“RITRATTO DELL’INVESTIGATORE DA PICCOLO” (TEA) – La parte di Marco Vichi

Ritratto dell’investigatore da piccolo” (TEA)

A cura di Massimo Cassani

IN LIBRERIA DAL 23 FEBBRAIO

Con racconti di Erica Arosio e Giorgio Maimone, Massimo Cassani, Elda Lanza, Hans Tuzzi, Marco Vichi.

Ritratto dell'investigatore da piccolo
Ritratto dell’investigatore da piccolo

Cinque scrittori (più uno) noti per i loro romanzi gialli e noir (ma non solo) dalla cui penna sono usciti personaggi seriali amati dal pubblico e ora raccontati nella loro dimensione infantile, prima che tutto cominciasse.

Greta e Marlon (Arosio&Maimone), Micuzzi (Cassani) Gilardi (Lanza), Melis (Tuzzi), Bordelli (Vichi): quali sono stati gli episodi che hanno plasmato i loro caratteri e la loro formazione umana che forse hanno influenzato il loro mestiere da grandi? Avvocati, investigatori privati, commissari, vicequestori fotografati in una veste insolita per i lettori. Che cosa c’è di loro, da adulti, già presente quando erano piccoli? Lo si scoprirà in questo viaggio nel passato, in un’Italia lontana da quella di oggi, ma ben presente nella memoria o nell’immaginario degli autori.

 

 

 

Il segreto di Ermelinda

di Marco Vichi

È il 1919, Franco Bordelli ha nove anni. All’ultimo piano del palazzo dove abita con i genitori, vive una vecchia zitella di novant’anni. I due stringono una singolare amicizia, finché un giorno Ermelinda annuncia che sta per lasciare questo mondo, consegna al piccolo addoloratissimo Franco uno scrigno e gli dice di aprirlo soltanto dopo che lei sarà morta. Ermelinda si toglie la vita quella notte stessa. Bordelli apre lo scrigno e trova le istruzioni di Ermelinda, che eseguirà con convinzione, dissotterrando senza saperlo un’antica storia familiare seppellita dal tempo.

Marco Vichi
Marco Vichi

Marco Vichi è nato nel 1957 a Firenze e vive nel Chianti. Presso Guanda ha pubblicato i romanzi: L’inquilino, Donne donne, Il brigante, Nero di luna, Un tipo tranquillo, La vendetta, Il contratto, La sfida, Il console; le raccolte di racconti Perché dollari?, Buio d’amore, Racconti neri; la serie dedicata al commissario Bordelli: Il commissario Bordelli, Una brutta faccenda, Il nuovo venuto, Morte a Firenze, La forza del destino, Fantasmi del passato; la graphic novel Morto due volte, con Werther Dell’Edera, e la favola Il coraggio del cinghialino. Ha inoltre curato le antologie Città in nero, Delitti in provincia, È tutta una follia, Un inverno color noir, Scritto nella memoria. Ha pubblicato altri romanzi e racconti con Salani, Mondadori, Einaudi e molti altri editori. Il suo sito internet è www.marcovichi.it.

“Ritratto dell’investigatore da piccolo” (TEA) – La parte di Hans Tuzzi

Ritratto dell’investigatore da piccolo” (TEA)

A cura di Massimo Cassani

IN LIBRERIA DAL 23 FEBBRAIO

Con racconti di Erica Arosio e Giorgio Maimone, Massimo Cassani, Elda Lanza, Hans Tuzzi, Marco Vichi.

Ritratto dell'investigatore da piccolo
Ritratto dell’investigatore da piccolo

Cinque scrittori (più uno) noti per i loro romanzi gialli e noir (ma non solo) dalla cui penna sono usciti personaggi seriali amati dal pubblico e ora raccontati nella loro dimensione infantile, prima che tutto cominciasse.

Greta e Marlon (Arosio&Maimone), Micuzzi (Cassani) Gilardi (Lanza), Melis (Tuzzi), Bordelli (Vichi): quali sono stati gli episodi che hanno plasmato i loro caratteri e la loro formazione umana che forse hanno influenzato il loro mestiere da grandi? Avvocati, investigatori privati, commissari, vicequestori fotografati in una veste insolita per i lettori. Che cosa c’è di loro, da adulti, già presente quando erano piccoli? Lo si scoprirà in questo viaggio nel passato, in un’Italia lontana da quella di oggi, ma ben presente nella memoria o nell’immaginario degli autori.

 

 

 

Il fico egoista

di Hans Tuzzi

Liguria, giugno 1951. Il piccolo Norberto Melis è ospite nella villa del nonno, a Nervi, dopo aver bruscamente interrotto in anticipo l’anno scolastico. Perché? Nel giardino che ai suoi occhi è quasi una magica giungla, seguendo l’istinto, affidandosi alla particolare, discrepante logica del pensiero infantile, Norberto intuisce che a questa decisione non è estraneo l’arrivo a scuola dei carabinieri. Certo, non erano venuti per lui ma per il suo amico Francesco, e per accompagnarlo dalla nonna, nulla più. Eppure… E poi, perché un altro carabiniere, piccolo e grasso, viene a trovare il nonno? E perché il vecchio Aly, che sta al nonno come Kammamuri sta a Yanez, fra una deliziosa limonata e una fiaba che narra di luoghi lontani, elude abilmente ogni domanda?

Così, nella sua obliqua ricerca della verità, Norberto capisce che anche gli adulti dicono le bugie, se pure a fin di bene. E che in quel mare uguale a una lastra d’acciaio non fanno naufragio soltanto le navi, ma anche i sogni, l’innocenza, l’infanzia.

Hans Tuzzi
Hans Tuzzi

Hans Tuzzi, autore di saggi di storia del libro e di apprezzati romanzi (Vanagloria; Morte di un magnate americano; Il Trio dell’arciduca, Il sesto Faraone) è noto al pubblico per il ciclo di romanzi polizieschi che hanno a principale protagonista il vicequestore Norberto Melis, editi da Bollati Boringhieri.  Il nuovo romanzo con Melis è atteso per marzo 2017.

“Ritratto dell’investigatore da piccolo”/La parte di Massimo Cassani

Ritratto dell’investigatore da piccolo” (TEA)

A cura di Massimo Cassani

IN LIBRERIA DAL 23 FEBBRAIO

Con racconti di Erica Arosio e Giorgio Maimone, Massimo Cassani, Elda Lanza, Hans Tuzzi, Marco Vichi.

Ritratto dell'investigatore da piccolo
Ritratto dell’investigatore da piccolo

Cinque scrittori (più uno) noti per i loro romanzi gialli e noir (ma non solo) dalla cui penna sono usciti personaggi seriali amati dal pubblico e ora raccontati nella loro dimensione infantile, prima che tutto cominciasse.

Greta e Marlon (Arosio&Maimone), Micuzzi (Cassani) Gilardi (Lanza), Melis (Tuzzi), Bordelli (Vichi): quali sono stati gli episodi che hanno plasmato i loro caratteri e la loro formazione umana che forse hanno influenzato il loro mestiere da grandi? Avvocati, investigatori privati, commissari, vicequestori fotografati in una veste insolita per i lettori. Che cosa c’è di loro, da adulti, già presente quando erano piccoli? Lo si scoprirà in questo viaggio nel passato, in un’Italia lontana da quella di oggi, ma ben presente nella memoria o nell’immaginario degli autori.

 

 

 

Il libraio

di Massimo Cassani

Pasqua 1976, mentre la primavera sta facendo sentire il suo profumo anche nella case di Milano, al piccolo amico di Sandrino Micuzzi – futuro commissario di Polizia – muore lo zio preferito: stava leggendo una rivista immerso nell’acqua della vasca da bagno. La moglie sentenzia che la colpa del decesso è proprio in quella lettura “proibita” e il bambino – rampollo di una ricca famiglia di costruttori e colpito da un mistero di cui non sa darsi spiegazione – ruba la rivista per esaminarla insieme al Sandrino, suo compagno di villeggiatura nella casa colonica alle pendici delle Prealpi. E’ forse questa la prima indagine del commissario Micuzzi, già allora stralunato sognatore e innamorato delle storie di Jules Verne, poi sostituite da adulto dagli amati Urania. Ma la fantasiosa e rocambolesca inchiesta dei due bambini, svolta proprio nella bella casa immersa nel verde lontano da Milano, incontra più di una difficoltà. Il mistero verrà risolto trent’anni dopo rivelando una di quelle verità che non rendono felici.

 

Massimo Cassani
Massimo Cassani

Massimo Cassani, giornalista e scrittore, è autore della serie di romanzi con protagonista il commissario Micuzzi (Sottrotraccia, Pioggia battente, Zona franca e Soltanto silenzio) editi da TEA.

Per l’editore Laurana ha pubblicato Un po’ più lontano (dedicato ai temi della solitudine e dell’agnizione di identità), Mistero sul lago nero (un divertisment che ricalca in chiave umoristica gli stilemi del genere hard boiled) e ha partecipato con un racconto autobiografico al volume collettaneo La formazione dello scrittore insieme a – fra gli altri – Tullio Avoledo, Raul Montanari, Giulio Mozzi e Alessandro Zaccuri.

Per il 2017 è prevista la pubblicazione di una guida pratica dedicata ai principi utili allo sviluppo narrativo di storie a partire da un’idea di base.

Collabora con la Bottega di narrazione – Scuola di scrittura creativa di Laurana, diretta da Giulio Mozzi  con Gabriele Dadati.

 

IN LIBRERIA DAL 23 FEBBRAIO

“Mistero sul lago nero” e le enigmatiche albergatrici

"Mistero sul lago nero" di Massimo Cassani
Mistero sul lago nero (Laurana)
Mistero sul lago nero

Capitolo 22

Sparizioni, apparizioni, enigmatiche albergatrici.
Sembra un gioco di prestigio. Ma qui le magie
non c’entrano. Ci sono troppe persone
che non la raccontano tutta.

La mia cliente aveva ragione. Trovare un taxi in quel posto era più difficile di un tredici alla Sisal. Non ho idea di quante rosse abbia consumato fino al filtro prima che qualcuno rispondesse al numero gentilmente fornito dai cuginetti dell’Arma. Alla fine la macchina è arrivata. Il tassista sembrava un muto. Si è fatto dire dove volevo andare e stop, neppure una parola. Neppure io ero troppo in vena di chiacchiere, bisogna ammetterlo.
Non ero in una bella situazione, amici, nossignore, era vero. Mentre passavamo davanti al cartello Mirate al Lago ho capito che la mia permanenza lì non poteva finire in quel modo, anche se la mia cliente era al momento ko. Cliente ko, cuginetti dell’Arma alla costole, sebbene avessimo firmato una specie di pace armata, ma soprattutto terra bruciata intorno. Non avevo appoggi, non avevo amici. Il taxi mi ha lasciato davanti al Poggio del Diavolo, ho pagato e sono sceso.
La mia albergatrice era al bancone. Non l’ho neppure salutata. Le ho chiesto a bruciapelo: “Dov’è?”
“Chi?
“Non chi, cosa: la mia Berta!”
“La sua che?”
“La mia pistola”.
“Non ce l’ha con sé?”
“Nient’affatto. Era in camera”.
“Ah. Allora o è ancora in camera o se la saranno presa i carabinieri. Sono stati qui stamattina. La stanno cercando”.
“Lo so. E mi hanno trovato. Quello che non hanno trovato è la mia pistola. Lei non aveva nessun diritto di farli entrare in camera mia senza un mandato”.
“Con la Benemerita bisogna saper tenere buoni rapporti”.
“Tante grazie”, ho detto e ho preso le scale.
“Prego”, le ho sentito dire. “E la chiave?”
Sono tornato indietro e gliel’ho afferrata dalle mani inanellate. Ho fatto i gradini a due a due. I dolori sembravano spariti. Solo un pochetto all’anca, ma una roba trascurabile. Ho spalancato la porta e mi sono messo a cercare ovunque la mia Berta: dentro l’armadio, sopra l’armadio, nello sciacquone del bagno, sotto il letto. Niente da fare. Berta sparita, porca paletta! Ho guardato nel cassetto del comodino. Da non credere! La Berta era lì che sonnecchiava. Ho allungato la mano, l’ho presa e ho controllato il caricatore.

“Mistero sul lago nero” di Massimo Cassani è disponibile in tutte le librerie e nelle librerie on line.

Per esempio qui

E anche qui.

Ma anche qui.

Volendo anche qui.

Mistero sul lago nero (Laurana)
Mistero sul lago nero

 

 

 

 

 

 

 

 

"Mistero sul lago nero"

“Mistero sul lago nero”, di Massimo Cassani: il perché di un romanzo

"Mistero sul lago nero" Cassani

“Mistero sul lago nero” di Massimo Cassani 

La tradizione in cui si inserisce il romanzo

 

Mistero sul lago nero (Laurana)
“Mistero sul lago nero” di Massimo Cassani. L’immagine di copertina è di Angela Varani.

Qualcuno – a torto o a ragione – ritiene che le vette letterarie raggiunte dagli scrittori fondativi del genere che in Italia passa sotto la definizione-ombrello di “giallo” non sia mai più stato raggiunto. Tutto ciò che è seguito dopo la lezione di Dashiell Hammett (1894-1961), William Kiley Burnett (1899-1982) e, soprattutto, Raymond Chandler (1888-1959, nella foto) sarebbe stata soltanto una sequela di tentativi di emulazioni, o meglio, di variazioni sul tema, seppure declinate con inventiva e indubitabile cura di personaggi e ambientazioni (e non soltanto sul crinale dell’hard boiled).

"Mistero sul lago nero" di Massimo Cassani
Raymond Chandler

Stiamo parlando di romanzi usciti nella prima metà del Nocevento: “Il falcone maltese” di Hammet è del 1930, Giungla d’asfalto di Burnett è del 1949, Il lungo addio di Chandler e del 1953. Un genere, quindi, che avrebbe raggiunto la sua massima maturità espressiva in poco meno di un secolo, se si pensa che i primi significativi esempi sono del 1841 (“I delitti della rue Morgue” di Edgar Allan Poe) e del 1887 (“Uno studio in rosso” di Arthur Conan Doyle). Se si escludono i fenomeni Agatha Christie e il George Simenon del commissario Maigret, pochi altri autori quindi sarebbero stati in grado di attribuire al genere un’originalità e una dignità letteraria al pari delle opere non di genere della storia delle letteratura internazionale (fra questi, va sicuramente ricordato James Ellroy (nella foto), con la sua produzione striata di ossessioni).

"Mistero sul lago nero" di Massimo cassani
James Ellroy

Non è un caso se due grandi scrittori come Friedrich Dürrenmatt, prima, e Osvaldo Soriano (nella foto), poi, abbiano reso omaggio al genere con due opere “di non ritorno”, quali “La promessa” (il cui suggestivo sottotitolo, “Un requiem per il romanzo giallo”, la dice lunga) e Triste, solitario y final, nei quali la narrazione non giunge ad alcun risultato investigativo (come del resto accade ne “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”, di Carlo Emilio Gadda, nella foto).

"Mistero sul lago nero" di Massimo Cassani
Carlo Emilio Gadda
"Mistero sul lago nero" di Massimo Cassani
Osvaldo Soriano

Il perché del romanzo

“Mistero sul lago nero” (Laurana, 2015) di Massimo Cassani nasce appunto dalla consapevolezza che se le urgenze da cui sono nate le opere fondative non sono più ripetibili, allora una possibile strada percorribile è quella di una sorta di emulazione consapevole a partire dal protagonista del romanzo, il detective privato milanese Mario Borri, che – in chiave umoristica – sembra essere la fotocopia in minore del Philippe Marlowe di Chandler o del Sam Spade di Hammet – quest’ultimo portato sullo schermo anche da Humphrey Bogard nel 1941, con la regia di John Huston. Peccato che al nostro Mario Borri manchi tutto del Bogard in bianco e nero: dal physique du rôle all’aria ruvida e vissuta del suo modello (nonostante il Borsalino in testa, la sigaretta sempre accesa all’angolo della bocca e la spiccata attitudine al bicchiere).

“Mistero sul lago nero” è chiaramente un divertisment dai riferimenti colti dove, tuttavia, la presa in giro riguarda soltanto il protagonista e non le aspettative del lettore al quale viene offerta una narrazione in cui il disvelamento del mistero segue i binari di un’indagine vera, fatta di “gambe e di cervello” e colpi di scena improvvisi, così come dev’essere in un puro romanzo di genere.

"Mistero sul lago nero" di Massimo Cassani
Massimo Cassani

La trama di “Mistero sul lago nero”

Che triste autunno, questo autunno, per il detective privato Mario Borri, 65 anni d’età per 165 centimetri d’altezza. La pensione è alle porte. E mentre sta provando inutilmente ad ammorbidire il magone per l’ormai imminente addio alle armi con qualche dose non troppo sparagnina di Jack Daniel’s liscio, si presenta nel suo ufficio una sventola dai capelli fulvi che gli propone un lavoretto all’apparenza facile facile. Non a Milano, però: in un paese lacustre lontano dalla sua amata città. Dove muoversi, per lui, è come camminare sulle uova.

"Mistero sul lago nero" di Massimo Cassani
“Mistero sul lago nero” di Massimo Cassani (photo by Grazia Napoli)

E quello che sembrava un lavoretto facile facile si dimostra più intricato di quanto si potesse immaginare. Fra incontri con cinghiali, guardiani di cinghiali, suore color carciofo e suore ciccione, vecchietti con e senza cappello, albergatrici settantenni ex cantanti di night, baristi arcigni, carabinieri occhiuti e preti ottuagenari dalla visionarietà biblica, l’ultima avventura di Borri si colora di toni imprevedibili e umoristici.

Alla fine, però, il bene trionfa…o quasi.

L’autore

       Massimo Cassani, giornalista, è nato a Cittiglio, in provincia di Varese, nel 1966 e vive a Milano da quasi trent’anni. “Mistero sul lago nero” è il suo sesto romanzo. Ha esordito nella narrativa con “Sottotraccia” (Sironi 2008/TEA 2015), primo episodio della serie con protagonista il commissario Micuzzi, cui sono seguiti “Pioggia battente” (Sironi, 2009/Mistery Italia – Il Sole 24 ORE/2013, TEA, 2014), “Zona franca” (TEA, 2013) e “Soltanto silenzio” (TEA, 2014). Per Laurana ha pubblicato nel 2010 “Un po’ più lontano”, dedicato ai temi della solitudine e all’agnizione d’identità. Nel 2015 ha partecipato con un racconto autobiografico all’opera collettanea dal titolo “La formazione dello scrittore” (Laurana) in cui compaiono scritti, fra gli altri, di Tullio Avoledo, Raul Montanari e Alessandro Zaccuri.

Dal 2010 collabora con “La Bottega di narrazione” di Laurana, condotta da Giulio Mozzi e Gabriele Dadati.

“Mistero sul lago nero”: un pensiero distonico mi si è conficcato nella testa

"Mistero sul lago nero" Cassani

Dopo aver parcheggiato nel box, la sorellina ha aperto il baule e ha tirato fuori il suo trolley. Grande sangue freddo, la ragazza, mi sono detto: prima di fuggire aveva avuto pure la prontezza di portarsi via il bagaglio da casa. Sì, be’, bella forza, tanto c’ero io a tenere occupato il suo manzetto, stretto com’ero fra lui e quel cornuto di cinghiale. Ho mandato un bacio a distanza alla mia Berta che, ancora una volta, mi aveva tolto dagli impicci e che ora se ne stava momentaneamente parcheggiata nello sciacquone del Poggio del Diavolo – ciao, Berta, ti voglio bene, ho sussurrato.
Ho lasciato che la sorellina percorresse il vialetto dei lampioni a forma di fungo – non si sono accesi al suo passaggio, evidentemente di giorno avevano l’ordine di starsene buoni – e quando è entrata in casa, sono uscito dal mio nascondiglio e ho ripreso la sterrata. Ma un pensiero distonico mi si è conficcato nella testa.

 

“Mistero sul lago nero” (Laurana) di Massimo Cassani, è disponibile in libreria e nelle librerie on line. Per esempio, qui.

23bn

Mistero sul lago nero (Laurana)
“Mistero sul lago nero” di Massimo Cassani. La foto dell’autore è di Dario De Andrea, l’immagine di copertina è di Angela Varani.

“Mistero sul lago nero” e la saggezza del canuto sacerdote

Mistero sul lago nero
Mistero sul lago nero (Laurana)
“Mistero sul lago nero” (Laurana, 2015)

Il canuto sacerdote mi ha fatto segno di avviarmi al confessionale. Ho ubbidito, sono entrato nel buio del sacro loculo e mi sono inginocchiato, aspettando di intuire il suo profilo dietro la grata. Fino a quel momento non aveva aperto bocca. Ho sentito il legno lamentarsi come una goletta e ho capito che il canuto sacerdote era entrato pure lui. Dopo un attimo di silenzio ho udito la sua voce cavernosa pronunciare le parole della sigla: “Nelnomedelpadredelfiglioedellospiritosantoamen”.
“… amen”, ho risposto.
“Dimmi, figliuolo”, ha detto con un timbro da baritono stanco.
Ho esordito così: “Ho peccato”, e mi è parso un buon inizio.
“Tutti pecchiamo”, ha risposto il canuto sacerdote e ha sospirato, un sospiro lungo, rassegnato, paziente. Quando il mantice si è svuotato, ho ripreso con tono incerto, cercando di tirare a mente certi lontani ricordi della dottrina: “Ho… ho nominato il nome di Dio invano… mi sono scordato di santificare le feste… ho commesso atti impuri… ho desiderato la roba d’altri… ho desiderato pure la donna d’altri…”, e via dicendo, poi la memoria mi ha mollato, ma mi sembrava di aver già detto abbastanza. Così ho abbassato il capo e sono stato zitto in attesa di una reprimenda e del conseguente perdono.
La cavernosità della sua voce mi ha raggiunto poco dopo, pareva venire dal centro della Terra: “Così poco?”, ha sillabato, “Pensavo peggio…”.

Disponibile in libreria e anche qui

"Mistero sul lago nero"

“Mistero sul lago nero” di Massimo Cassani (Laurana)/1

Mistero sul lago nero (Laurana)

“Un po’ di malinconia mi stava venendo, amici miei, ve lo devo confessare. Ma stavo provando ad ammorbidirla con due dita di Jack Daniel’s liscio, sorseggiate con calma, le gambe allungate sulla scrivania, lo sguardo al soffitto. Nell’intonaco annerito dal fumo di sigaretta si intrecciavano svincoli di ipnotiche e tortuose fessure scavate dal tempo.
Ero solo, tolta una cimice che sgambettava sul vetro della finestra con addosso soltanto qualche goccia di Chanel N°5. Stavo lì senza far niente, aspettavo e basta. Ho sempre adorato star lì, senza far niente, aspettando e basta, ma quella volta la malinconia mi stava rovinando il mio passatempo preferito.
È stato al secondo sorsetto che dietro la porta smerigliata dell’ufficio ho visto il profilo di una donna, il naso perfetto e la chioma vaporosa ingigantita come un’ombra cinese. Per un attimo – ma soltanto per un attimo – mi sono vergognato che il vetro avesse nel mezzo una crepa inelegante.
L’ombra se n’è rimasta immobile per qualche secondo, come un fotogramma di un film. Intuivo una mano sul pomello e immaginavo due occhi splendidi leggere la scritta “Mario Borri – Investigazioni”. Ho preso un terzo sorsetto e ho tirato giù i piedi dalla scrivania. In presenza di una bella signora so essere fine, e chi afferma il contrario è un bugiardone spudorato”.

L’immagine di copertina è di Angela Varani

Mistero sul lago nero (Laurana)
Mistero sul lago nero

 

 

MASSIMO CASSANI_n

“Mistero sul lago nero” (Laurana) di Massimo Cassani può essere acquistato anche qui.

In libreria il tascabile di “Zona franca” (TEA)

L’alba di Milano è un preludio che dura un amen. E proprio poco prima di quell’amen, qualcuno uccide Luigi Pecchi detto Gigi Sciagura, un ottuagenario stralunato e inoffensivo che predica in giro per Milano la necessità di abbattere il Duomo. Ma chi ha deciso di farlo fuori con tre proiettili parabellum sparati da una pistola da guerra? Davvero quell’imprenditore edile contro cui Sciagura lancia i suoi strali? Oppure i parenti interessati a ereditare la casa di via Padova? Oppure ancora un misterioso personaggio che con Sciagura ha condiviso l’adolescenza e il primo amore durante la Guerra? O forse qualcuno che voleva impossessarsi del suo misterioso tesoro? A queste domande dovrà dare una risposta il commissario Micuzzi, investigatore pigro e smemorato, silurato dalla Questura e parcheggiato al commissariato Città Studi. Tra le rinnovate avance della ex moglie, un brutale pestaggio di un’amica giornalista, l’incontro con una simpatica danzatrice, morti sul lavoro e traffico di stupefacenti, il commissario Micuzzi conduce personaggi e lettori alla scoperta di una Milano popolare e multietnica che brulica incessante lungo i marciapiedi di via Padova.

 

In libreria o anche qui

Aspettando che spiova (“Soltanto silenzio”, Tea)

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Il cielo scuro vomita un bombardamento di acqua, anidride carbonica e polveri sottili in una guerra metropolitana combattuta sul confi ne fra centro e periferia, sul campo di battaglia di piazzale Loreto che divide una Milano dal l’altra; perché di Milano ce n’è più d’una, ce n’è più di due, ce n’è più di enne. Micuzzi sta sotto la pioggia, inerme, sgambettante come un pendolare incazzato e triste, fiondato verso una delle stazioni della città dove ogni giorno si perpetua il rito senza
fine delle partenze e degli arrivi.
Una quarantina di passi all’obiettivo.
Le gocce sembrano stiletti di metallo che tempestano la sua testa rossiccia e cespugliosa e si infilano chissà come dentro il collo e, se fossero acuminati, lascerebbero graffi rossi e turgidi di sangue.Una trentina di passi all’obiettivo.
Il piazzale è un concerto cacofonico di clacson isterici, bloccato più del solito. Il marciapiede pare insaponato, pozzanghere scure assomigliano a pozzi artesiani che conducono a certi antipodi di Milano, dove non piove così, non ci sono tante macchine così, non ci si bagna così. Una ventina di passi all’obiettivo. Micuzzi ormai è una spugna infreddolita, muove le gambe senza accorgersi di farlo, i pantaloni sono una seconda pelle fastidiosa: acqua nei capelli, sulle ciglia, acqua che annega i piedi dentro le scarpe sconfitte dall’assalto. Una decina di passi all’obiettivo. L’ingresso della metro è un approdo possibile e vicino, è un faro, un focolare acceso. Il commissario scorge l’imbocco delle scale deserte, lucide, pericolose e vorrebbe accelerare il passo, ma evita di farlo perché sa che un osso rotto, una caviglia spezzata sono più fastidiosi di quella pioggia che non accenna a diminuire, anzi continua con cocciutaggine asinina, ubbidiente a quelle nuvole ormai invisibili nel cielo buio che si vogliono sgonfiare fino all’ultimo sputo. Cinque passi all’obiettivo. Quattro passi all’obiettivo. Tre passi all’obiettivo. Due passi all’obiettivo. Un passo all’obiettivo
Micuzzi si blocca prima di affrontare la vischiosità del primo gradino. Davanti ai suoi occhi, laggiù, in fondo a quello che doveva essere un approdo, un traghetto sotterraneo verso
casa, laggiù, dietro uno spesso fi ltro d’acqua che pare un cellophane rilucente, laggiù, in un buio  di quasi casa, laggiù, una greca metallica, scura e inibente, blocca la vista verso il tunnel della metro. Una grata, che sa di ruggine, unto e cattivo odore, blocca l’ingresso e l’uscita, perché « una e la stessa è la via all’insù e la via all’ingiù ». Il commissario si domanda il perché di quella grata, di quell’occlusione ermetica, villana, stronza anche, e perché gli è venuto in mente proprio adesso quel filosofo studiato al liceo che, senza troppi conti da fare, non c’entra un sacranone ed è inutile casomai.
Lo sciopero dei mezzi. Sia di quelli di superficie sia di quelli che sferragliano nella viscere umide della città. Ecco il perché di quella congestione esagerata su piazzale Loreto, di quel traffico costipato. E Gaetano glielo aveva pure detto dello sciopero. Gaetano che ora chissà cosa sta facendo, ma di sicuro qualcosa di piacevole, magari ancora nel suo ufficio a fumare tranquillo una sigaretta di quei pacchetti da dieci; op pure a casa, disteso su un morbido sofà con il telecomando in mano a guardare qualche tiggì che racconta della pioggia sul nordovest, della pioggia su Milano e del black-out dei mezzi pubblici nel capoluogo da far andar fuori di testa.
Quattro falcate veloci, di tacco, verso il palazzo più vicino,
aderente al muro come una pellicola per il forno. Lì il commissario vorrebbe avere tempo per pensare, perché pensare in fretta non è mai stato il suo forte, nella vita e neppure nelle inchieste. Ma la pioggia battente non gli lascia margini, e lui già si vede strisciare imbibito d’acqua lungo le facciate dei palazzi come un ladro di notte, cercando riparo in quei pochi portoni aperti che di solito a Milano schiudono spiragli su cortili segreti, verdi, geometrici e antichi, belli da guardare e
respirare. Belli e irraggiungibili, come è bella e irraggiungibile la speranza che spiova, e spiova in fretta.

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Su quel percorso già lo sa che la malinconia lo accompagnerebbe e anche il ben noto senso di sconfitta per essere quello che è: distratto, mai previdente, trombato dalla Questura,
mandato al confino in quella specie di commissariato in riva a via Padova, obbligato dal Kapò a fare ciò che non vuole e dalla ex moglie a fare ciò che mai vorrebbe per tutta la ricchezza della Brianza. Sentendo addirittura crescere una vaga umiliazione per essere stato compreso fino all’ultima
goccia di anima nel suo imbarazzo da uno come Gaetano, baffetti perfetti, ufficio perfetto, business perfetto, prossimo matrimonio perfetto. Tutto questo entrerebbe in quel tragitto epico per disperati e distratti: vita e non vita, lavoro e affari privati, maschi e femmine, pioggia e sole (al momento quest’ultimo colpevolmente latitante).

Foto di Roberta Nanni

“Soltanto silenzio” (TEA)

di Massimo Cassani

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“Zona franca” – Arrivi (Primo capitolo)

di Massimo Cassani

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Benito Marabelli era un uomo disarmato.
Procedeva lento, le mani nelle tasche del soprabito chiaro, lo sguardo fisso e una punta, ma solo una punta, di debolezza. Dietro di lui, un biondino con il viso da tiraschiaffi trascinava due grandi valigie austere, colori scuri, maniglie robuste. Lo seguiva con la faccia incazzosa dei servi.
Milano Malpensa. Aeroporto.
I neon abbagliano il verde e il giallo degli interni. In quei corridoi, alti all’infinito come chiese gotiche e percorsi da un’entropia umana diretta da qualche parte e proveniente da chissà dove, si può essere ovunque. Non per forza qui: a Milano Malpensa. Aeroporto.
Benito Marabelli era un uomo disarmato.
Si era imbarcato all’Aeropuerto de Ezeiza di Buenos Aires su un volo delle Aerolineas Argentinas per Madrid e da lì
aveva preso un aereo della Iberian diretto a Milano, dove l’avevano accolto i neon globalizzati di Malpensa.
Benito Marabelli era un uomo disarmato.
Camminava un po’ ricurvo, l’eleganza di chi sa scegliere, i capelli bianchi, ancora folti, morbidi, pettinati al l’in dietro, come se fosse appena uscito dal barbiere. Si avviava verso le porte a vetri, verso i taxi che dalle brume
di Malpensa avrebbero portato pacchi umani con valigie al seguito, a Milano.
Benito Marabelli era un uomo disarmato.
Ma per uccidere qualcuno non occorre girare armati. Basta
essere convinti. Perché la ruggine non dorme mai.
Benito Marabelli era un uomo disarmato.
Era convinto.
E voleva uccidere qualcuno.
«Taxi!»

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“Zona franca” (TEA) di Massimo Cassani
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“Ma non ne parlerò mai, con nessuno…”

da “Un po’ più lontano
di Massimo Cassani

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Ogni sera, verso l’ora del tramonto, esco di casa e vado a sedermi su uno spuntone di roccia scura, che sembra lo scoglio di una sorta di antiLuna, vicino al grande campo coltivato a capperi che vedo dalla camera da letto, quando alla mattina apro le imposte. Il sole sembra un’albicocca che scivola veloce incontro all’orizzonte. Chi non ha mai visto tramontare il sole sul mare non può immaginare quanto tutto si svolga così in fretta. Bisogna sgranare gli occhi, stare in silenzio, concentrarsi, non farsi distrarre dall’ultimo frammento rutilante che scompare oltre il confine del non visibile. Ma non è difficile. Qui non ci sono cartelloni che pubblicizzano dentifrici. Non c’è Iaia e neppure il suo pungiglione.
Tutte le sere rimango in attesa di un segno, del segno. Di quel raggio verde, the green flash, le rayon vert, el rayo verde (inglese, francese, spagnolo), di quel lampo fugace, quasi impercettibile, preludio di un desiderio che si potrà avverare.
Se mai ci riuscirò, se mai anch’io sarò capace di vedere quel raggio, esprimerò il mio personale desiderio e saprò leggere in trasparenza me stesso e gli altri. Ma se ciò accadrà, quando ciò accadrà, ammesso che accadrà, so che non ne parlerò mai.
Con nessuno.

“Il giorno dopo richiamai l’architetto…”

(tratto da “Un po’ più lontanodi Massimo Cassani)

Milano. Agosto. Dieci e mezzo circa di mattina.
In teoria non avrei dovuto lavorare. Era sabato. E da quando mi ero messo a fare il traduttore free lance – cioè da sempre, dalbacio accademico in poi – al sabato non lavoravo. Mi ero dato un ordine preciso, per non perdermi fra i trabocchetti della casa: televisione, radio, frigorifero. Giornate di lavoro prestabilite: lunedì-venerdì. E orari certi: nove-tredici, quattordicidiciotto e trenta. Spesa, pulizie, fila in posta, varie ed eventuali: confinate al fine settimana, come un normale lavoratore dipendente. Deroghe, solo per gli straordinari e per gli eventi eccezionali.
I documenti da tradurre, per fortuna, arrivavano a cadenza regolare. Una volta al mese, così potevo organizzarmi con relativa calma. E poi, per me, tradurre – soldi a parte – era una specie di ergoterapia, una cura imperniata sul lavoro, che mi permetteva di tenere in ordine i pensieri.
Milano era in preda a una canicola debilitante che non mollava un minuto. Io stavo seduto nel mio angolo di lavoro, in soggiorno, e picchiettavo sulla tastiera del pc, sotto lo sventagliare lento del ventilatore. Mi piaceva tradurre? Non lo so, non lo sapevo più.
Ormai mi veniva facile e lo facevo.
Ero arrivato a quell’occupazione grazie a – o a causa di – un incontro casuale. Mi trovavo a Parigi, a una fiera specializzata in edilizia. Fino a quel momento ignoravo che esistessero rassegne dedicate alle macchine per il cantiere. Fingevo di cercare documentazione all’ufficio stampa.
Qualcuno mi chiese se ero un giornalista.
Risposi di no.
Se ero un imprenditore.
Risposi di no.
Ingegnere.
Neanche.
Raccontai una parte di verità: ero un traduttore. Questo qualcuno era un architetto di Roma e dirigeva un centro di ricerche nel mercato delle costruzioni. Stavano cercando collaboratori specializzati perché erano entrati in un network internazionale. Io non ero affatto specializzato in quel settore, ma se l’avessi ammesso a quel punto avrei subito il legittimo disorientamento del mio interlocutore. E io dovevo evitare a chicchessia di chiedere, approfondire. Dovevo osservare, non essere osservato. Indagare, non essere indagato. Capire, non essere capito.
Ero lì perché stavo seguendo una persona, un distributore di macchine per l’edilizia che aveva rapporti con la Corea. E chi mi aveva mandato voleva tenerlo d’occhio. Il mio uomo era entrato nell’ufficio stampa e si era seduto su un divanetto. Era sudato. Si asciugava la fronte con il fazzoletto e si guardava in giro, quasi
fosse davvero un giornalista che aveva finito i suoi giri e si stava riposando. Sapevo che non era così. Stava aspettando qualcuno. Ci restò per quasi un’ora, facendosi aria con il fazzoletto e sbuffando ogni volta che guardava l’orologio. Io facevo finta di leggere la documentazione infilata negli espositori: schede-prodotto, brochure, comunicati stampa. In tutte le lingue. Fingevo, ma pareva facessi sul serio, di essere interessato a quella roba. Fu in quel frangente che l’architetto di Roma mi avvicinò. “Lei è italiano,
vero?”, mi chiese. “L’ho capito dall’abito”.
Non potevo liquidarlo. Non potevo scaricarlo così. Cominciammo a conversare. Conversavo e nello stesso momento
tenevo d’occhio il mio uomo. Quell’architetto mi raccontò del network. Mi disse, appunto, che stavano cercando collaboratori, meglio se giornalisti specializzati e poliglotti perché dovevan integrarsi meglio con gli altri centri. Quando gli raccontai che ero un traduttore si fermò un attimo a riflettere. Infine annuì. Potevo fare al caso suo. “Se poi se ne intende…”
Dunque, dissi di sì, che ero specializzato e che conoscevo alla pefezione tre lingue (questo, almeno questo, era vero) inglese, francese, spagnolo. Nessun guizzo di fantasia, che so, giapponese, russo, swahili. No: solo inglese, francese e spagnolo, ma con una solida padronanza di verbi, avverbi, slang, modi di dire, letteratura, autori, classici e moderni. Pomeriggi buttati nel cestino della carta, o quasi, visti gli esiti di tanto studio.
L’architetto mi diede il suo biglietto da visita. E se ne andò. Il mio uomo intanto si era mosso e stava uscendo dall’ufficio stampa. Il suo appuntamento era saltato o, forse, solo rimandato.
Non mi mossi. Un mio collega lo attendeva fuori dalla sala stampa e lo avrebbe preso in consegna.
Il giorno dopo, appena rientrato a Milano, richiamai l’architetto.

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Fuori dal circolo chiuso…

(Da “Un po’ più lontano di Massimo Cassani)

La serata finì molto tardi, poco prima delle due del mattino. Il
caldo si stava un poco attenuando e sul terrazzo si cominciava
a respirare
.
Io ero annebbiato, sebbene non pensavo si notasse più di tanto. Il Professore, invece, aveva gli occhi lucidi, quasi febbrili, sembrava addirittura eccitato. I primi ad alzarsi in piedi, imitati dagli altri, furono i Grecchi. Lei neppure mi salutò.
Lui, Rosario Grecchi, con la sua Lacoste rosa senza una piega, nonostante il caldo, nonostante il sudore, nonostante l’ora, mi fece un leggero segno con il capo e un accenno di sorriso, ma senza troppa convinzione. Tutti gli altri, invece, si salutarono con allegria. Le donne baciarono le donne, anche Grecchi e il Professore baciarono le donne e si diedero una vigorosa stretta di mano e una cameratesca pacca sulla spalla. Iaia venne baciata da tutti, uomini e donne. L’unico che restò escluso da quell’incrocio di contatti fisici, neanche a dirlo, fui io, che comunque, ingessato come mi sentivo oltre che malfermo sulle gambe, non feci neppure il tentativo di entrare nel loro
circolo chiuso.

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E mentre la guardavo, pensai alla Gradiva di Jensen…

(Da “Un po’ più lontano, di Massimo Cassani, Laurana Editore)
Finito di mangiare, preparai il caffè (“Per me con tanto zucchero, grazie”, disse).
Lo bevve a piccoli sorsi, con gli occhi chiusi. Mi fissai ancora sulla sua bocca. Temetti di essere caduto anch’io nel giogo simbolico dell’archeologo di Gradiva, attratto feticisticamente dalla caviglia di una fanciulla raffigurata in un bassorilievo. Non ricordavo più con precisione l’interpretazione che Freud aveva dato, ma sicuramente quel dettaglio, la caviglia, rimandava all’infanzia di Jensen, l’autore della novella. Provai a scavare nella memoria. Quale meccanismo di riconoscimento inconscio si nascondeva dietro quella bocca?
Che quella bocca mi ricordasse mia madre?
Mia madre aveva una bocca grande come quella di Iaia?
Di lei, di mia mamma, non avevo ricordi, né della sua vita né della sua morte. Avevo congelato il dolore per la sua perdita, l’avevo messo in una teca di cristallo e, chissà, forse proprio quell’ibernamento emotivo mi aveva impedito di amare e di conseguenza, di essere amato. Gaia a parte, ma quella era stata un parentesi che sarebbe stato meglio non ci fosse stata. L’associazione fra la bocca di Iaia e quella di mia madre mi sembrò fuori luogo e mollai quel pensiero.

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