“Mistero sul lago nero”, se un milanese va in campagna…

Mistero sul lago nero (Laurana)

Cosa succede se un detective privato – milanese e baüscia fino al midollo – è costretto a svolgere un’indagine in un paesino lacustre di provincia? Nel migliore dei casi combina disastri.

E’ quello che accade a Mario Borri – 65 anni d’età per 165 centimetri d’altezza – che per allontanare lo spettro dell’imminente pensionamento accetta un incarico da un’affascinante quarantenne dai capelli fulvi. La donna vuole che Borri pedini la sorella e la colga in castagna con uno dei suoi occasionali accompagnatori. C’è di mezzo l’eredità milionaria della defunta zia.

Ma l’incarico si rivela più complicato del previsto. In quel paesino adagiato sulle Prealpi dal nome Mirate al lago non è come muoversi nell’anonima Milano: lì tutti sanno tutto di tutti, ma di fronte al forestiero le lingue si tacciono. Il nostro Borri si trova subito su una strada in salita e gli vengono pure negate le genuine leccornie che si favoleggia prosperino in provincia: per lui una triste dieta a base di carne in scatola e piselli (e vino del cartone). E multe a non finire. E sguardi sospettosi. E pioggia battente. E una natura così rigogliosa da fargli venire la nostalgia del suo amato asfalto, il nido catramoso in cui e nato e cresciuto senza mai oltrepassare il ponte levatoio.

Una situazione, questa, che non può non generare situazioni umoristiche, in un clima di bonaria canzonatura sia del cittadino cha va in campagna sia del provinciale di fronte al “milanes pàcia aria”.

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 “Mistero sul lago nero” è chiaramente un divertisment in salsa noir, dove tuttavia la presa in giro riguarda soltanto il protagonista e la situazione, ma non le aspettative del lettore al quale viene offerta una narrazione in cui il disvelamento del mistero segue i binari di un’indagine vera, fatta di “gambe e di cervello” e colpi di scena credibili, come dev’essere in un puro romanzo di genere. Il tutto raccontato in prima persona proprio da lui, il detective privato Mario Borri, che con il suo Borsalino in testa e la sigaretta accesa all’angolo della bocca, pare uscito da un film in bianco e nero degli anni ’40.

La trama di “Mistero sul lago nero”

Che triste autunno, questo autunno, per il detective privato Mario Borri, 65 anni d’età per 165 centimetri d’altezza. La pensione è alle porte. E mentre sta provando inutilmente ad ammorbidire il magone per l’ormai imminente addio alle armi con qualche dose non troppo sparagnina di Jack Daniel’s liscio, si presenta nel suo ufficio una sventola dai capelli fulvi che gli propone un lavoretto all’apparenza facile facile. Non a Milano, però: in un paese lacustre lontano dalla sua amata città. Dove muoversi, per lui, è come camminare sulle uova. E quello che sembrava un lavoretto facile facile si dimostra più intricato di quanto si potesse immaginare. Fra incontri con cinghiali, guardiani di cinghiali, suore color carciofo e suore ciccione, vecchietti con e senza cappello, albergatrici settantenni ex cantanti di night, baristi arcigni, carabinieri occhiuti e preti ottuagenari dalla visionarietà biblica, l’ultima avventura di Borri si colora di toni imprevedibili e umoristici.

Alla fine, però, fine il bene trionfa…o quasi.

L’autore

"Mistero sul lago nero" (Laurana, 2015)
Massimo Cassani (foto di Renzo Chiesa)

      

Massimo Cassani, giornalista, è nato a Cittiglio, in provincia di Varese, nel 1966 e vive a Milano da quasi trent’anni. “Mistero sul lago nero” è il suo sesto romanzo. Ha esordito nella narrativa con “Sottotraccia” (Sironi 2008/TEA 2015), primo episodio della serie con protagonista il commissario Micuzzi, cui sono seguiti “Pioggia battente” (Sironi, 2009/Mistery Italia – Il Sole 24 ORE/2013, TEA, 2014), “Zona franca” (TEA, 2013) e “Soltanto silenzio” (TEA, 2014). Per Laurana ha pubblicato nel 2010 “Un po’ più lontano”, dedicato ai temi della solitudine e all’agnizione d’identità. Nel 2015 ha partecipato con un racconto autobiografico all’opera collettanea dal titolo “La formazione dello scrittore” (Laurana) in cui compaiono scritti, fra gli altri, di Tullio Avoledo, Raul Montanari e Alessandro Zaccuri. Dal 2010 collabora con “La Bottega di narrazione” di Laurana, condotta da Giulio Mozzi e Gabriele Dadati.

Disponibile in libreria e anche qui

Mistero sul lago nero (Laurana)
Mistero sul lago nero (Laurana, 2015)
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Mistero sul lago nero – Il booktrailer

Alla fine è venuto il momento di andare in pensione.
E non è certo una bella circostanza per un detective ancora in gamba come me, questo lo capirebbe anche un fungo. Ma la visita inaspettata di una pupattola da urlo mi invita a ributtare la pallina nella roulette. Sembra il solito caso di routine e invece… si prospetta proprio un’avventura da togliere il fiato, porca paletta!

 

E che stronza la zietta! – “Mistero sul lago nero” di Massimo Cassani (Laurana)/2

Mistero sul lago nero (Laurana)

“All’esecutore testamentario devo portare gli esami del sangue ogni quindici giorni. Capirà, abito in un piccolo paese, le voci corrono, vere o false che siano non importa. E poi c’è mia sorella”.
“Bene, qui arriviamo a sua sorella. Anche lei forzata dell’astinenza”.
“Sì. Ma non dall’alcol”.
“Nutella?”
“No, sesso”.
E che stronza la zietta, ho pensato. Anzi no, l’ho detto proprio: “E che stronza la zietta!”
“Può dirlo forte”.
“Non alzo mai la voce, sono un timido”.
Lo sbuffo della donna mi ha fatto capire che delle mie battute ne aveva fin sopra i capelli. Ho cercato di recuperare margini con la mia proverbiale eleganza: “Mi sta dicendo che la sorellina deve farsi crescere le ragnatele per un anno per ereditare il gruzzolo della zia?”
“Non sia volgare. Comunque sì, le cose stanno proprio in questo modo. Ma c’è di più: se una di noi due sgarra, l’eredità passa all’altra”.
“In italiano si chiama incaprettamento”, le ho fatto. “E la sorellina, voglio dire… come fanno a controllarla?”
Qui la fanciulla ha assunto un’espressione sprezzante: “Per lei nessun controllo”, ha detto, “era la cocca della zia. E poi anche se volessero, come potrebbero?”
“Sacrificio a parte, continuo a non vedere come possa aiutarla. Se pensa che debba sedurre sua sorella, sono l’uomo giusto, ma senza vederla neppure in foto, non me la sento di assumere l’incarico. Ho una soluzione migliore: lei si innamora perdutamente di me, e non dovrà neppure sforzarsi troppo, e io le impedirò di bere anche solo un dito di Moscato allungato con l’acqua, che anche a pensarci mi viene il vomito. Quanto a sua sorella, paghiamo uno dei California Dream Men e il gioco è fatto. Vivremo felici, contenti e ricchi sfondati. Fra un anno poi ci prendiamo una sbronza di quelle da addio al celibato. E non c’è neppure bisogno di firmare un contratto”.
“Non serve uno spogliarellista. A mia sorella basta molto meno”.

Mistero sul lago nero (Laurana)
Mistero sul lago nero

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“Mistero sul lago nero” di Massimo Cassani (Laurana) può essere acquistato anche qui

 

L’immagine di copertina è di Angela Varani 

“Mistero sul lago nero” di Massimo Cassani (Laurana)/1

Mistero sul lago nero (Laurana)

“Un po’ di malinconia mi stava venendo, amici miei, ve lo devo confessare. Ma stavo provando ad ammorbidirla con due dita di Jack Daniel’s liscio, sorseggiate con calma, le gambe allungate sulla scrivania, lo sguardo al soffitto. Nell’intonaco annerito dal fumo di sigaretta si intrecciavano svincoli di ipnotiche e tortuose fessure scavate dal tempo.
Ero solo, tolta una cimice che sgambettava sul vetro della finestra con addosso soltanto qualche goccia di Chanel N°5. Stavo lì senza far niente, aspettavo e basta. Ho sempre adorato star lì, senza far niente, aspettando e basta, ma quella volta la malinconia mi stava rovinando il mio passatempo preferito.
È stato al secondo sorsetto che dietro la porta smerigliata dell’ufficio ho visto il profilo di una donna, il naso perfetto e la chioma vaporosa ingigantita come un’ombra cinese. Per un attimo – ma soltanto per un attimo – mi sono vergognato che il vetro avesse nel mezzo una crepa inelegante.
L’ombra se n’è rimasta immobile per qualche secondo, come un fotogramma di un film. Intuivo una mano sul pomello e immaginavo due occhi splendidi leggere la scritta “Mario Borri – Investigazioni”. Ho preso un terzo sorsetto e ho tirato giù i piedi dalla scrivania. In presenza di una bella signora so essere fine, e chi afferma il contrario è un bugiardone spudorato”.

L’immagine di copertina è di Angela Varani

Mistero sul lago nero (Laurana)
Mistero sul lago nero

 

 

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“Mistero sul lago nero” (Laurana) di Massimo Cassani può essere acquistato anche qui.

Mister Gramble non dorme, ascolta. (Soltanto silenzio, 2014, TEA)

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Lower Manhattan, New York 15 settembre 2013

I suoi occhi sono chiusi. Ma mister Gramble non dorme, ascolta. La voce sicura dell’avvocato John Morris è ammorbidita dai pannelli fonoassorbenti installati negli angoli dell’enorme sala riunioni dello studio. Un flusso continuo di parole precise, senza sbavature, articolazioni di certezze. Fra le pieghe di quelle parole scorre qualche milionata di dollari da gestire con un paio di firme vergate dalle persone giuste; incassando, come studio, percentuali da punto esclamativo.
La luce gentile filtrata dalle vetrate rettangolari si riflette sul grande tavolo ovale in grado di ospitare trenta persone comode.
Al quarantunesimo piano della Beekman Tower, al numero 8 di Spruce Street, lo studio legale Gramble&Gramble è un’eccezione. Tutti gli altri spazi sono saturati da scuole, abitazioni private e uffici del New York Downtown Hospital. Ma a mister Gramble quel grattacielo dalla curiosa forma asimmetrica progettato da Frank Gehry era piaciuto subito. Un assegno con molti zeri sopra e buone relazioni gli avevano garantito un nuovo posto vicino alle nuvole. E lontano dai luoghi classici degli affari. Meglio. Per lui e per i suoi clienti.
(…)
Uscito di scena Morris, Gramble solleva dalla poltroncina il suo corpo appesantito dagli anni e da una vita troppo piena di colazioni e cene di lavoro. Lontani i tempi quando giocava come quarterback nella squadra di football del college. Esce anche lui, percorre il corridoio silenzioso e coperto da una moquette morbida fino alla porta del l’ufficio. Prima di entrare controlla se in alto, tra stipite e porta, ci sia ancora il minuscolo
pezzettino di scotch trasparente. C’è. Nessuno ha violato il suo rifugio. Una precauzione un po’ banale, ma proprio per questo capace di passare tra le maglie sofisticate di chi lo sta tenendo d’occhio, ora più di prima. Dalla tasca dei pantaloni estrae una chiave e apre. Una volta dentro, aggira il tavolo e si lascia cadere sulla poltrona di pelle scura che lo accompagna da quando con suo fratello aveva fondato lo studio legale
Gramble&Gramble. Troppi anni prima. Poi suo fratello era stato rapito da un carcinoma, ma la & commerciale è sempre rimasta lì, come un marchio di fabbrica, un biglietto da visita internazionale.
Dalla cassettiera estrae due buste identiche. Una la posa sul tavolo. L’altra la infi la in una borsa di cuoio. E sospira. Si sente ancora come un quarterback, un po’ troppo avanti con l’età, però; un lanciatore di football pronto a tirare la palla ovale nella speranza che il ricevitore abbia la presa ferma. Il lancio dovrà essere perfetto, superare la difesa e l’oceano Atlantico. Come sempre il touchdown non sarà un finale dall’esito garantito. Ma tanto vale provare. Perché il tempo ormai è poco.
E mister Gramble avverte troppi occhi su di sé.
Troppe orecchie all’ascolto.
Troppa solitudine dentro. Anche nello studio, Meredith a parte, la sua segretaria, perché di qualcuno bisogna pur fidarsi, anche se non si vorrebbe. Solleva il ricevitore del telefono e compone un interno.
” Patricia? Mi può raggiungere per favore?”.
L’avvocato Patricia Buonanima risponde sì, subito, il tempo di inviare un’email.
L’ufficio è stato bonificato dalle microspie soltanto un’ora prima, alla presenza di Gramble. Un luogo sicuro.
Per il momento.

In libreria il tascabile di “Zona franca” (TEA)

L’alba di Milano è un preludio che dura un amen. E proprio poco prima di quell’amen, qualcuno uccide Luigi Pecchi detto Gigi Sciagura, un ottuagenario stralunato e inoffensivo che predica in giro per Milano la necessità di abbattere il Duomo. Ma chi ha deciso di farlo fuori con tre proiettili parabellum sparati da una pistola da guerra? Davvero quell’imprenditore edile contro cui Sciagura lancia i suoi strali? Oppure i parenti interessati a ereditare la casa di via Padova? Oppure ancora un misterioso personaggio che con Sciagura ha condiviso l’adolescenza e il primo amore durante la Guerra? O forse qualcuno che voleva impossessarsi del suo misterioso tesoro? A queste domande dovrà dare una risposta il commissario Micuzzi, investigatore pigro e smemorato, silurato dalla Questura e parcheggiato al commissariato Città Studi. Tra le rinnovate avance della ex moglie, un brutale pestaggio di un’amica giornalista, l’incontro con una simpatica danzatrice, morti sul lavoro e traffico di stupefacenti, il commissario Micuzzi conduce personaggi e lettori alla scoperta di una Milano popolare e multietnica che brulica incessante lungo i marciapiedi di via Padova.

 

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“Ue’, pirletta” (“Soltanto silenzio – TEA)

Ue’, pirletta, ti sarai mica preso un po’ troppa caga, eh? Va’
che c’è mica da perdere tempo qua! Certi affari si fanno con la
logica del ciàpel, pèlel, màngel. Te capì? »
No, Aristide non ci ha capito una mazza. A casa sua ha
sempre sentito parlare siciliano. Siciliano e italiano. Non è
mica fi glio di polentoni come il Tumistufi . In quel tinello con
angolo cottura, che sa di muffa e roba da mangiare, non riesce
a stare fermo e cammina disegnando un triangolo isoscele
che va dalla finestra alla porta, dalla porta a una credenza bucherellata
dai tarli e dalla credenza ancora alla fi nestra, mentre
il Tumistufi se ne sta seduto al tavolo con uno stuzzicadenti
in bocca, un Toscanello spento alla vaniglia tra le dita e
pare rilassato come un papa. Nel lavello i piatti e le pentole
sono ammonticchiati e aspettano una bella passata d’acqua
calda e detersivo, ma senza fretta.
« No, non ho capito. »
« E te saresti nato a Milano? Ma va là, baluba! Africa! Vuol
dire: prendilo, sbuccialo e mangialo! Certi affari vanno cattati
al volo, per la coda! Adess te capì? »
« Sì, ma… »
« Niente ma! I ma sono stati cancellati dal mio vocabolario!
O sei della partita o non sei della partita. Com’è che dicevano
i latini…? Vabbe’, non me lo ricordo più cosa l’è che dicevano
i latini, ma era per dire che non c’è una terza strada. O ci stai
o non ci stai, te capì? »

 

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Aspettando che spiova (“Soltanto silenzio”, Tea)

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Il cielo scuro vomita un bombardamento di acqua, anidride carbonica e polveri sottili in una guerra metropolitana combattuta sul confi ne fra centro e periferia, sul campo di battaglia di piazzale Loreto che divide una Milano dal l’altra; perché di Milano ce n’è più d’una, ce n’è più di due, ce n’è più di enne. Micuzzi sta sotto la pioggia, inerme, sgambettante come un pendolare incazzato e triste, fiondato verso una delle stazioni della città dove ogni giorno si perpetua il rito senza
fine delle partenze e degli arrivi.
Una quarantina di passi all’obiettivo.
Le gocce sembrano stiletti di metallo che tempestano la sua testa rossiccia e cespugliosa e si infilano chissà come dentro il collo e, se fossero acuminati, lascerebbero graffi rossi e turgidi di sangue.Una trentina di passi all’obiettivo.
Il piazzale è un concerto cacofonico di clacson isterici, bloccato più del solito. Il marciapiede pare insaponato, pozzanghere scure assomigliano a pozzi artesiani che conducono a certi antipodi di Milano, dove non piove così, non ci sono tante macchine così, non ci si bagna così. Una ventina di passi all’obiettivo. Micuzzi ormai è una spugna infreddolita, muove le gambe senza accorgersi di farlo, i pantaloni sono una seconda pelle fastidiosa: acqua nei capelli, sulle ciglia, acqua che annega i piedi dentro le scarpe sconfitte dall’assalto. Una decina di passi all’obiettivo. L’ingresso della metro è un approdo possibile e vicino, è un faro, un focolare acceso. Il commissario scorge l’imbocco delle scale deserte, lucide, pericolose e vorrebbe accelerare il passo, ma evita di farlo perché sa che un osso rotto, una caviglia spezzata sono più fastidiosi di quella pioggia che non accenna a diminuire, anzi continua con cocciutaggine asinina, ubbidiente a quelle nuvole ormai invisibili nel cielo buio che si vogliono sgonfiare fino all’ultimo sputo. Cinque passi all’obiettivo. Quattro passi all’obiettivo. Tre passi all’obiettivo. Due passi all’obiettivo. Un passo all’obiettivo
Micuzzi si blocca prima di affrontare la vischiosità del primo gradino. Davanti ai suoi occhi, laggiù, in fondo a quello che doveva essere un approdo, un traghetto sotterraneo verso
casa, laggiù, dietro uno spesso fi ltro d’acqua che pare un cellophane rilucente, laggiù, in un buio  di quasi casa, laggiù, una greca metallica, scura e inibente, blocca la vista verso il tunnel della metro. Una grata, che sa di ruggine, unto e cattivo odore, blocca l’ingresso e l’uscita, perché « una e la stessa è la via all’insù e la via all’ingiù ». Il commissario si domanda il perché di quella grata, di quell’occlusione ermetica, villana, stronza anche, e perché gli è venuto in mente proprio adesso quel filosofo studiato al liceo che, senza troppi conti da fare, non c’entra un sacranone ed è inutile casomai.
Lo sciopero dei mezzi. Sia di quelli di superficie sia di quelli che sferragliano nella viscere umide della città. Ecco il perché di quella congestione esagerata su piazzale Loreto, di quel traffico costipato. E Gaetano glielo aveva pure detto dello sciopero. Gaetano che ora chissà cosa sta facendo, ma di sicuro qualcosa di piacevole, magari ancora nel suo ufficio a fumare tranquillo una sigaretta di quei pacchetti da dieci; op pure a casa, disteso su un morbido sofà con il telecomando in mano a guardare qualche tiggì che racconta della pioggia sul nordovest, della pioggia su Milano e del black-out dei mezzi pubblici nel capoluogo da far andar fuori di testa.
Quattro falcate veloci, di tacco, verso il palazzo più vicino,
aderente al muro come una pellicola per il forno. Lì il commissario vorrebbe avere tempo per pensare, perché pensare in fretta non è mai stato il suo forte, nella vita e neppure nelle inchieste. Ma la pioggia battente non gli lascia margini, e lui già si vede strisciare imbibito d’acqua lungo le facciate dei palazzi come un ladro di notte, cercando riparo in quei pochi portoni aperti che di solito a Milano schiudono spiragli su cortili segreti, verdi, geometrici e antichi, belli da guardare e
respirare. Belli e irraggiungibili, come è bella e irraggiungibile la speranza che spiova, e spiova in fretta.

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Su quel percorso già lo sa che la malinconia lo accompagnerebbe e anche il ben noto senso di sconfitta per essere quello che è: distratto, mai previdente, trombato dalla Questura,
mandato al confino in quella specie di commissariato in riva a via Padova, obbligato dal Kapò a fare ciò che non vuole e dalla ex moglie a fare ciò che mai vorrebbe per tutta la ricchezza della Brianza. Sentendo addirittura crescere una vaga umiliazione per essere stato compreso fino all’ultima
goccia di anima nel suo imbarazzo da uno come Gaetano, baffetti perfetti, ufficio perfetto, business perfetto, prossimo matrimonio perfetto. Tutto questo entrerebbe in quel tragitto epico per disperati e distratti: vita e non vita, lavoro e affari privati, maschi e femmine, pioggia e sole (al momento quest’ultimo colpevolmente latitante).

Foto di Roberta Nanni

“Soltanto silenzio” (TEA)

di Massimo Cassani

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Intreccio, personaggi e stile in “Soltanto silenzio” (TEA)

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di Gianangelo Taverna

Il testo che segue è un’analisi di “Soltanto silenzio” di Massimo Cassani, pubblicato da TEA

In una recensione di Zona franca si poteva leggere “Una storia intelligente, scorrevole e originale dove i diversi spunti narrativi sono collegati tra loro dalla morte del Pecchi detto Sciagura. Una storia colma di sfaccettature, con zone d’ombra e domande in sospeso, che ci mette in attesa della quarta avventura di Micuzzi, poliziotto svagato, distratto e meditabondo che si muove per Milano come un naufrago che ha perso la bussola”, con la precisazione che: “Cassani dimostra la sua perfetta padronanza dell’italiano (che ultimamente parrebbe diventato un optional) e la sua duttilità. Lieve e con innata disinvoltura, svolazza pagina su pagina da un linguaggio colto, ma diretto, a frasi e gustose espressioni dialettali milanesi”.

Se mi è consentita una deformazione professionale, Simonide di Ceo, poeta del V sec. a.C., aveva già affermato che “la pittura è una poesia muta e la poesia (come pure la prosa, aggiungo io) una pittura parlante”, e la prosa di Cassani traccia un affresco quanto mai vivo della Milano di oggi, con un pizzico di perdurante nostalgia per quella di ieri.

Come non ricordare, ad esempio, anche la copertina di Pioggia battente, con il suo tram della ‘mitica’ serie 1500, che da quasi novant’anni scampanella lungo di vie milanesi?

Ebbene, l’attesa del recensore e dei lettori è finalmente terminata.

In questa sua quarta inchiesta, giocata su due piani temporali, in un arco di tempo che si snoda dal 1978 al 2013, continua la personale ‘odissea’ del commissario Sandro Micuzzi, un antieroe con la tenacia e la sagacia di chi sa investigare, che si ritrova silurato per la seconda volta in pochi anni.

Apro una breve parentesi per evidenziare il rapporto Autore-Personaggio, condotto sempre sul filo sottile di una simpatia naturale, che non rifugge da qualche momento ironico, così da strappare un sorriso al lettore:

Micuzzi rimane concentrato per non perdere il filo, visto che di perdita di fili potrebbe dare lezioni all’università e lui non è mica un’Arianna”, perché sa “che spesso la sua testa è come un albergo in cui i pensieri inutili dormono gratis”.

Già punito con l’allontanamento dal suo posto a capo della squadra investigativa della Mobile per aver ucciso sul ponte dell’Ortica un tossico armato di una pistola caricata a salve, viene ora ‘sbattuto’ (ma la burocrazia ha un suo linguaggio e la definizione è ‘trasferito’, anzi tra-sfe-ri-to come gli sillaba perentorio il questore) dal commissariato Città Studi, dove ha stazionato giusto il tempo per dare ancora fastidio con l’indagine descritta in Zona franca, ad una posizione più periferica e marginale, ad un nuovo avamposto di polizia ai confini della città; una sorta di squallido Fort Apache, piazzato nel bel mezzo di via Padova, il cui carattere multietnico Cassani descrive in modo magistrale, con il semplice ricorso ai tratti distintivi della musica, che da sempre si può definire l’anima di un popolo (“Micuzzi la conosce bene quella via. È lunga come la quaresima, è un elastico tirato dalla rotonda di piazzale Loreto che si aggancia alla periferia con vista tangenziale Est. È uno snodo di contaminazioni, un frullato di genti, un mood mediterraneo, un miscuglio cromatico, un fluire blues, un’improvvisazione jazz, un controtempo balcanico, un ritmo di congas, è una nenia cinese. Un pastrocchio”).

Appare subito chiaro che il lavoro sarà puramente burocratico, perché il nuovo commissariato, abborracciato alla meglio, nient’altro è che fumo negli occhi per un’opinione pubblica, che è sì affamata di sicurezza, ma che poi si accontenta anche di una sua parvenza.

Giustamente deluso sul piano professionale (“Micuzzi sente caldo al viso: non è rebbia, non è vergogna. E’ deriva. E’ sconforto per doversi occupare di un’inchiesta ancora una volta non da titolare, ma da supporter, da infiltrato speciale nella vita di un biondino che, se tanto gli dà tanto, avrà una scrivania ordinata come quella di Laricci. E tutto questo soltanto perché la sua ex moglie si infila sotto le lenzuola di un sospettato non si sa bene ancora di che cosa, del quale lui deve fingere pure di voler diventare amico. Con allegra soddisfazione e successiva incazzatura di Margherita (viste le finalità). Già la sente…”), il nostro commissario viene direttamente coinvolto, in modo determinante, anche in quello personale e privato,  perché Margherita, la sua ex moglie, non ha infatti perso l’abitudine di innamorarsi di uomini a dir poco ambigui, e di coinvolgere l’ex marito nei suoi progetti, che stavolta preludono al matrimonio e addirittura al ruolo di testimone affibbiato d’ufficio al nostro commissario, costretto sempre ad arrendersi di fronte all’eterna domanda-imposizione ‘Vuoi la mia felicità?’, una sorta di mantra ineludibile, che finisce per lasciarlo disarmato  indifeso.

Il lettore scoprirà che il promesso sposo di Margherita è Gaetano Mastronardi, il fratello maggiore di Aristide, con cui il romanzo si apre in quella lontana domenica del 1° ottobre 1978, figlio di un carabiniere, ex estremista di sinistra, accortamente riciclatosi secondo un clichè già visto troppe volte nella realtà, che diventa ovviamente l’antagonista di Micuzzi.

Dalla cena a tre che Margherita organizza per agevolare conoscenza e amicizia la trama entra nel vivo dei colpi di scena, a cominciare dal tentato omicidio di Gaetano, che Micuzzi sventa d’istinto, e prosegue in un susseguirsi incalzante, gravida di vicende che, carsicamente, riaffiorano, in cui personaggi vecchi e nuovi giostrano secondo logiche che a Micuzzi non sempre appaiono evidenti, ma su cui la sua ‘pancia’ non smette di riflettere, arrivando infine alla soluzione, che non prelude però necessariamente a una conclusione appagante e rassicurante per il lettore.

L’intreccio infatti è giocato sapientemente su più piani, con una cura attenta, direi quasi maniacale, ovviamente nel senso buono del termine, ai dettagli; non c’è infatti solo l’aspetto cronologico, che fa riaffiorare con prepotenza un passato troppo lento a passare (in merito Freud, in un carteggio con Einstein del 1931, scriveva che ‘i mulini della storia macinano talmente adagio che la gente muore di fame prima di ricevere la farina’), e l’incarico imposto dal questore a Micuzzi diventa un caleidoscopico tourbillon, una sarabanda scatenata, in cui normali macchine per scrivere vengono scambiate per armi (splendida la tecnica allusiva e mirabile la suspense al riguardo: “Nere, lustre, nuove, appena uscite dalla fabbrica. Ben oliate. Pronte all’uso. In mano a gente esperta, predisposte per raffiche intermittenti, infallibili, che a volte possono uccidere. In un certo senso. Nelle casse ci sono anche i nastri.”), in cui la ricerca affannosa di un particolare dvd mobilita personaggi dal comportamento poco limpido e si complica con la presenza ingombrante dei servizi segreti nostrani in contatto-contrasto con i loro colleghi di oltre Oceano, tutti però fermamente decisi a fare in modo che i suddetti mulini non producano una farina pericolosa e non si sazi la fame di verità della gente verso precisi fatti di cronaca, su cui la storia, con o senza la ‘esse’ maiuscola, preferisce invece accortamente glissare.

Il precedente accenno ad alcuni personaggi ne permette ora la descrizione, con le abitudini, i pregi, i difetti e magari quei particolari della loro vita privata che ce li rendono reali nel loro agire quotidiano. Si potrebbe suddividerli tra “I nostri” e “Gli altri”, inserendo nei primi quelli già conosciuti e diventati ormai familiari grazie ai primi tre libri:

– il questore Salvatore Nardò, ‘simpaticamente’ definito Kapò, termine di una certa risonanza politico-filmica…, navigato e inamovibile (“La sedia di Nardò aveva traballato forte in mezzo al terremoto, ma poi si era data una calmata, il sisma non l’aveva fatta cadere giù come l’Armando”, con un dotto riferimento a Iannacci;)

– il commissario Lariccia, subentrato al posto di Micuzzi alla Mobile;

– l’agente Rosaria Della Vedova, l’autentico angelo custode di Micuzzi, vero e proprio deus ex machina in certe situazioni:

– l’ispettore Teneriello, dalla simpatica logorrea, esperto del mestiere e sinceramente affezionato a MIcuzzi

– l’ispettore Salada, trasferito ad altro incarico, ma ben presente nel suo nuovo ruolo

– Lucio Cavalli, magistrato, vedovo e claudicante, le cui idee sulla sua professione e sul senso del dovere collimano con quelle di Micuzzi e deciso a perseguirle nonostante tutto (“La voce di Cavalli non è più squillante come un tempo. Il timbro è lo stesso, la convinzione pure, ma è come se avesse perso una patina di smalto. La vita e il tempo che passa a volte sono peggio della ruggine”)

A fianco di queste figure ‘storiche’ si registrano le presenze di Manfredo Natuzzo, il vice di via Padova, e dell’agente Lara Sandri, spesso scambiata per Sandra Lari (‘un po’ imbranata’ al dire di Natuzzo e ‘diversamente sveglia’ per Micuzzi, secondo una definizione politically correct).

Tra “Gli altri”, accanto a Margherita e la free-lance Ambra Cattaneo, sempre alla ricerca di uno scoop, occorre ricordare anzitutto la famiglia Mastronardi, il padre Salvatore, carabiniere in pensione, mutilato e decorato, il figlio maggiore Gaetano con i suoi traffici sospetti e Aristide, da sempre alla vana ricerca dell’idea geniale, che gli permetta il salto di qualità, ex-carabiniere e confidente dell’Arma, per cui svolge incarichi non meglio definiti, in un sottobosco dai contorni non sempre chiari, titolare, a disagio e senza convinzione, di una libreria in via dei Transiti, su insistenza della moglie Evelina Agnetti, algida e austera., di un’austerità che si scoprirà essere solo di facciata.

Tra i comprimari di rilievo c’è Sante Rondello, detto Tumistufi, con un debole per il Biancosarti e i toscanelli alla vaniglia, e con il macchiettismo tipico di certi ambienti dei bassifondi, cui il dialetto dà il suggello dell’autenticità.

Anche Ines Santacroce, titolare dell’alberghetto di piazza Aspromonte, bionda platinata con un ‘sederone da primato’ si ritaglia una parte per certi aspetti decisiva, a partire dal ritardo della segnalazione dei dati di Patricia in questura, e da ammissioni che suggeriscono una via precisa all’indagine.

Sul versante ‘americano’ della storia, accanto a Mr. Gramble, ‘zio d’America’ ed eminenza grigia dell’intera vicenda, un ruolo particolare lo giocano, su versanti che presto diventano opposti nonostante una loro relazione sentimentale, l’avvocato Patricia Buonanima, spedita in Italia, ma ufficialmente in vacanza a Parigi, e il collega John Morris, da subito interessatamente sulle sue tracce. Abile la prima ad eclissarsi accortamente, grazie a un’innata diffidenza, eredità delle sue origini mediterranee nonostante i suoi pregiudizi al riguardo, più goffo il secondo nonostante l’ap-partenenza a un servizio segreto fin troppo reclamizzato in libri e film.

            Come i precedenti, anche Soltanto silenzio è un romanzo profondamente milanese: perché l’azione si svolge in gran parte attorno alle zone di piazzale Loreto, Lima e via Padova,            perché in molti dialoghi fa capolino ul dialett de Milan, scritto così come si pronuncia, avverte l’autore, e direi che è la scelta migliore, poiché il parlato la vince sempre su regole e schemi dettati dai puristi.

Con questo romanzo prosegue, come si è visto, il movimento centrifugo di Micuzzi, la migrazione dal centro della città, con la sua Questura di via Fatebenefratelli, attraverso la tappa intermedia in Città Studi, fino all’approdo definitivo (?) in via Padova, quella sorta di coacervo multietnico che i milanesi hanno visto crescere giorno dopo giorno, in un clima di autentico melting pot..

E’ una città vista quindi dalla periferia, dove poco a poco è stato spostato Micuzzi, dove la gente ha iniziato a trasferirsi,        anche per colpa di quelli che stanno trasformando Milano in ‘una casa vuota senza gente dentro’, come recita La cà senza gent di Claudio Sanfilippo, autore da sempre preferito da Cassani per i suoi versi e le sue suggestioni.

A beneficio dei lettori si deve dire, prendendo spunto dalle Note dell’Autore, che il commissariato di via Padova non esiste.

Copiatura voluta dell’Autore (‘E comunque ho copiato. Ecco’), per fare un po’ da contraltare al commissariato di Quarto Oggiaro, creato ad hoc per l’ispettore Ferraro di Gianni Biondillo.

Si può allora aggiungere, in questa ideale ‘galleria’ di commissari milanesi, la figura del commissario italo-eritreo Andrea Lucchesi di Gianni Simoni e, soprattutto, il commissario Ambrosio di Renato Olivieri, che del suo personaggio ricordava con piacere una frase, letta in una recensione: ‘Ambrosio è uno di quei personaggi che si inviterebbero volentieri a casa per una sera’.

Penso che questo farebbe senz’altro piacere anche a Micuzzi, grappa Nardini e toscanelli o meno.

Per l’Autore invece vorrei scomodare un attimo Michael Connelly, il padre di Hieronymus ‘Harry’ Bosch, detective della Omicidi di Los Angeles, perché scrive Connelly ne L’uomo di paglia che ‘non c’è giornalista che dentro di sé non sogni di fare lo scrittore’ e allora si può tranquillamente chiosare questa affermazione aggiungendo ‘Meno male che Cassani lo ha ascoltato!

“Vita e non vita” – Soltanto silenzio (TEA)

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Quattro falcate veloci, di tacco, verso il palazzo più vicino,
aderente al muro come una pellicola per il forno. Lì il commissario
vorrebbe avere tempo per pensare, perché pensare
in fretta non è mai stato il suo forte, nella vita e neppure nelle
inchieste. Ma la pioggia battente non gli lascia margini, e lui
già si vede strisciare imbibito d’acqua lungo le facciate dei
palazzi come un ladro di notte, cercando riparo in quei pochi
portoni aperti che di solito a Milano schiudono spiragli su
cortili segreti, verdi, geometrici e antichi, belli da guardare e
respirare. Belli e irraggiungibili, come è bella e irraggiungibile
la speranza che spiova, e spiova in fretta.
Su quel percorso già lo sa che la malinconia lo accompagnerebbe
e anche il ben noto senso di sconfitta per essere
quello che è: distratto, mai previdente, trombato dalla Questura,
mandato al confi no in quella specie di commissariato
in riva a via Padova, obbligato dal Kapò a fare ciò che non
vuole e dalla ex moglie a fare ciò che mai vorrebbe per tutta la
ricchezza della Brianza. Sentendo addirittura crescere una
vaga umiliazione per essere stato compreso fi no all’ultima
goccia di anima nel suo imbarazzo da uno come Gaetano,
baffetti perfetti, ufficio perfetto, business perfetto, prossimo
matrimonio perfetto. Tutto questo entrerebbe in quel tragitto
epico per disperati e distratti: vita e non vita, lavoro e affari
privati, maschi e femmine, pioggia e sole (al momento quest’ultimo colpevolmente latitante).

“Soltanto silenzio – Un’inchiesta del commissario Micuzzi (TEA)

Quarto episodio della serie

MASSIMO CASSANI_n

“Se non un colpo di pistola” (Soltanto silenzio, TEA)

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Se non un colpo di pistola

Milano, 1 ottobre 1978, ore 7.15

Se non un colpo di pistola, cos’era stato allora quello? Un petardo fuori stagione? O un motorino con la marmitta in pappa che aveva scoreggiato su una via Monte Nevoso deserta, in una domenica mattina fotocopia di tante altre?
Aristide – pupille dilatate nel buio della sua camera in attesa del trillo della sveglia – cercava il sonno che l’aveva abbandonato, chissà come mai così presto. E non certo per il solito passaggio dei treni, così frequenti che l’abitudine li aveva fatti andare oltre la soglia dell’udibile. Forse era per via dell’ora legale che da quella notte era stata messa in soffitta. E alla sera il buio sarebbe arrivato molto prima. Di botto. O forse per il pensiero della partita del pomeriggio all’oratorio del quartiere Casoretto: quattro pedalate veloci da Lambrate a là senza neppure un alito di fiatone. Loro contro gli altri, dove gli altri stavano per quei tizi grossi dell’oratorio di una zona periferica di Milano sentita soltanto nominare. E l’arbitro era un ragazzino del Ticinese con i capelli rossicci e ispidi e impettinabili, mica tanto sveglio: c’era da prepararsi a prendere un sacco di calci negli stinchi, tanto quello manco se ne sarebbe accorto. Gli adulti avrebbero guardato la partita con gli occhi molli, l’orecchio attaccato alle radioline a transistor, la barba sfatta e la pancia satolla di risotto e arrosto. Nell’aria fumo di sigarette popolari, MS o Nazionali senza filtro.
Aristide non fumava, non ancora almeno, ché a dieci anni – diceva suo padre – è presto! Anche se lui, il padre, aveva cominciato proprio a dieci, giù, nel paesello assolato di Trinacria. E ora teneva la Nazionale con la sinistra, visto che l’altra l’aveva persa per colpa di uno stronzo di rapinatore dalla mira per fortuna del cazzo, che invece di centrare la divisa da carabiniere dritta in petto gli aveva fatto esplodere la mano destra. Roba di nove anni prima, ma il padre ne parlava ancora come se avesse fatto la guerra, e la mamma s’incazzava perché i figli non le devono mica sentire quelle cose lì.
Pure Aristide voleva fare il carabiniere, ma non lo diceva mai e la mamma non lo sapeva. E mentre lui se ne stava lì, nel buio, e pensava alla partita, al guanto nero del padre, alla divisa scura con la riga rossa sui pantaloni che avrebbe indossato da grande, quel botto secco gli aveva bloccato il fiato per un momento.
Suo fratello Gaetano, invece, fumava. Il carabiniere però non lo voleva fare; diceva «servi del potere!», lui, e litigava a tavola con il padre. Chi aveva ragione: papà o Gaetano?
Dopo un istante breve come un battito di ciglia, i colpi erano diventati due. L’altro metallico, isterico.
Aristide aveva appoggiato i piedi nudi sul pavimento, vicino al borsone della partita, e aveva sentito freddo. Gaetano non si era svegliato subito. Aristide vedeva le coltri mosse dal suo respiro.
Dalla persiana chiusa della camera ora filtrava soltanto silenzio.
Ma era durato un secondo.

Il mondo e le storie del commissario Micuzzi

Questo articolo è una sorta di guida fra i romanzi e i personaggi di Massimo Cassani (della serie dedicata al commissario Micuzzi). Un mondo fatto di casi da risolvere e di vite private osservate da vicino.

Chi è il commissario Micuzzi

Il commissario Micuzzi ha quarant’anni. E’ alto circa un metro e settantacinque, e ha i capelli rossicci e arruffati; non è grasso, ma ha una pancetta coltivata a colpi di grassi insaturi, calici di rosso e grappa Nardini. Smemorato, distratto, vive da solo nella casa dell’ex ex moglie, Margherita, in via Eustachi a Milano, zona Città Studi. Pigro e brontolone, le inchieste le conduce, perché in fondo sa fare il suo mestiere. Non ha grandi passioni, a parte leggiucchiare distrattamente qualche vecchio Urania e fumare Toscanelli. Quando entra in rapporto con le donne, non capisce mai se si innamorano davvero di lui o se lo usano per scopi mai del tutto chiari. O leciti.

I luoghi dei romanzi

I romanzi dei commissario Micuzzi sono ambientati nella Milano contemporanea. I luoghi toccati dalle vicende sono numerosi. L’epicentro dell’azione è soprattutto la zona Città Studi, Porta Venezia, Loreto, ma non mancano puntate allo storico quartiere dell’Ortica e al Gallaratese. Con il terzo romanzo, “Zona franca”, l’azione si svolge prevalentemente nella multietnica e popolare via Padova.

“Sottotraccia”

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Il personaggio del commissario Alessandro (Sandro) Micuzzi nasce con il primo episodio della serie, dal titolo “Sottotraccia”. In questo primo romanzo (pubblicato da Sironi nel 2008, e ripubblicato come tascabile da TEA nel 2013), Micuzzi si trova a indagare su tre storie parallele: la scomparsa di un noto scrittore colombiano da anni a Milano, Antonio Arau, l’uccisione di un timido docente universitario (Marcello Susanni) e quello che pare essere l’omicidio seriale di travestiti.

In “Sottotraccia”, Micuzzi è ancora commissario alla Squadra mobile della Questura di Milano e può contare su un piccolo gruppo di collaboratori fidati: l’ispettore capo Giampietro Lariccia (uomo di bell’aspetto, elegante e amico del commissario), l’ispettore Salada (spregiudicato, non sempre limpido nei comportamenti, ma ricco di informatori negli ambienti più loschi della città) e l’ispettore Teneriello (buon padre di famiglia, ligio al dovere, fedele e sempre pronto a raccontare qualche articolata storia di famiglia che si porta con sé morali e conclusioni, più o meno utili alle indagini). Una squadra che funziona, ma destinata – come si vedrà già in questo primo romanzo e soprattutto, nei successivi – a trasformarsi a partire dal ruolo dello stesso Micuzzi, che viene silurato dal suo incarico e relegato al commissariato Città Studi dove incontrerà l’agente Rosaria Della Vedova, una poliziotta robusta nel fisico, con una leggera peluria sopra il labbro superiore ed efficiente in modo quasi leggendario.

Le tre inchieste raccontate in “Sottotraccia” trovano Micuzzi in un momento personale piuttosto difficile: la moglie, Margherita, l’ha lasciato da circa un anno e lui questa rottura non l’ha ancora digerita del tutto. Già di suo il commissario non è mai stato un compagnone, ma la nuova situazione acuisce il suo carattere di orso brontolone e lo fa scivolare in uno stato di inedia che si ripercuote anche sul suo lavoro. Oltretutto il nuovo questore, Salvatore Nardò, non lo ama. Nardò predilige uomini massicci e incazzati e la figura mezza spampanata di Micuzzi non rientra proprio nei suoi canoni.

In tutto questo, però, Margherita non lo molla. La donna ora vive con un gioielliere macchinato di lusso, ma dalle sue telefonate (sempre più frequenti, sempre più affettuose) traspare un senso di solitudine che Micuzzi non sa come interpretare.

Le inchieste però premono: dello scrittore scomparso ancora nessuna traccia, la vita del docente universitario ucciso sembra una porta senza maniglia per entrare e del seria killer di travestiti gli esperti hanno saputo soltanto tracciare un profilo psicologico tanto preciso quanto inutile. Il lavoro di Micuzzi sembra alla deriva come la sua vita personale. A vivacizzare la situazione, la comparsa di una graziosa e vivace studentessa (Asia) che seguiva le lezioni del docente ucciso e che si mette in testa di collaborare alle indagini e tallona da vicino il commissario il quale non riesce a capire se quella presenza per lui è più fastidiosa o intrigante. Di sicuro è intrigante l’incontro con l’affascinante moglie dello scrittore scomparso, Corinna Bottacchi, con la quale sembra addirittura prendere piede una vera storia d’amore.

Gli eventi però precipitano: Micuzzi si ficca nei guai con una strana sparatoria e viene rimosso dall’incarico; la vicenda dello scrittore si colora di mistero con il delinearsi di una pista che pare portare a un centro di potere rosacrociano, un altro travestito viene ammazzato, senza che si riesca a individuare il responsabile e la stessa Corinna Bottacchi scompare, senza lasciare tracce.

Il commissario Micuzzi, ai margini di tutte queste vicende, è un uomo sconfitto.

E mentre la sua testa si ferma, la sua pancia continua a lavorare. E se il questore l’ha definitivamente abbandonato, così non si può dire dei suoi collaboratori. Gli elementi fin qui raccolti e una rinnovata caparbietà di Micuzzi (arrivato al punto di volersi addirittura dimettere dalla Polizia) fanno sì che si squarci il velo su tutte le vicende irrisolte. E la realtà sarà più disarmante di quanto lui stesso si era immaginato. Una realtà, in alcuni casi, che finisce con il fargli anche male, viste le conclusioni.

Una nota margine: già in “Sottotraccia” compaiono o vengono evocati alcuni personaggi che avranno un ruolo importante nei romanzi successivi. La bella e seduttiva Sofia, vicina di casa di Micuzzi, che nel secondo episodio, (“Pioggia battente”) diventerà addirittura una delle figure principali; il pubblico ministero Mino de Donatis, bestia nera del commissario; l’avvocato Michele Maria Bassi (pure lui in primo piano nell’episodio successivo della serie), l’onorevole Malinverni, destinato ad avere un volto soltanto nel terzo romanzo (“Zona franca”) e Ambra Cattaneo, la volitiva giornalista bisessuale, forse l’unica vera amica di Micuzzi.

“Pioggia battente”

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Dopo “Sottotraccia”, il commissario Micuzzi torna con il secondo romanzo della serie: “Pioggia battente”, appunto (pubblicato sempre nei tipi di Sironi, l’anno successivo, nel 2009, e ripubblicato come tascabile da TEA nel 2014). Ancora parcheggiato al commissariato Città Studi e impossibilitato a condurre indagini, Micuzzi viene convinto dalla bella vicina di casa, Sofia, a compiere un sopralluogo in una elegante villa di Milano che si scoprirà essere la residenza del noto avvocato Michele Maria Bassi, legale del chiacchierato politico Malinverni. Da quella casa, Sofia continua a ricevere telefonate minatorie. Micuzzi, che non ha titoli per indagare, si trova un cadavere fra i piedi, un uomo senza nome morto proprio nella casa dell’avvocato.

Con sua sorpresa, anziché venire sonoramente cazziato dal questore, il commissario viene spinto a compiere un’indagine riservata, d’accordo con il pubblico ministero Mino de Donatis, che Micuzzi vede come il fumo negli occhi.

L’indagine porta ai finanziamenti dell’Unione europea (l’onorevole Malinverni, difeso dall’avvocato Bassi, era già stato invischiato in maneggi di questo tipo…), ma anche in questo caso l’inchiesta porterà molto più lontano. O forse, in modo inaspettato, molto più vicino…

Parallelamente a questo filone d’indagine, la vita privata di Micuzzi prosegue tortuosa. La sua ex moglie Margherita si è ficcata in un guaio. Dopo essersi lasciata con il gioielliere, ha deciso che la sua vita deve prendere una piega diversa. Ma è una piega da Codice penale e la donna prova in tutti i modi a coinvolgere l’ex marito, il quale poi dovrà togliere anche a lei le castagne dal fuoco. Con l’amaro in bocca, perché la verità e la giustizia non portano sempre alla felicità.

Ma le vicende di “Pioggia battente” non finiscono qui. La bella moglie dello scrittore Arau, Corinna Bottacchi (pure lei, come il marito, scomparsa in “Sottotraccia”) si materializza all’improvviso. E sotto le lenzuola confessa a Micuzzi il suo sospetto di essere stata tenuta d’occhio. Da chi? Da Sigismondo, un ridicolo personaggio ciarliero e battutaro, amico della giornalista Ambra Cattaneo, un uomo solo che nasconde più di un segreto. Ma anche il precario legame di Micuzzi con Corinna nasconde una realtà che per il commissario è peggio di una doccia fredda.

E i collaboratori di Micuzzi? Ancora lì, attorno a lui, a supportarlo a loro modo nelle indagini. L’unico a vivere un momento di crisi è Giampietro Lariccia. Se in “Sottotraccia” è il bello per antonomasia, equilibrato e desiderato dalle donne, in “Pioggia battente” si innamora di una donna sposata e il suo aspetto leccato e pettinato perde la patina. Anche il suo amore clandestino e tormentato finirà con l’influenzare il lavoro del commissario, ricattato dal questore e dal piemme de Donatis, che al termine della storia rivelerà un segreto insospettabile.

Anche in “Pioggia battente”, come in “Sottotraccia” il rapporto con le donne di Micuzzi è tutto fuorché lineare. A renderlo inquieto (intrigato?) è una bellissima fanciulla di nome Mariolina, che pare la sosia di Marilyn Monroe. E pure lei, neanche a dirlo, cela un segreto…

“Zona franca”

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Nel terzo episodio della serie, dal titolo “Zona franca” (quest’ultimo pubblicato come novità da TEA, marchio storico del Gruppo Mauri Spagnol), troviamo Micuzzi ancora parcheggiato al commissariato Città Studi a compulsar scartoffie, ma il brutale pestaggio dell’amica giornalista Ambra Cattaneo lo rimette in pista. Anche se non potrebbe. Ambra sta conducendo un’inchiesta giornalistica sull’assassinio di un vecchio stralunato che vuole abbattere il Duomo (Luigi Pecchi detto Gigi Sciagura) e che denuncia gli illeciti del costruttore edile Trezzani. La ragazza finisce in coma e il commissario non può rinunciare a mettersi al lavoro. Forse anche per un inaspettato senso di rivalsa nei confronti di Giampietro Lariccia, il suo ex più fidato collaboratore e buon amico in “Sottotraccia” e “Pioggia battente”, ma che ora rivela un carrierismo insospettabile, tanto da venir nominato commissario al posto di Micuzzi (senza per altro dirgli nulla…).

E mentre la ex moglie del commissario, Margherita, torna alla carica convinta che il loro rapporto debba essere recuperato, Micuzzi viene coinvolto dallo stesso Lariccia nelle indagini. Fresco di nomina, Lariccia teme di toppare l’inchiesta e chiede aiuto proprio a Micuzzi. E poi se ne va a Roma a un convegno nazionale, utile per la sua carriera, ma sparendo di fatto dalla scena. Il commissario riesce a sollevare il coperchio sulla morte del vecchio, andando a toccare gli interessi del costruttore Trezzani, in collaborazione con l’agguerrito piemme Lucio Cavalli (che in “Zona franca” fa la sua prima comparsa) e sollevando il velo su un misterioso servizio segreto clandestino (in attività in Italia dal secondo Dopoguerra) di cui ha fatto parte lo stesso onorevole Malinverni (che finalmente compare sulla scena, dopo essere stato evocato in “Sottotraccia” e “Pioggia battente”) e un anziano, misterioso personaggio, arrivato dall’Argentina per motivi che si comprendono soltanto al termine della vicenza.

Il fuoco dell’indagine è concentrato sul rapporto fra l’omicidio di Gigi Sciagura e il pestaggio di Ambra Cattaneo. La notte dell’omicidio, nei pressi del ritrovamento del cadavere, era presente anche una giovane danzatrice di Bologna, Selene Melini (anche lei, in modo anonimo, aveva fatto una fugace apparizione nel primo romanzo, “Sottotraccia”), la quale si scopre essere amica di Ambra. La ragazza però scompare all’improvviso e l’indagine deve virare anche sul suo ritrovamento (fuga volontaria e rapimento?).

Tutta la rosa dei sospettati (il misterioso uomo arrivato dall’Argentina, gli scagnozzi del costruittore Trezzani, i nipoti di Gigi Sciagura…) è sotto osservazione, e Micuzzi arriverà alla verità Complessa, articolata, multiforme. Inaspettata.

Con un risvolto tragico e sorprendente.

Le edizioni

I primi due romanzi della serie con protagonista il commissario Micuzzi (“Sottotraccia” e “Pioggia battente”) sono stati pubblicati da Sironi, rispettivamente, nel 2008 e nel 2009, e sono ancora disponibili nella prima edizione.

Sottotraccia copertina

pioggia battente

Nel marzo 2013, il terzo episodio (“Zona franca”) è stato pubblicato come novità da TEA (Gruppo Mauri Spagnol).

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Nell’agosto 2013, “Pioggia battente” è stato inserito nella collana “Noir Italia” del Sole 24 ORE come allegato al quotidiano.

Pioggia battente Sole

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A ottobre 2013, TEA ha ripubblicato “Sottotraccia” in formato tascabile nella collana “Mistery”.

Mentre nel marzo 2014 è stata la volta di “Pioggia battente”, nella medesima collana e sempre in formato tascabile.

“Zona franca” (TEA) per il giorno della memoria

Zona franca (TEA) di Massimo Cassani

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Pedalava più volentieri quando portava il pane a casa dei signori Pavia, cioè l’Ebreo e sua moglie, come li chiamavano tutti nel palazzotto in cui vivevano.

I genitori della Sarah…
Il padre, il maestro Primo Pavia, era stato pianista alla Scala. Poi, nel Trentotto, le leggi razziali avevano decretato che il maestro Pavia e quelli come lui erano un pericolo per la Nazione,
per la Grande Proletaria. Erano impuri, taccagni e prestasoldi, in combutta con le potenze plutocratiche angloamericane.
Il Baffetto germanico aveva dato il la alla sua danza macabra e il Mascellone romagnolo, per non esser da meno, gli era andato dietro a passo di mazurka. Carriera artistica finita, stop, a casa, solo lezioni private.
Sarah aveva raccontato quelle cose guardando Luigi con i suoi occhioni scuri sotto la frangetta scura, con il suo sorrisino luminoso che faceva da controcanto agli occhioni scuri, alla frangetta scura. Aveva denti piccoli, bianchi, regolari. Sembravano le perle di una collana. E aveva le lentiggini sul naso. Anche la Sarah sarebbe diventata una grande pianista, quando le efelidi fossero sparite dal suo viso.

Il Luisìn ne era sicuro.

Per acquistare il libro, qui ACQUISTA LIBRO SU AMAZON

“Zona franca” (TEA) fra i selezionati del Premio Scerbanenco 2013

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Ecco l´elenco dei 23 romanzi noir (fra cui “Zona franca, di Massimo Cassani, pubblicato da Tea) da votare per determinare la cinquina dei finalisti concorrenti all´edizione 2013 del “Premio Giorgio Scerbanenco – La Stampa” per il miglior romanzo noir italiano edito nell´anno, promosso dal Courmayeur Noir in festival e dal quotidiano torinese.
Sono romanzi italiani editi nell’anno e scelti dal comitato selezionatore (formato da Valerio Calzolaio, Luca Crovi, Sergio Pent, Sebastiano Triulzi) della Giuria Letteraria del festival tra quelli iscritti.

Per votare e leggere tutto, clicca qui

“Zona franca” (TEA) su Italicissima (authentic Italian language)

di Traci Andrighetti

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Massimo Cassani (Cittiglio, 1966), giornalista, autore e insegnante di intreccio narrativo (narrative intrigue), ha recentemente pubblicato l’attesissimo terzo romanzo della sua serie sul commissario Sandro Micuzzi, Zona franca (Duty-Free Zone) (TEA, 2013). Cassani ha introdotto il pigro ispettore milanese amante dei Toscanelli nel 2008 con Sottotraccia. Un’inchiesta del commissario Micuzzi (Undercover: An Inspector Micuzzi Investigation) (Sironi, TEA, 2013). Il commissario Micuzzi è prontamente rientrato in scena nel 2009 con Pioggia battente (Pounding Rain) (Sironi, TEA, prossimamente in pubblicazione ), ma è successivamente andato sottocoperta, per così dire, mentre Cassani si è preso una pausa dalla serie per provare la sua mano con il noir psicologico Un po’ più lontano (A Bit Further) (Laurana, 2010).

In Zona franca il commissario Micuzzi è stanco. Viene trasferito per punizione nel quartiere Città Studi di Milano, e la sua spregiudicata ex moglie le sta provando tutte per tornare a far parte della sua vita. Nel frattempo viene incaricato ad indagare l’omicidio di Luigi Pecchi, soprannominato Gigi Sciagura (Misfortune): un ottantenne squilibrato che pedalava per la città reclamando la demolizione del Duomo e denunciando la costruzione dei grattacieli. Ma quando Ambra, l’amica giornalista di Micuzzi, viene brutalmente picchiata e il suo amante ballerino scompare, il commissario entra in azione. Per risolvere questi misteri apparentemente scollegati, Micuzzi deve districare una rete complessa di indizi e sospetti: una pistola nazista, un argentino misterioso, un nipote discutibile, un ingegnere in collusione con la ‘ndrangheta, un leggendario tesoro della seconda guerra mondiale, un amore perduto e un cadavere scomparso.

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Massimo Cassani con “Zona franca” (TEA) a “La passione per il delitto 2013”

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da CORRIEREDELWEB.IT L’INFORMAZIONE FUORI E DENTRO LA RETE

FESTIVAL LA PASSIONE PER IL DELITTO
Libri e autori tra giallo e noir
19 e 20 ottobre
LarioFiere – Erba (Co)

Il festival di narrativa poliziesca La Passione per il Delitto, giunto con successo alla sua dodicesima edizione, offre anche quest’anno una due giorni no stop – sabato 19 e domenica 2o ottobre – di incontri letterari, aperitivi, corsi di scrittura e di cucina nel centro espositivo e congressuale LarioFiere di Erba (Como), con una particolare sorpresa. Accanto agli autori, come sempre elemento fondamentale della manifestazione, la grande novità di quest’anno è una proposta d’avanguardia, che declina il noir e il genere in una dimensione originale: uno spettacolo teatrale, offerto al pubblico, che caratterizza fortemente il programma. Un’intera giornata è inoltre dedicata a corsi tematici per approfondire la conoscenza del genere, o per viverlo attraverso esperienze divertenti e alternative, come la cucina declinata al tema.
L’edizione 2013 si apre sabato 19 ottobre alle ore 14.00 con un corso di cucina (Cucina per Passione! di ricette cromatiche e spunti scenografici dalla narrativa gialla e noir. Il corso, a partecipazione gratuita, è tenuto da Federica Camperi, chef a domicilio, ed è richiesta l’iscrizione a redazione@lapassioneperildelitto.it.
Segue, alle ore 16.00, il laboratorio di scrittura gialla e di tensione “il mistero, il crimine, la rottura delle regole” tenuto dallo scrittore e saggista Davide Pinardi, autore di sceneggiature per il cinema e di format televisivi per emittenti italiane e straniere. Attualmente è professore di Scrittura Narrativa all’Accademia di Brera e di Narrazione al Politecnico di Milano – Facoltà di Design. Anche in questo caso, il corso è a partecipazione gratuita previa iscrizione a redazione@lapassioneperildelitto.it
La giornata di sabato si chiude, alle 19.00, con un aperitivo accompagnato da assaggi di risotto giallo e nero.
Domenica 20 ottobre vede il primo incontro letterario alle ore 14.30 con la presenza di Massimo Cassani “Zona franca” (Tea), Alberto Paleari “L’estro del male” (Edizioni e/o), Andrea Fazioli “Uno splendido inganno” (Guanda). Modera l’incontro la giornalista Silvia Passini.
Alle ore 15.30 incontro doppio con Vittorio Nessi, comasco di origine e attualmente procuratore aggiunto presso la procura della Repubblica di Torino – il quale, In anteprima a La Passione per il Delitto, presenta il libro “Strani amore” (Robin) e Stefano Piedimonte con “Voglio solo ammazzarti” (Guanda). Modera l’incontro il giornalista Mauro Migliavada, affiancato dall’avvocato Anna Viganò, della Camera Penale di Como e Lecco.
Segue alle 16.30 il dialogo, moderato dalla giornalista radiofonica Chiara Beretta Mazzotta, tra Elisabetta Bucciarelli, autrice de “Dritto al cuore” (Edizioni e/o) e Diana Lama con l'”Anatomista” (Newton Compton).
Alle 17.30 Piero Colaprico dialoga con l’organizzatrice del festival, Paola Pioppi e con la scrittrice Elisabetta Bucciarelli in una conversazione a tutto tondo tra narrativa, poliziesco e cronaca nera.
La dodicesima edizione del festival si chiude alle 18.15 con l’audiodramma “L’etica del parcheggio abusivo” di Elisabetta Bucciarelli, regia di Sergio Ferrentino e interpretato da Claudio Moneta, Cecilia Broggini, Edoardo Lomazzi, Alessandro Castellucci, Fabrizio Martorelli, Elena Molos. Una proposta d’avanguardia, contaminazione tra generi, che si traduce in un mix radiofonico, teatrale e letterario: il pubblico assisterà a uno spettacolo che allo stesso tempo è la registrazione dal vivo di un radiodramma. Ne deriva un contrasto di sensazioni ed emozioni, generato dai diversi modi di percepire suoni, parole e visioni. Agli spettatori, dotati di cuffie, sarà quindi data la possibilità di vedere gli attori muoversi in funzione del microfono e della parola, producendo i suoni che evocano situazioni e luoghi. Lo spettacolo fa parte del progetto “Autorevole”, di Fonderia Mercury, che sarà replicato a novembre al Teatro Elfo Puccini di Milano.
L’ingresso è gratuito, fino a esaurimento cuffie, prenotando i posti con una mail inviata a redazione@lapassioneperildelitto.it
Conclude il festival, dalle 19.30, l’aperitivo con assaggi di risotto giallo e nero, a partecipazione libera.
Nella giornata di domenica, saranno presenti sul palco opere delle artiste Maria Antonietta Cavaleri e Laura Redaelli, assieme alla proiezione di un movie di Maddalena Manzoni.
Ogni iniziativa organizzata all’interno della manifestazione – incontri, corsi, aperitivi – è a partecipazione gratuita e basata sul lavoro di un gruppo di volontari che si occupa dell’ideazione e della realizzazione di qualsiasi contenuto dell’evento.
Per la prima volta, il festival ha stretto una collaborazione con la Camera Penale di Como e Lecco.

QUANDO E DOVE:
sabato 19 e domenica 20 ottobre – LarioFiere (Erba)

INGRESSO:
gratuito, compresa la partecipazione a laboratori, corsi, aperitivi

INFO:
E-mail redazione@lapassioneperildelitto.it
Web http://www.lapassioneperildelitto.it

UFFICIO STAMPA:
Manzoni 22
Camilla Palma – camilla.palma@manzoni22.it
Silvia Introzzi – silvia.introzzi@manzoni22.it
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“Il commissario Micuzzi si chiuse nel silenzio”

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da “Zona franca” (TEA) di Massimo Cassani

Il commissario si chiuse nel silenzio. Cercò di immaginarsi Selene alla guida della sua macchina verso la Francia. A Ventimiglia era successo qualcosa, forse non aveva abbastanza denaro per la benzina e aveva abbandonato l’auto. Per andarsene dove? E con chi? Se l’ipotesi della fuga era veritiera, forse si spiegava anche il motivo per il quale non aveva portato con sé il cellulare, per non rischiare di essere individuata. Lo stesso motivo per cui non toccava la carta di credito. Una ragazza un po’ stralunata come Selene non sarebbe mai stata in grado di costruire un castello di scatole cinesi come quelle dell’ingegner Oliviero Trezzani per far girare soldi senza lasciare una scia da qualche parte. Era una danzatrice, lei, non un faccendiere. Un po’ squinternata, forse, ma con le mani pulite.
Ma in tutto questo, cosa c’entrava il pestaggio di Ambra?
E poi: da dove era saltata fuori quella sim peruviana? Un amico peruviano? E con che soldi aveva comprato il nuovo
cellulare? Sempre con i soldi dell’amico peruviano?

Vuoi leggere il primo romanzo con protaginista il commissario Micuzzi?
da poco in libreria “Sottotraccia” nella nuova versione tascabile di TEA

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Il nuovo bando per la Bottega della narrazione di Laurana

di Giulio Mozzi

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Il terzo anno della Bottega di narrazione

La terza annualità della Bottega di narrazione dell’editore Laurana, diretta da Giulio Mozzi e Gabriele Dadati, inizierà il 16 novembre 2013 e si concluderà il 14 dicembre 2014. Sono previsti dodici incontri della durata di un fine di settimana ciascuno, per un totale di circa 190 ore d’aula.
Come è ovvio che sia in un’esperienza che ha ancora poco tempo alle spalle, rispetto ai primi due anni alcune cose cambiano e alcune cose restano uguali. Resta uguale il principio fondamentale: ci si candida alla Bottega presentando un “progetto di narrazione”, redatto in qualunque forma si voglia (soggetto, scaletta, stesura parziale, prima stesura ecc.); tra tutti i candidati Mozzie Dadati ne selezioneranno una ventina; nel corso dell’annualità ogni “apprendista” lavorerà alla propria opera, con l’obbiettivo di completarne almeno una stesura
semidefinitiva entro il dicembre 2014.
Oltre alle ore in aula, nelle quali si alterneranno lezioni e laboratori, ciascun “apprendista” sarà seguito direttamente da Mozzi e/o Dadati o – e questa è la principale novità del 2014 – da un tutor.

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Suo padre era un bugiardo (“Zona franca” – TEA)

da “Zona francadi Massimo Cassani

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L’ultima volta, Milano era tutta macerie, ora le macerie erano dentro di lui, e i detriti gli spaccavano la schiena.
Miguel aveva una guida dolce, non correva lungo corso di Porta Venezia, sotto i Bastioni, su corso Buenos Aires con le vetrine illuminate anche di notte. Il semicerchio di piazzale Loreto a Marabelli fece girare un po’ la testa. Perché Miguel era così cordiale? Perché Marabelli sentiva dentro di sé una specie di pace rassegnata? Sarah Pavia era là, nel suo stesso hotel: perché non aveva provato a chiamarlo nella suite? Uscendo dal l’ascensore, mentre Miguel lo guidava verso la fuga, aveva sperato di incontrarla per caso nella hall e di rivedere il riverbero della Sarah Pavia di un tempo. Ma lei non c’era. E neppure il suo sorriso. Quanti anni erano passati? Chissà: lui gli anni non li contava, aveva smesso di contarli.
Il muso dell’auto imboccò via Padova, una freccia scoccata verso la periferia. E là, proprio passando davanti al cortile dove era nato e vissuto Luigi Pecchi, l’odiato Pecchi, il vecchio e squilibrato Pecchi, Marabelli vide quattro auto della Polizia sfrecciare dalla parte opposta. Miguel si era irrigidito un attimo, solo un attimo però, poi aveva dato un colpo di acceleratore per guadagnare più in fretta possibile la tangenziale. Marabelli chiuse gli occhi e si sentì tornare ragazzino, prima dei bombardamenti, prima della caduta, prima del l’altra fuga verso Roma, tra cotte di preti, corridoi silenziosi, sussurri e odore di cera e incenso. Una nave lo aveva portato in Spagna e qualche anno dopo in Argentina. Il padre gli aveva promesso un ritorno a casa presto, prestissimo.
Suo padre era un bugiardo.

“Pioggia battente” in edicola, con Il Sole 24 ORE (dal 9 al 23 agosto)

Pioggia battente Sole

A tre anni dalla pubblicazione di “Pioggia battente” il romanzo (secondo episodio con protagonista il commissario Micuzzi) sbarca anche in edicola, allegato al Sole 24 ORE, all’interno della collana Noir Italia. € 6,90 più il costo del quotidiano.

Il romanzo
Notte di pioggia a Milano, vicinanze di viale Abruzzi.

Il commissario Sandro Micuzzi, silurato dalla questura e parcheggiato tra le scartoffie del commissariato Città Studi, scopre un cadavere nell’abitazione di un noto avvocato di Milano. Si trova lì per le insistenze di Sofia, sua vicina di casa, donna bellissima e maliziosa che, forse proprio da quell’appartamento, sta ricevendo diverse telefonate minatorie.

Viene subito avviata un’indagine non ufficiale, con il chiaro intento di tutelare il legale, alto papavero legato al mondo politico milanese. Per l’incarico il questore Salvatore Nardò sceglie Micuzzi, in cambio di un possibile reintegro del commissario nelle sue funzioni. Un ricatto in piena regola, al quale Micuzzi non può sottrarsi, pena essere assegnato in pianta stabile alla burocrazia di quartiere.

In una Milano a cui la pioggia non concede requie, Micuzzi comincia a indagare “senza rete”, fra escort d’alto bordo, finanziamenti europei e intrighi politico-istituzionali. Lo spalleggiano i collaboratori di sempre – gli ispettori Lariccia, Teneriello e Salada – e l’inossidabile agente Rosaria Della Vedova. A complicare le cose, una donna fatale identica a Marylin Monroe che, contro ogni logica, sembra voler sedurre proprio lui.

Un’indagine in cui tutti giocano una doppia partita ben oltre qualsiasi codice, etico o penale che sia.

Il booktrailer

L’autore