivo, nel 2009, e ripubblicato come tascabile da TEA nel 2014). Ancora parcheggiato al commissariato Città Studi e impossibilitato a condurre indagini, Micuzzi viene convinto dalla bella vicina di casa, Sofia, a compiere un sopralluogo in una elegante villa di Milano che si scoprirà essere la residenza del noto avvocato Michele Maria Bassi, legale del chiacchierato politico Malinverni. Da quella casa, Sofia continua a ricevere telefonate minatorie. Micuzzi, che non ha titoli per indagare, si trova un cadavere fra i piedi, un uomo senza nome morto proprio nella casa dell’avvocato.

Con sua sorpresa, anziché venire sonoramente cazziato dal questore, il commissario viene spinto a compiere un’indagine riservata, d’accordo con il pubblico ministero Mino de Donatis, che Micuzzi vede come il fumo negli occhi.

L’indagine porta ai finanziamenti dell’Unione europea (l’onorevole Malinverni, difeso dall’avvocato Bassi, era già stato invischiato in maneggi di questo tipo…), ma anche in questo caso l’inchiesta porterà molto più lontano. O forse, in modo inaspettato, molto più vicino…

Parallelamente a questo filone d’indagine, la vita privata di Micuzzi prosegue tortuosa. La sua ex moglie Margherita si è ficcata in un guaio. Dopo essersi lasciata con il gioielliere, ha deciso che la sua vita deve prendere una piega diversa. Ma è una piega da Codice penale e la donna prova in tutti i modi a coinvolgere l’ex marito, il quale poi dovrà togliere anche a lei le castagne dal fuoco. Con l’amaro in bocca, perché la verità e la giustizia non portano sempre alla felicità.

Ma le vicende di “Pioggia battente” non finiscono qui. La bella moglie dello scrittore Arau, Corinna Bottacchi (pure lei, come il marito, scomparsa in “Sottotraccia”) si materializza all’improvviso. E sotto le lenzuola confessa a Micuzzi il suo sospetto di essere stata tenuta d’occhio. Da chi? Da Sigismondo, un ridicolo personaggio ciarliero e battutaro, amico della giornalista Ambra Cattaneo, un uomo solo che nasconde più di un segreto. Ma anche il precario legame di Micuzzi con Corinna nasconde una realtà che per il commissario è peggio di una doccia fredda.

E i collaboratori di Micuzzi? Ancora lì, attorno a lui, a supportarlo a loro modo nelle indagini. L’unico a vivere un momento di crisi è Giampietro Lariccia. Se in “Sottotraccia” è il bello per antonomasia, equilibrato e desiderato dalle donne, in “Pioggia battente” si innamora di una donna sposata e il suo aspetto leccato e pettinato perde la patina. Anche il suo amore clandestino e tormentato finirà con l’influenzare il lavoro del commissario, ricattato dal questore e dal piemme de Donatis, che al termine della storia rivelerà un segreto insospettabile.

Anche in “Pioggia battente”, come in “Sottotraccia” il rapporto con le donne di Micuzzi è tutto fuorché lineare. A renderlo inquieto (intrigato?) è una bellissima fanciulla di nome Mariolina, che pare la sosia di Marilyn Monroe. E pure lei, neanche a dirlo, cela un segreto…

“Zona franca”

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Nel terzo episodio della serie, dal titolo “Zona franca” (quest’ultimo pubblicato come novità da TEA, marchio storico del Gruppo Mauri Spagnol), troviamo Micuzzi ancora parcheggiato al commissariato Città Studi a compulsar scartoffie, ma il brutale pestaggio dell’amica giornalista Ambra Cattaneo lo rimette in pista. Anche se non potrebbe. Ambra sta conducendo un’inchiesta giornalistica sull’assassinio di un vecchio stralunato che vuole abbattere il Duomo (Luigi Pecchi detto Gigi Sciagura) e che denuncia gli illeciti del costruttore edile Trezzani. La ragazza finisce in coma e il commissario non può rinunciare a mettersi al lavoro. Forse anche per un inaspettato senso di rivalsa nei confronti di Giampietro Lariccia, il suo ex più fidato collaboratore e buon amico in “Sottotraccia” e “Pioggia battente”, ma che ora rivela un carrierismo insospettabile, tanto da venir nominato commissario al posto di Micuzzi (senza per altro dirgli nulla…).

E mentre la ex moglie del commissario, Margherita, torna alla carica convinta che il loro rapporto debba essere recuperato, Micuzzi viene coinvolto dallo stesso Lariccia nelle indagini. Fresco di nomina, Lariccia teme di toppare l’inchiesta e chiede aiuto proprio a Micuzzi. E poi se ne va a Roma a un convegno nazionale, utile per la sua carriera, ma sparendo di fatto dalla scena. Il commissario riesce a sollevare il coperchio sulla morte del vecchio, andando a toccare gli interessi del costruttore Trezzani, in collaborazione con l’agguerrito piemme Lucio Cavalli (che in “Zona franca” fa la sua prima comparsa) e sollevando il velo su un misterioso servizio segreto clandestino (in attività in Italia dal secondo Dopoguerra) di cui ha fatto parte lo stesso onorevole Malinverni (che finalmente compare sulla scena, dopo essere stato evocato in “Sottotraccia” e “Pioggia battente”) e un anziano, misterioso personaggio, arrivato dall’Argentina per motivi che si comprendono soltanto al termine della vicenza.

Il fuoco dell’indagine è concentrato sul rapporto fra l’omicidio di Gigi Sciagura e il pestaggio di Ambra Cattaneo. La notte dell’omicidio, nei pressi del ritrovamento del cadavere, era presente anche una giovane danzatrice di Bologna, Selene Melini (anche lei, in modo anonimo, aveva fatto una fugace apparizione nel primo romanzo, “Sottotraccia”), la quale si scopre essere amica di Ambra. La ragazza però scompare all’improvviso e l’indagine deve virare anche sul suo ritrovamento (fuga volontaria e rapimento?).

Tutta la rosa dei sospettati (il misterioso uomo arrivato dall’Argentina, gli scagnozzi del costruittore Trezzani, i nipoti di Gigi Sciagura…) è sotto osservazione, e Micuzzi arriverà alla verità Complessa, articolata, multiforme. Inaspettata.

Con un risvolto tragico e sorprendente.

Le edizioni

I primi due romanzi della serie con protagonista il commissario Micuzzi (“Sottotraccia” e “Pioggia battente”) sono stati pubblicati da Sironi, rispettivamente, nel 2008 e nel 2009, e sono ancora disponibili nella prima edizione.

Sottotraccia copertina

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Nel marzo 2013, il terzo episodio (“Zona franca”) è stato pubblicato come novità da TEA (Gruppo Mauri Spagnol).

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Nell’agosto 2013, “Pioggia battente” è stato inserito nella collana “Noir Italia” del Sole 24 ORE come allegato al quotidiano.

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A ottobre 2013, TEA ha ripubblicato “Sottotraccia” in formato tascabile nella collana “Mistery”.

Mentre nel marzo 2014 è stata la volta di “Pioggia battente”, nella medesima collana e sempre in formato tascabile.

Massimo Cassani con “Zona franca” (TEA) a “La passione per il delitto 2013”

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da CORRIEREDELWEB.IT L’INFORMAZIONE FUORI E DENTRO LA RETE

FESTIVAL LA PASSIONE PER IL DELITTO
Libri e autori tra giallo e noir
19 e 20 ottobre
LarioFiere – Erba (Co)

Il festival di narrativa poliziesca La Passione per il Delitto, giunto con successo alla sua dodicesima edizione, offre anche quest’anno una due giorni no stop – sabato 19 e domenica 2o ottobre – di incontri letterari, aperitivi, corsi di scrittura e di cucina nel centro espositivo e congressuale LarioFiere di Erba (Como), con una particolare sorpresa. Accanto agli autori, come sempre elemento fondamentale della manifestazione, la grande novità di quest’anno è una proposta d’avanguardia, che declina il noir e il genere in una dimensione originale: uno spettacolo teatrale, offerto al pubblico, che caratterizza fortemente il programma. Un’intera giornata è inoltre dedicata a corsi tematici per approfondire la conoscenza del genere, o per viverlo attraverso esperienze divertenti e alternative, come la cucina declinata al tema.
L’edizione 2013 si apre sabato 19 ottobre alle ore 14.00 con un corso di cucina (Cucina per Passione! di ricette cromatiche e spunti scenografici dalla narrativa gialla e noir. Il corso, a partecipazione gratuita, è tenuto da Federica Camperi, chef a domicilio, ed è richiesta l’iscrizione a redazione@lapassioneperildelitto.it.
Segue, alle ore 16.00, il laboratorio di scrittura gialla e di tensione “il mistero, il crimine, la rottura delle regole” tenuto dallo scrittore e saggista Davide Pinardi, autore di sceneggiature per il cinema e di format televisivi per emittenti italiane e straniere. Attualmente è professore di Scrittura Narrativa all’Accademia di Brera e di Narrazione al Politecnico di Milano – Facoltà di Design. Anche in questo caso, il corso è a partecipazione gratuita previa iscrizione a redazione@lapassioneperildelitto.it
La giornata di sabato si chiude, alle 19.00, con un aperitivo accompagnato da assaggi di risotto giallo e nero.
Domenica 20 ottobre vede il primo incontro letterario alle ore 14.30 con la presenza di Massimo Cassani “Zona franca” (Tea), Alberto Paleari “L’estro del male” (Edizioni e/o), Andrea Fazioli “Uno splendido inganno” (Guanda). Modera l’incontro la giornalista Silvia Passini.
Alle ore 15.30 incontro doppio con Vittorio Nessi, comasco di origine e attualmente procuratore aggiunto presso la procura della Repubblica di Torino – il quale, In anteprima a La Passione per il Delitto, presenta il libro “Strani amore” (Robin) e Stefano Piedimonte con “Voglio solo ammazzarti” (Guanda). Modera l’incontro il giornalista Mauro Migliavada, affiancato dall’avvocato Anna Viganò, della Camera Penale di Como e Lecco.
Segue alle 16.30 il dialogo, moderato dalla giornalista radiofonica Chiara Beretta Mazzotta, tra Elisabetta Bucciarelli, autrice de “Dritto al cuore” (Edizioni e/o) e Diana Lama con l'”Anatomista” (Newton Compton).
Alle 17.30 Piero Colaprico dialoga con l’organizzatrice del festival, Paola Pioppi e con la scrittrice Elisabetta Bucciarelli in una conversazione a tutto tondo tra narrativa, poliziesco e cronaca nera.
La dodicesima edizione del festival si chiude alle 18.15 con l’audiodramma “L’etica del parcheggio abusivo” di Elisabetta Bucciarelli, regia di Sergio Ferrentino e interpretato da Claudio Moneta, Cecilia Broggini, Edoardo Lomazzi, Alessandro Castellucci, Fabrizio Martorelli, Elena Molos. Una proposta d’avanguardia, contaminazione tra generi, che si traduce in un mix radiofonico, teatrale e letterario: il pubblico assisterà a uno spettacolo che allo stesso tempo è la registrazione dal vivo di un radiodramma. Ne deriva un contrasto di sensazioni ed emozioni, generato dai diversi modi di percepire suoni, parole e visioni. Agli spettatori, dotati di cuffie, sarà quindi data la possibilità di vedere gli attori muoversi in funzione del microfono e della parola, producendo i suoni che evocano situazioni e luoghi. Lo spettacolo fa parte del progetto “Autorevole”, di Fonderia Mercury, che sarà replicato a novembre al Teatro Elfo Puccini di Milano.
L’ingresso è gratuito, fino a esaurimento cuffie, prenotando i posti con una mail inviata a redazione@lapassioneperildelitto.it
Conclude il festival, dalle 19.30, l’aperitivo con assaggi di risotto giallo e nero, a partecipazione libera.
Nella giornata di domenica, saranno presenti sul palco opere delle artiste Maria Antonietta Cavaleri e Laura Redaelli, assieme alla proiezione di un movie di Maddalena Manzoni.
Ogni iniziativa organizzata all’interno della manifestazione – incontri, corsi, aperitivi – è a partecipazione gratuita e basata sul lavoro di un gruppo di volontari che si occupa dell’ideazione e della realizzazione di qualsiasi contenuto dell’evento.
Per la prima volta, il festival ha stretto una collaborazione con la Camera Penale di Como e Lecco.

QUANDO E DOVE:
sabato 19 e domenica 20 ottobre – LarioFiere (Erba)

INGRESSO:
gratuito, compresa la partecipazione a laboratori, corsi, aperitivi

INFO:
E-mail redazione@lapassioneperildelitto.it
Web http://www.lapassioneperildelitto.it

UFFICIO STAMPA:
Manzoni 22
Camilla Palma – camilla.palma@manzoni22.it
Silvia Introzzi – silvia.introzzi@manzoni22.it
Telefono: 031-303492

“Un camice bianco svolazzante passò davanti a Micuzzi”

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(da “Zona franca,di Massimo Cassani. TEA, 2013)

Un camice bianco svolazzante passò davanti a Micuzzi e Selene spostando l’aria come le ali di un uccello. Micuzzi non
fece in tempo a sollevare il dito per chiedere un’informazione che il camice aveva già svoltato l’angolo del corridoio ed era sparito. Avevano detto di aspettare un attimo, che li avrebbero chiamati loro quando fosse stato possibile vedere Ambra Cattaneo. Ora c’era il padre. Così Micuzzi e Selene si erano seduti in un corridoio dal biancore suicidogeno che saturava gli occhi ed erano rimasti lì, senza parlare, sorprendendosi che i minuti in quel posto durassero il doppio.
Dopo la metà del tempo che avevano avuto la sensazione di aver atteso, un medico brizzolato li andò a chiamare e li
condusse in una stanza divisa in due: in mezzo un vetro, come quelli attraverso cui si guardano i neonati. Dal l’altra parte del vetro nessun neonato, ma il corpo immobile di una giovane donna, collegata a fi li colorati a loro volta collegati a monitor dallo sfondo verde sui quali si agitavano linee isteriche inintelligibili agli occhi dei più.
Ambra sembrava dormire, il respiro lento ma regolare; una cuffietta verde nascondeva i capelli neri solitamente burrascosi. Selene sollevò le mani quasi a coprirsi il musino. Micuzzi restò impietrito, senza alcuna apparente espressione in volto. I succhi gastrici cominciarono ad agitarsi nel suo stomaco, un misto di pena e di rabbia gli stava frullando le viscere.

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