“Solo Silencio” di Massimo Cassani (Editorial Boveda)

Milán, 1 de octubre de 1978. Un domingo por la tarde, fotocopia de tantos otros, durante un partido en la parroquia de un barrio periférico, se arma la grande.El jovencísimo Aristide Mastronardi —pasión por el fútbol y un futuro de carabiniere, como su padre Salvatore—, termina en el suelo por culpa de un adversario. Pita el controvertido penalti un joven de otra parroquia milanesa: Alessandro Micuzzi, un pelirrojo desgreñado con un futuro de comisario de policía. Y mientras los jugadores, padres y primos se lían a puñetazos, cerca del campo tiene lugar un episodio aparentemente insignificante, pero relacionado con uno de los hechos más discutidos de la Italia de la posguerra. El único que repara en ello es el hermano mayor de Aristide, Gaetano, que también participa en la pelea.Más de treinta y cinco años después, el abogado americano Walter Gramble vuelve a poner sobre la mesa toda la red de misterios vinculada a aquel episodio. Y mientras el comisario asiste atónito a la enésima «sorpresa» de su exmujer Margherita y lo trasladan como escarmiento a una destartalada comisaría de las afueras de Milán, Micuzzi se ve involucrado en un asunto poco claro, afrontando las ambigüedades de la jefatura de policía y desafiando la mano invisible de los servicios secretos italianos y estadounidenses.

 

Solo silencio
“Solo silencio”

 

Editorial Boveda

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“Ritratto dell’investigatore da piccolo” (TEA) – La parte di Hans Tuzzi

Ritratto dell’investigatore da piccolo” (TEA)

A cura di Massimo Cassani

IN LIBRERIA DAL 23 FEBBRAIO

Con racconti di Erica Arosio e Giorgio Maimone, Massimo Cassani, Elda Lanza, Hans Tuzzi, Marco Vichi.

Ritratto dell'investigatore da piccolo
Ritratto dell’investigatore da piccolo

Cinque scrittori (più uno) noti per i loro romanzi gialli e noir (ma non solo) dalla cui penna sono usciti personaggi seriali amati dal pubblico e ora raccontati nella loro dimensione infantile, prima che tutto cominciasse.

Greta e Marlon (Arosio&Maimone), Micuzzi (Cassani) Gilardi (Lanza), Melis (Tuzzi), Bordelli (Vichi): quali sono stati gli episodi che hanno plasmato i loro caratteri e la loro formazione umana che forse hanno influenzato il loro mestiere da grandi? Avvocati, investigatori privati, commissari, vicequestori fotografati in una veste insolita per i lettori. Che cosa c’è di loro, da adulti, già presente quando erano piccoli? Lo si scoprirà in questo viaggio nel passato, in un’Italia lontana da quella di oggi, ma ben presente nella memoria o nell’immaginario degli autori.

 

 

 

Il fico egoista

di Hans Tuzzi

Liguria, giugno 1951. Il piccolo Norberto Melis è ospite nella villa del nonno, a Nervi, dopo aver bruscamente interrotto in anticipo l’anno scolastico. Perché? Nel giardino che ai suoi occhi è quasi una magica giungla, seguendo l’istinto, affidandosi alla particolare, discrepante logica del pensiero infantile, Norberto intuisce che a questa decisione non è estraneo l’arrivo a scuola dei carabinieri. Certo, non erano venuti per lui ma per il suo amico Francesco, e per accompagnarlo dalla nonna, nulla più. Eppure… E poi, perché un altro carabiniere, piccolo e grasso, viene a trovare il nonno? E perché il vecchio Aly, che sta al nonno come Kammamuri sta a Yanez, fra una deliziosa limonata e una fiaba che narra di luoghi lontani, elude abilmente ogni domanda?

Così, nella sua obliqua ricerca della verità, Norberto capisce che anche gli adulti dicono le bugie, se pure a fin di bene. E che in quel mare uguale a una lastra d’acciaio non fanno naufragio soltanto le navi, ma anche i sogni, l’innocenza, l’infanzia.

Hans Tuzzi
Hans Tuzzi

Hans Tuzzi, autore di saggi di storia del libro e di apprezzati romanzi (Vanagloria; Morte di un magnate americano; Il Trio dell’arciduca, Il sesto Faraone) è noto al pubblico per il ciclo di romanzi polizieschi che hanno a principale protagonista il vicequestore Norberto Melis, editi da Bollati Boringhieri.  Il nuovo romanzo con Melis è atteso per marzo 2017.

“Ritratto di investigatore da piccolo” (TEA)/La parte di Elda Lanza

Ritratto dell’investigatore da piccolo” (TEA)

A cura di Massimo Cassani

IN LIBRERIA DAL 23 FEBBRAIO

Con racconti di Erica Arosio e Giorgio Maimone, Massimo Cassani, Elda Lanza, Hans Tuzzi, Marco Vichi.

Ritratto dell'investigatore da piccolo
Ritratto dell’investigatore da piccolo

Cinque scrittori (più uno) noti per i loro romanzi gialli e noir (ma non solo) dalla cui penna sono usciti personaggi seriali amati dal pubblico e ora raccontati nella loro dimensione infantile, prima che tutto cominciasse.

Greta e Marlon (Arosio&Maimone), Micuzzi (Cassani) Gilardi (Lanza), Melis (Tuzzi), Bordelli (Vichi): quali sono stati gli episodi che hanno plasmato i loro caratteri e la loro formazione umana che forse hanno influenzato il loro mestiere da grandi? Avvocati, investigatori privati, commissari, vicequestori fotografati in una veste insolita per i lettori. Che cosa c’è di loro, da adulti, già presente quando erano piccoli? Lo si scoprirà in questo viaggio nel passato, in un’Italia lontana da quella di oggi, ma ben presente nella memoria o nell’immaginario degli autori.

 

 

 

Il mio nome è Massimo

di Elda Lanza

Max Gilardi, intervistato da Elda Lanza, racconta la propria infanzia, il passaggio dalle scuole elementari al liceo. I compagni, i “buoni” e i “cattivi”- personalità diverse, difficili da riconoscere. E la famiglia, nel contrasto di due amori inconciliabili: una madre debole e molto amata e un padre giudice e despota. Ferite che gli faranno scegliere la fuga, da adulto, verso una faticosa carriera di commissario, e che infine lo riporteranno a casa, a Napoli, e riprendere la professione di avvocato. Dirà di sé: “Sono un avvocato impiccione”. Perché l’indagine, l’analisi, l’ossessiva ricerca della verità sono dall’infanzia il principio che lo stuzzica. Come Ulisse, è il ritorno a casa la ragione di quel ritorno a Napoli. Di quella ritrovata amicizia dell’infanzia, che si consolida nella maturità e nei ricordi. Giacomo è il suo compagno di banco, il ragazzo che veniva dalla costa dei pescatori in quella scuola di lusso per raccomandazione di una zia badessa. Lui, il figlio del giudice del tribunale di Napoli. La loro amicizia nasce nel momento in cui si stringono la mano in quel primo banco dove trascorreranno insieme l’intero anno scolastico: “Mi chiamo Massimo”. “Si’, lo so chi sei…”. Massimo aiuterà il nuovo amico nei compiti. Ma anche a non confondere onestà, timori e pregiudizi. Con lui riuscirà a smascherare una ragazzata finita male. “Tu sei ancora amico mio?” “Si’, naturalmente”. “Allora anch’io”. Un patto che li riavvicinerà – uno avvocato e l’altro investigatore – in una comune sfida che continua negli anni e che si rafforza alternando professione e vita privata, amori seri e ragazzate. Sempre uno accanto all’altro, sempre uno per l’altro, pronti a giocarsi la vita. Forse l’amicizia ha bisogno di questo: una stretta di mano. Io mi chiamo Massimo.

Elda Lanza

Nota al pubblico per essere stata la prima conduttrice Rai, per oltre vent’anni – è autrice di saggi (I riti della comunicazione, Sperling; Signori si diventa, Mondadori; La tavola, De Agostini) e di romanzi (Una pazza voglia d’amore, Sperling; Una donna imperfetta, Mondadori, Una stagione incerta, Marsilio – premio Minturno).

Dopo una lunga parentesi dedicata alla comunicazione d’impresa e alla storia del costume – che ha insegnato anche all’Accademia di Belle Arti di Osaka – è tornata al romanzo, questa volta tinto di giallo, con protagonista l’avvocato napoletano Max Gilardi: Niente lacrime per la signorina Olga, Il matto affogato, Il venditore di cappelli e La bambina che non sapeva piangere.(editi da Salani). La cliente sconosciuta è il primo romanzo tratto dai casi dell’avvocato Gilardi (sempre per Salani). Per Vallardi, invece, è il libro dal titolo Il tovagliolo va a sinistra.

L’ultima sua fatica letteraria è il romanzo dal titolo “Imparerò il tuo nome” (Ponte alle Grazie)

Elda Lanza
Elda Lanza

 

“Ritratto dell’investigatore da piccolo”/La parte di Massimo Cassani

Ritratto dell’investigatore da piccolo” (TEA)

A cura di Massimo Cassani

IN LIBRERIA DAL 23 FEBBRAIO

Con racconti di Erica Arosio e Giorgio Maimone, Massimo Cassani, Elda Lanza, Hans Tuzzi, Marco Vichi.

Ritratto dell'investigatore da piccolo
Ritratto dell’investigatore da piccolo

Cinque scrittori (più uno) noti per i loro romanzi gialli e noir (ma non solo) dalla cui penna sono usciti personaggi seriali amati dal pubblico e ora raccontati nella loro dimensione infantile, prima che tutto cominciasse.

Greta e Marlon (Arosio&Maimone), Micuzzi (Cassani) Gilardi (Lanza), Melis (Tuzzi), Bordelli (Vichi): quali sono stati gli episodi che hanno plasmato i loro caratteri e la loro formazione umana che forse hanno influenzato il loro mestiere da grandi? Avvocati, investigatori privati, commissari, vicequestori fotografati in una veste insolita per i lettori. Che cosa c’è di loro, da adulti, già presente quando erano piccoli? Lo si scoprirà in questo viaggio nel passato, in un’Italia lontana da quella di oggi, ma ben presente nella memoria o nell’immaginario degli autori.

 

 

 

Il libraio

di Massimo Cassani

Pasqua 1976, mentre la primavera sta facendo sentire il suo profumo anche nella case di Milano, al piccolo amico di Sandrino Micuzzi – futuro commissario di Polizia – muore lo zio preferito: stava leggendo una rivista immerso nell’acqua della vasca da bagno. La moglie sentenzia che la colpa del decesso è proprio in quella lettura “proibita” e il bambino – rampollo di una ricca famiglia di costruttori e colpito da un mistero di cui non sa darsi spiegazione – ruba la rivista per esaminarla insieme al Sandrino, suo compagno di villeggiatura nella casa colonica alle pendici delle Prealpi. E’ forse questa la prima indagine del commissario Micuzzi, già allora stralunato sognatore e innamorato delle storie di Jules Verne, poi sostituite da adulto dagli amati Urania. Ma la fantasiosa e rocambolesca inchiesta dei due bambini, svolta proprio nella bella casa immersa nel verde lontano da Milano, incontra più di una difficoltà. Il mistero verrà risolto trent’anni dopo rivelando una di quelle verità che non rendono felici.

 

Massimo Cassani
Massimo Cassani

Massimo Cassani, giornalista e scrittore, è autore della serie di romanzi con protagonista il commissario Micuzzi (Sottrotraccia, Pioggia battente, Zona franca e Soltanto silenzio) editi da TEA.

Per l’editore Laurana ha pubblicato Un po’ più lontano (dedicato ai temi della solitudine e dell’agnizione di identità), Mistero sul lago nero (un divertisment che ricalca in chiave umoristica gli stilemi del genere hard boiled) e ha partecipato con un racconto autobiografico al volume collettaneo La formazione dello scrittore insieme a – fra gli altri – Tullio Avoledo, Raul Montanari, Giulio Mozzi e Alessandro Zaccuri.

Per il 2017 è prevista la pubblicazione di una guida pratica dedicata ai principi utili allo sviluppo narrativo di storie a partire da un’idea di base.

Collabora con la Bottega di narrazione – Scuola di scrittura creativa di Laurana, diretta da Giulio Mozzi  con Gabriele Dadati.

 

IN LIBRERIA DAL 23 FEBBRAIO

“Ritratto dell’investigatore da piccolo” – La parte di Arosio&Maimone

“Ritratto dell’investigatore da piccolo” (TEA)

A cura di Massimo Cassani

IN LIBRERIA DAL 23 FEBBRAIO

Con racconti di Erica Arosio e Giorgio Maimone, Massimo Cassani, Elda Lanza, Hans Tuzzi, Marco Vichi.

 

Ritratto dell'investigatore da piccolo
Ritratto dell’investigatore da piccolo

Cinque scrittori (più uno) noti per i loro romanzi gialli e noir (ma non solo) dalla cui penna sono usciti personaggi seriali amati dal pubblico e ora raccontati nella loro dimensione infantile, prima che tutto cominciasse.

Greta e Marlon (Arosio&Maimone), Micuzzi (Cassani) Gilardi (Lanza), Melis (Tuzzi), Bordelli (Vichi): quali sono stati gli episodi che hanno plasmato i loro caratteri e la loro formazione umana che forse hanno influenzato il loro mestiere da grandi? Avvocati, investigatori privati, commissari, vicequestori fotografati in una veste insolita per i lettori. Che cosa c’è di loro, da adulti, già presente quando erano piccoli? Lo si scoprirà in questo viaggio nel passato, in un’Italia lontana da quella di oggi, ma ben presente nella memoria o nell’immaginario degli autori…

 

 

 

Autarchia

di Erica Arosio e Giorgio Maimone

Milano, giugno 1936. L’Italia è al duecentesimo giorno delle sanzioni economiche per l’avventura africana, il Duce invoca l’Autarchia e gli italiani bevono cicoria al posto del caffè, mentre il Fascismo vara provvedimenti populisti. Una bambina dai capelli rossi e la sua governante assistono in via Laghetto al brutale omicidio di un uomo per mano (e coltello) di una giovane donna. Un bel ragazzo di 16 anni che sogna di fare il pugile si mette in mezzo e le salva dalla furia dell’assassina. I giornali e la polizia inseguono un fantomatico anarchico. L’improvvisato, ma assai determinato terzetto, non si rassegna al gioco delle tre verità e sfida il potere alla ricerca dell’unica vera. E’ l’inizio di due carriere contro il crimine: quella del futuro avvocato Greta Morandi, e dell’investigatore Mario Longoni, detto Marlon.

 

Erica Arosio e Giorgio Maimone
Giorgio Maimone e Erica Arosio

 

 

 

 

 

 

 

Erica Arosio e Giorgio Maimone, dopo una vita passata a scrivere per mestiere (lui al Sole 24 ORE, lei a Gioia) da qualche tempo lo fanno solo per passione. Nel 2013 hanno pubblicato a doppia firma Vertigine (Baldini&Castoldi), un giallo ambientato nella Milano del 1958 diventato seriale: a breve uscirà per il gruppo Longanesi il seguito (Giuditta, che si svolge nel 1962) e nel 2017 è previsto il terzo episodio della saga. Ottimisticamente gli autori prevedono sette romanzi per abbracciare la storia di Marlon e Greta, ma anche l’evoluzione della società italiana e in particolare di Milano nell’arco di 20 anni dal 1950 al 1970.

Arosio e Maimone hanno pubblicato assieme per Mondadori L’Amour Gourmet, un romanzo sentimental-gastronomicho che ha come sfondo la Milano del 1983 e Un due tre stella, storia di Ezio e Renata Santin i fondatori dell’Antica Osteria del Ponte. L’ultima loro fatica letteraria è il romanzo “Non mi dire chi sei” (TEA).

 

In libreria dal 23 febbraio

 

 

 

Macbeth non è cattivo, è soltanto un po’ indisposto…

Lunga vita a Macbeth, vittorioso guerriero nella madre di tutte le battaglie, che sfida la morte – sissignori la morte, mica bruscolini – per la patria, per re Duncan e per le sue genti! Olè. Colmiamo e leviamo i calici, perché è un bravo ragazzo, perché è un bravo ragazzo, nessuno lo può negar!
E questo individuo così coraggioso e integerrimo, che non teme neppure la signora con la falce, sarebbe un malvagio? Un subdolo doppiogiochista che si muove con passi felpati nell’ombra e, zac, ti ficca un pugnale sopra i reni?
Discutibile.

Per sapere perché, clicca qui

 

Toto Modo Club

 

Lettera all’editore, risposta dell’editore – Racconto

di Massimo Cassani

La lettera all’editore

 

Spettabile Garotti Editore

Via del Babbuino, 12

00187 – Roma

 

Alla cortese attenzione dott. Stefano Lomario

Direttore Editoriale

OGGETTO: Proposta editoriale del romanzo dal titolo provvisorio:  “Uno scrittore senza parole” di Alessio Semprini

 

Egregio Direttore,

mi premuro di inviarLe l’originale del mio romanzo di cui all’oggetto, nella speranza che possa interessarLe e sia compatibile con la linea editoriale della Casa editrice da Lei diretta.

Come avrà modo di leggere, il romanzo che mi pregio di proporLe è la ricostruzione documentale della vita e delle opere inedite di uno scrittore affermatosi alla metà degli anni Sessanta (Annibale Rebeschi, appunto). Si tratta di un’opera di pura fantasia (così come è frutto della mia fantasia l’esistenza di questo Annibale Rebeschi) nella quale mi sono divertito a imbastire una sorta di giuoco di specchi in cui fino all’ultima pagina la finzione letteraria si confonde con la realtà, fino ai ringraziamenti del protagonista dove si nega addirittura che il romanzo sia mio.

Ora, non voglio dilungarmi in inutili e dispersive discettazioni teoriche sull’affermazione del rapporto fra realtà e finzione nella forma-romanzo, tuttavia ritengo che la mia opera rappresenti un vero e proprio punto di svolta nella storia della narrativa europea (“Ubi est veritas?”, verrebbe da dire, citando una delle opere attribuite al mio personaggio di finzione).

Dico questo senza falsa modestia. La stesura di questo libro è avvenuta nell’arco di due anni di intenso lavoro; due anni in cui – per ragioni di salute – sono stato costretto a sospendere la mia abituale attività nell’ufficio legale di una importante multinazionale statunitense. A quest’opera mi sono dedicato con tutto me stesso, come si dice, avendo ben chiare le finalità che volevo perseguire sotto forma di narrazione. E so di esserci riuscito. Sono certo che la sua sensibilità e il suo livello culturale Le impediranno di rifiutare la mia opera, come già hanno fatto – con evidente miopia editoriale – alcuni suoi colleghi di altre Case editrici di cui ometto i nomi solo per eleganza.

Tutti, fra gli amici e i colleghi ai quali ho sottoposto il mio romanzo, si sono detti entusiasti sia delle trame narrate sia della scrittura sia dell’idea di fondo ritenuta unanimemente “davvero molto interessante” (qualcuno fra i più colti ha detto addirittura “sorprendente”). L’unico – e lo cito solo per dimostrarLe la mia onestà intellettuale – che ha accolto la mia opera con assoluta freddezza è stato il dottor Achille Prisco – vice capo dell’Ufficio del Personale – ma dal quale non mi sarei aspettato un giudizio di differente tenore, considerata la sua storica avversione alla mia persona (sentimento, questo, confermatomi più volte dalla sua segretaria, signora Rosella Salemme). A questo si aggiunga – per darLe un’idea più precisa del soggetto in questione – che il dottor Prisco ha già ricevuto un ammonimento verbale e un ammonimento scritto da parte della Direzione generale, a causa dei suoi continui ritardi nella consegna della documentazione Inps agli uffici competenti.

Le considerazioni di cui sopra e questo quadro d’insieme dovrebbero confortarLa nella Sua scelta di inserire la mia opera nel catalogo della Sua prestigiosa Casa editrice.

Resto a Sua disposizione per discutere il contratto di edizione che mi vorrà sottoporre. Cortesemente mi faccia chiamare solo al di fuori dell’orario di lavoro, o al sabato, fino alle 14.30.

 

Nel ringraziarLa per l’attenzione, Le giungano i miei più cordiali saluti.

Alessio Semprini

 

 

La risposta dell’editore

Roma, 23 luglio 2011

Egregio Signore

Alessio Semprini

Via Padova, 94

20131 Milano

 

Egregio Signore,

non si stupisca della celerità di questa mia risposta e non si illuda che tale celerità sia dovuta all’interesse suscitato dalla Sua opera.

Se Le rispondo così velocemente e senza delegare qualcuno dei miei collaboratori il motivo è presto detto: non so e non capisco se Lei sia un ignorante patentato, nonostante le dotte citazioni di Proust e Morselli con le quali ha infarcito il Suo romanzo, oppure se – per qualche motivo che mi sfugge – Lei sia un provocatore con qualche problema mentale.

Vengo al primo punto: l’ignoranza.

Se Lei fosse un frequentatore attento della letteratura, saprebbe (o dovrebbe sapere) che Annibale Rebeschi, che Lei vende come un autore “frutto della sua fantasia” è in realtà (o meglio: è stato) uno scrittore reale. Forse non fra i più noti, certo, ma se prima di inviarmi la Sua farneticante opera avesse almeno avuto l’accortezza di consultare il nostro catalogo (è anche on line) avrebbe certamente notato che i romanzi di Annibale Rebeschi sono tutti pubblicati dalla nostra Casa editrice. E non certo da ieri. Devo dedurre che Lei abbia provato a inviare il Suo scritto a tutti gli editori di Sua conoscenza senza neppure fare lo sforzo di verificare se essa fosse o meno compatibile con la loro produzione editoriale. Una modalità, questa, che non esito a definire ingenua e superficiale. E sempre se avesse avuto la bontà di dare una scorsa veloce al nostro catalogo, avrebbe dovuto notare che i titoli delle opere di Rebeschi da Lei citate sono la ridicola parodia delle opere reali. “Il bavero alzato” in realtà si intitola: “L’uomo col bavero alzato”; “Sentimento bretone”: “Bretagna sentimentale”; “La macchia sul collo: “La voglia sul collo”; “Lezioni di nulla”: “Lezioni ad Aulla” e così via…

Se queste, chiamiamole, “coincidenze” fossero il frutto di una precisa scelta da parte dell’Autore tesa a una funambolica trasfigurazione della realtà nella finzione letteraria, ne potremmo anche discutere (forse), ma siccome è evidente che tutto ciò è figlio della Sua cultura raffazzonata e del Suo modo di procedere arruffato, allora la conclusione s’impone da sé.

E vengo al secondo tema: la provocazione.

Altre cose di questa Sua operazione mi colpiscono negativamente e soprattutto mi insospettiscono (e, per dirla tutta, mi irritano). Parlando della vita di Rebeschi, Lei cita la moglie Clara, la figura di Octavia Bianchi e di suo marito, il dottor Rastelli…a che gioco stiamo giocando, signor Semprini? chi è Lei? quali sono le Sue reali finalità? cosa vuole dirmi? cosa vuole dimostrare?

La moglie di Rebeschi si chiamava Lara; la principale collaboratrice di Rebeschi si chiamava sì, Octavia, ma Rossi,  e il dottor Rastelli (in realtà Restelli) era un dottore commercialista (non un medico) e ha sempre amministrato il patrimonio di Rebeschi con estrema accortezza.

Coincidenze anche queste, signor Semprini? oppure no, non sono coincidenze ma fanno parte di un Suo disegno di cui non riesco a comprendere il senso?

Per concludere, egregio signor Semprini: io ho pubblicato tutte le opere di Annibale Rebeschi, ho conosciuto lui, la sua famiglia, i suoi amici e i suoi collaboratori, quindi so bene ciò che dico. E per me Annibale Rebeschi non era semplicemente uno scrittore fra i tanti.

Annibale Rebeschi era mio zio.

 

Senza cordiali saluti

Stefano Lomario

 

Ps Se non fossi stato sufficientemente chiaro, Le comunico che per quanto riguarda la nostra Casa editrice, il Suo resterà sempre un Romanzo inedito.

Call center/Racconto

PRIMO GIORNO

 

“Buongiorno, parlo con il signor Cassani?”

“Sì, sono io”

“Bene, la chiamo per proporle un’offerta molto vantaggiosa…”

“Sì, scusi, però non sono interessato alle offerte telefoniche”.

“Quale offerta? Non sa nemmeno qual è l’offerta!”

“Non importa quale. Non sono interessato alle offerte telefoniche”.

“Be’ si tratta di energia…”

“Non mi sono spiegato: non accetto mai proposte commerciali telefoniche”.

“E allora verrà chiamato tutti i giorni!”

Tu…tu…tu..

 

 

SECONDO GIORNO

 

“Buongiorno, parlo con il signor Cassani?”

“S-sì…”

“Mi riconosce, vero?”

“Credo di sì…mi ha chiamato ieri, per un’offerta su…”

“Sull’energia, esatto. E’ stupito di sentirmi, vero?”

“Be’, un po’…avevo…”

“…bloccato il numero, lo so, ma io la sto chiamando da un numero diverso. Sa cosa significa?”

“Che mi sta chiamando da un numero diverso da quello di ieri”.

“Questo l’ho già detto io. Significa che non può scappare in eterno”.

“Ha solo vinto una battaglia, non la guerra. E la guerra è lunga”.

“Ma si può sapere perché non vuole stipulare contratti telefonici? Guardi che le conviene, eh?”

“E’ che una volta mi hanno fregato. E da quella volta mi sono detto: mai più”.

“Si ricorda la prima volta che si è innamorato?”

“Tutti se lo ricordano”.

“Ecco, appunto. E quando è finita, disse a se stesso: non mi innamorerò mai più. Confessi”

“Confesso”.

“E invece è accaduto ancora”.

“Mh”.

“Vede? E’ la stessa cosa. Non perché qualcuno l’ha delusa in passato ora non debba riprovarci”

“Ma io…”

“Su su, Marco, non sia timoroso”

“Io non mi chiamo Marco!”

“Come no? Lei non è Marco Cassani, abitante a Milano in viale Monza 222?”

“Direi di no”

“E allora cosa vuole da me?”

“Io?”

“Sì, lei! Sta qui al telefono a farmi perdere tempo! Io sto lavorando, capisce? La-vo-ran-do!”

“Pure io avrei da far…”

Tu…tu…tu…

 

TERZO GIORNO

“Buongiorno, parlo con il signor Cassani?”

“Si sono io, però mi chiamo Massimo, lei si confonde con Marco, si era già sbagliata ieri”.

“Nient’affatto. C’era stato un banale errore nei tabulati. E’ proprio lei che cercavo”.

“Che culo…”

“Prego?”

“Dicevo che non ho cambiato idea. Non accetto offerte telefoniche sull’energia”

“E chi le ha detto che voglio farle un’offerta sull’energia?

“No?”

“No”.

“E allora cosa?”

“Indovini”.

“Eddai…”.

“Su, provi. Non faccia il timido”.

“Skype?”

“Non sia ridicolo, Skype è gratuito. Semmai Sky, Ma è sbagliato. Coraggio, provi ancora”.

“Telecom?”

“No”.

“3?”.

“Ma per favore…”

“Omnitel?”

“Ma dove vive? Non si chiama più così! Adesso si chiama Vodafone!”

“Però ho indovinato?”

“Macché. Ne provi un’altra”.

“…no, niente…mi arrendo. Cedo”.

“Vuole proprio saperlo?”

“Sì”.

“Sicuro?”

“Sì”.

“Sicuro sicuro?”

“Le ho detto di sì!”

“Vabbè. La risposta giusta era…ENERGIA! Tadaaan!”

“Ma prima aveva detto che…”

“C’è cascato! C’è cascato!”

Tu…tu…tu..

“Mistero sul lago nero” e le enigmatiche albergatrici

"Mistero sul lago nero" di Massimo Cassani
Mistero sul lago nero (Laurana)
Mistero sul lago nero

Capitolo 22

Sparizioni, apparizioni, enigmatiche albergatrici.
Sembra un gioco di prestigio. Ma qui le magie
non c’entrano. Ci sono troppe persone
che non la raccontano tutta.

La mia cliente aveva ragione. Trovare un taxi in quel posto era più difficile di un tredici alla Sisal. Non ho idea di quante rosse abbia consumato fino al filtro prima che qualcuno rispondesse al numero gentilmente fornito dai cuginetti dell’Arma. Alla fine la macchina è arrivata. Il tassista sembrava un muto. Si è fatto dire dove volevo andare e stop, neppure una parola. Neppure io ero troppo in vena di chiacchiere, bisogna ammetterlo.
Non ero in una bella situazione, amici, nossignore, era vero. Mentre passavamo davanti al cartello Mirate al Lago ho capito che la mia permanenza lì non poteva finire in quel modo, anche se la mia cliente era al momento ko. Cliente ko, cuginetti dell’Arma alla costole, sebbene avessimo firmato una specie di pace armata, ma soprattutto terra bruciata intorno. Non avevo appoggi, non avevo amici. Il taxi mi ha lasciato davanti al Poggio del Diavolo, ho pagato e sono sceso.
La mia albergatrice era al bancone. Non l’ho neppure salutata. Le ho chiesto a bruciapelo: “Dov’è?”
“Chi?
“Non chi, cosa: la mia Berta!”
“La sua che?”
“La mia pistola”.
“Non ce l’ha con sé?”
“Nient’affatto. Era in camera”.
“Ah. Allora o è ancora in camera o se la saranno presa i carabinieri. Sono stati qui stamattina. La stanno cercando”.
“Lo so. E mi hanno trovato. Quello che non hanno trovato è la mia pistola. Lei non aveva nessun diritto di farli entrare in camera mia senza un mandato”.
“Con la Benemerita bisogna saper tenere buoni rapporti”.
“Tante grazie”, ho detto e ho preso le scale.
“Prego”, le ho sentito dire. “E la chiave?”
Sono tornato indietro e gliel’ho afferrata dalle mani inanellate. Ho fatto i gradini a due a due. I dolori sembravano spariti. Solo un pochetto all’anca, ma una roba trascurabile. Ho spalancato la porta e mi sono messo a cercare ovunque la mia Berta: dentro l’armadio, sopra l’armadio, nello sciacquone del bagno, sotto il letto. Niente da fare. Berta sparita, porca paletta! Ho guardato nel cassetto del comodino. Da non credere! La Berta era lì che sonnecchiava. Ho allungato la mano, l’ho presa e ho controllato il caricatore.

“Mistero sul lago nero” di Massimo Cassani è disponibile in tutte le librerie e nelle librerie on line.

Per esempio qui

E anche qui.

Ma anche qui.

Volendo anche qui.

Mistero sul lago nero (Laurana)
Mistero sul lago nero

 

 

 

 

 

 

 

 

"Mistero sul lago nero"

“Mistero sul lago nero” e la tenzone con le suore

"Mistero sul lago nero" Cassani

“Mi è spiaciuto non poter restare da voi, ieri sera. Sapete, sono uno che ama il silenzio e la meditazione…”
“Gliel’abbiamo detto, non c’era posto”, mi ha gelato la suora color carciofo. L’altra ha annuito con gli occhi chiusi.
“Un vero peccato”, ho detto, “visto che l’acqua santa non mi ha voluto, mi sono dovuto rivolgere alla concorrenza”, e ho fatto cenno con il pollice al Poggio del Diavolo.
“Il destino degli uomini è in mano al Signore. Nulla accade per caso”, ha detto la suora color carciofo. L’altra ha annuito ancora con gli occhi chiusi.
“Dio però chiama a sé i peccatori, sorella, mica li spinge nelle braccia del diavolo”.
“Il diavolo alberga solo dentro chi lo accoglie”, ha detto la suora color carciofo. L’altra ha annuito di nuovo con rinnovata convinzione e gli occhi chiusi.
“Pure lo Spirito Santo alberga dentro chi lo accoglie, sorella. E il mio è un albergo con numerose stanze. Il vostro ne ha pochine, a quanto mi è parso di capire”.
La suora cicciona ha annuito ancora con gli occhi chiusi, ma poi si è accorta di essere andata in controtempo e ha fatto subito di no con la capoccia, per compensare il movimento.
La suora color carciofo ha innestato la prima e mi ha scartato di lato, per chiudere di netto la conversione. Ma prima di allontanarsi mi ha buttato là, ché ai religiosi piace avere l’ultima parola: “E si ricordi che le armi sono strumenti del Demonio”.
“Come darle torto, sorella? È che a me quei satanisti dei carabinieri non hanno mai dato retta…”
La suora color carciofo ha fatto una smorfia stizzita, sempre perché ai religiosi non piace mai rinunciare all’ultima parola. L’altra ha messo su un’espressione altera e ha seguito a mento alto la consorella che ormai aveva innestato la seconda e poi la terza e si era avviata dritta come un fuso verso il Rifugio (del Pellegrino e suo). Io mi sono pulito un interstizio dentale con l’unghia del mignolo e le ho seguite mentre battevano in ritirata. Mai competere sul piano teologico con un detective privato sulla soglia della pensione. È lui a saperne sempre una più del diavolo e pure delle suore.
Sono obiettivo, mi si deve credere.

Mistero sul lago nero (Laurana)
Mistero sul lago nero

“Mistero sul lago nero” (Laurana) di Massimo Cassani, disponibile in libreria e nelle librerie on line. Per esempio, qui.

“Mistero sul lago nero”, di Massimo Cassani: il perché di un romanzo

"Mistero sul lago nero" Cassani

“Mistero sul lago nero” di Massimo Cassani 

La tradizione in cui si inserisce il romanzo

 

Mistero sul lago nero (Laurana)
“Mistero sul lago nero” di Massimo Cassani. L’immagine di copertina è di Angela Varani.

Qualcuno – a torto o a ragione – ritiene che le vette letterarie raggiunte dagli scrittori fondativi del genere che in Italia passa sotto la definizione-ombrello di “giallo” non sia mai più stato raggiunto. Tutto ciò che è seguito dopo la lezione di Dashiell Hammett (1894-1961), William Kiley Burnett (1899-1982) e, soprattutto, Raymond Chandler (1888-1959, nella foto) sarebbe stata soltanto una sequela di tentativi di emulazioni, o meglio, di variazioni sul tema, seppure declinate con inventiva e indubitabile cura di personaggi e ambientazioni (e non soltanto sul crinale dell’hard boiled).

"Mistero sul lago nero" di Massimo Cassani
Raymond Chandler

Stiamo parlando di romanzi usciti nella prima metà del Nocevento: “Il falcone maltese” di Hammet è del 1930, Giungla d’asfalto di Burnett è del 1949, Il lungo addio di Chandler e del 1953. Un genere, quindi, che avrebbe raggiunto la sua massima maturità espressiva in poco meno di un secolo, se si pensa che i primi significativi esempi sono del 1841 (“I delitti della rue Morgue” di Edgar Allan Poe) e del 1887 (“Uno studio in rosso” di Arthur Conan Doyle). Se si escludono i fenomeni Agatha Christie e il George Simenon del commissario Maigret, pochi altri autori quindi sarebbero stati in grado di attribuire al genere un’originalità e una dignità letteraria al pari delle opere non di genere della storia delle letteratura internazionale (fra questi, va sicuramente ricordato James Ellroy (nella foto), con la sua produzione striata di ossessioni).

"Mistero sul lago nero" di Massimo cassani
James Ellroy

Non è un caso se due grandi scrittori come Friedrich Dürrenmatt, prima, e Osvaldo Soriano (nella foto), poi, abbiano reso omaggio al genere con due opere “di non ritorno”, quali “La promessa” (il cui suggestivo sottotitolo, “Un requiem per il romanzo giallo”, la dice lunga) e Triste, solitario y final, nei quali la narrazione non giunge ad alcun risultato investigativo (come del resto accade ne “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”, di Carlo Emilio Gadda, nella foto).

"Mistero sul lago nero" di Massimo Cassani
Carlo Emilio Gadda
"Mistero sul lago nero" di Massimo Cassani
Osvaldo Soriano

Il perché del romanzo

“Mistero sul lago nero” (Laurana, 2015) di Massimo Cassani nasce appunto dalla consapevolezza che se le urgenze da cui sono nate le opere fondative non sono più ripetibili, allora una possibile strada percorribile è quella di una sorta di emulazione consapevole a partire dal protagonista del romanzo, il detective privato milanese Mario Borri, che – in chiave umoristica – sembra essere la fotocopia in minore del Philippe Marlowe di Chandler o del Sam Spade di Hammet – quest’ultimo portato sullo schermo anche da Humphrey Bogard nel 1941, con la regia di John Huston. Peccato che al nostro Mario Borri manchi tutto del Bogard in bianco e nero: dal physique du rôle all’aria ruvida e vissuta del suo modello (nonostante il Borsalino in testa, la sigaretta sempre accesa all’angolo della bocca e la spiccata attitudine al bicchiere).

“Mistero sul lago nero” è chiaramente un divertisment dai riferimenti colti dove, tuttavia, la presa in giro riguarda soltanto il protagonista e non le aspettative del lettore al quale viene offerta una narrazione in cui il disvelamento del mistero segue i binari di un’indagine vera, fatta di “gambe e di cervello” e colpi di scena improvvisi, così come dev’essere in un puro romanzo di genere.

"Mistero sul lago nero" di Massimo Cassani
Massimo Cassani

La trama di “Mistero sul lago nero”

Che triste autunno, questo autunno, per il detective privato Mario Borri, 65 anni d’età per 165 centimetri d’altezza. La pensione è alle porte. E mentre sta provando inutilmente ad ammorbidire il magone per l’ormai imminente addio alle armi con qualche dose non troppo sparagnina di Jack Daniel’s liscio, si presenta nel suo ufficio una sventola dai capelli fulvi che gli propone un lavoretto all’apparenza facile facile. Non a Milano, però: in un paese lacustre lontano dalla sua amata città. Dove muoversi, per lui, è come camminare sulle uova.

"Mistero sul lago nero" di Massimo Cassani
“Mistero sul lago nero” di Massimo Cassani (photo by Grazia Napoli)

E quello che sembrava un lavoretto facile facile si dimostra più intricato di quanto si potesse immaginare. Fra incontri con cinghiali, guardiani di cinghiali, suore color carciofo e suore ciccione, vecchietti con e senza cappello, albergatrici settantenni ex cantanti di night, baristi arcigni, carabinieri occhiuti e preti ottuagenari dalla visionarietà biblica, l’ultima avventura di Borri si colora di toni imprevedibili e umoristici.

Alla fine, però, il bene trionfa…o quasi.

L’autore

       Massimo Cassani, giornalista, è nato a Cittiglio, in provincia di Varese, nel 1966 e vive a Milano da quasi trent’anni. “Mistero sul lago nero” è il suo sesto romanzo. Ha esordito nella narrativa con “Sottotraccia” (Sironi 2008/TEA 2015), primo episodio della serie con protagonista il commissario Micuzzi, cui sono seguiti “Pioggia battente” (Sironi, 2009/Mistery Italia – Il Sole 24 ORE/2013, TEA, 2014), “Zona franca” (TEA, 2013) e “Soltanto silenzio” (TEA, 2014). Per Laurana ha pubblicato nel 2010 “Un po’ più lontano”, dedicato ai temi della solitudine e all’agnizione d’identità. Nel 2015 ha partecipato con un racconto autobiografico all’opera collettanea dal titolo “La formazione dello scrittore” (Laurana) in cui compaiono scritti, fra gli altri, di Tullio Avoledo, Raul Montanari e Alessandro Zaccuri.

Dal 2010 collabora con “La Bottega di narrazione” di Laurana, condotta da Giulio Mozzi e Gabriele Dadati.

“Mistero sul lago nero” e la saggezza del canuto sacerdote

Mistero sul lago nero
Mistero sul lago nero (Laurana)
“Mistero sul lago nero” (Laurana, 2015)

Il canuto sacerdote mi ha fatto segno di avviarmi al confessionale. Ho ubbidito, sono entrato nel buio del sacro loculo e mi sono inginocchiato, aspettando di intuire il suo profilo dietro la grata. Fino a quel momento non aveva aperto bocca. Ho sentito il legno lamentarsi come una goletta e ho capito che il canuto sacerdote era entrato pure lui. Dopo un attimo di silenzio ho udito la sua voce cavernosa pronunciare le parole della sigla: “Nelnomedelpadredelfiglioedellospiritosantoamen”.
“… amen”, ho risposto.
“Dimmi, figliuolo”, ha detto con un timbro da baritono stanco.
Ho esordito così: “Ho peccato”, e mi è parso un buon inizio.
“Tutti pecchiamo”, ha risposto il canuto sacerdote e ha sospirato, un sospiro lungo, rassegnato, paziente. Quando il mantice si è svuotato, ho ripreso con tono incerto, cercando di tirare a mente certi lontani ricordi della dottrina: “Ho… ho nominato il nome di Dio invano… mi sono scordato di santificare le feste… ho commesso atti impuri… ho desiderato la roba d’altri… ho desiderato pure la donna d’altri…”, e via dicendo, poi la memoria mi ha mollato, ma mi sembrava di aver già detto abbastanza. Così ho abbassato il capo e sono stato zitto in attesa di una reprimenda e del conseguente perdono.
La cavernosità della sua voce mi ha raggiunto poco dopo, pareva venire dal centro della Terra: “Così poco?”, ha sillabato, “Pensavo peggio…”.

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"Mistero sul lago nero"

“Mistero sul lago nero”, se un milanese va in campagna…

Mistero sul lago nero (Laurana)

Cosa succede se un detective privato – milanese e baüscia fino al midollo – è costretto a svolgere un’indagine in un paesino lacustre di provincia? Nel migliore dei casi combina disastri.

E’ quello che accade a Mario Borri – 65 anni d’età per 165 centimetri d’altezza – che per allontanare lo spettro dell’imminente pensionamento accetta un incarico da un’affascinante quarantenne dai capelli fulvi. La donna vuole che Borri pedini la sorella e la colga in castagna con uno dei suoi occasionali accompagnatori. C’è di mezzo l’eredità milionaria della defunta zia.

Ma l’incarico si rivela più complicato del previsto. In quel paesino adagiato sulle Prealpi dal nome Mirate al lago non è come muoversi nell’anonima Milano: lì tutti sanno tutto di tutti, ma di fronte al forestiero le lingue si tacciono. Il nostro Borri si trova subito su una strada in salita e gli vengono pure negate le genuine leccornie che si favoleggia prosperino in provincia: per lui una triste dieta a base di carne in scatola e piselli (e vino del cartone). E multe a non finire. E sguardi sospettosi. E pioggia battente. E una natura così rigogliosa da fargli venire la nostalgia del suo amato asfalto, il nido catramoso in cui e nato e cresciuto senza mai oltrepassare il ponte levatoio.

Una situazione, questa, che non può non generare situazioni umoristiche, in un clima di bonaria canzonatura sia del cittadino cha va in campagna sia del provinciale di fronte al “milanes pàcia aria”.

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 “Mistero sul lago nero” è chiaramente un divertisment in salsa noir, dove tuttavia la presa in giro riguarda soltanto il protagonista e la situazione, ma non le aspettative del lettore al quale viene offerta una narrazione in cui il disvelamento del mistero segue i binari di un’indagine vera, fatta di “gambe e di cervello” e colpi di scena credibili, come dev’essere in un puro romanzo di genere. Il tutto raccontato in prima persona proprio da lui, il detective privato Mario Borri, che con il suo Borsalino in testa e la sigaretta accesa all’angolo della bocca, pare uscito da un film in bianco e nero degli anni ’40.

La trama di “Mistero sul lago nero”

Che triste autunno, questo autunno, per il detective privato Mario Borri, 65 anni d’età per 165 centimetri d’altezza. La pensione è alle porte. E mentre sta provando inutilmente ad ammorbidire il magone per l’ormai imminente addio alle armi con qualche dose non troppo sparagnina di Jack Daniel’s liscio, si presenta nel suo ufficio una sventola dai capelli fulvi che gli propone un lavoretto all’apparenza facile facile. Non a Milano, però: in un paese lacustre lontano dalla sua amata città. Dove muoversi, per lui, è come camminare sulle uova. E quello che sembrava un lavoretto facile facile si dimostra più intricato di quanto si potesse immaginare. Fra incontri con cinghiali, guardiani di cinghiali, suore color carciofo e suore ciccione, vecchietti con e senza cappello, albergatrici settantenni ex cantanti di night, baristi arcigni, carabinieri occhiuti e preti ottuagenari dalla visionarietà biblica, l’ultima avventura di Borri si colora di toni imprevedibili e umoristici.

Alla fine, però, fine il bene trionfa…o quasi.

L’autore

"Mistero sul lago nero" (Laurana, 2015)
Massimo Cassani (foto di Renzo Chiesa)

      

Massimo Cassani, giornalista, è nato a Cittiglio, in provincia di Varese, nel 1966 e vive a Milano da quasi trent’anni. “Mistero sul lago nero” è il suo sesto romanzo. Ha esordito nella narrativa con “Sottotraccia” (Sironi 2008/TEA 2015), primo episodio della serie con protagonista il commissario Micuzzi, cui sono seguiti “Pioggia battente” (Sironi, 2009/Mistery Italia – Il Sole 24 ORE/2013, TEA, 2014), “Zona franca” (TEA, 2013) e “Soltanto silenzio” (TEA, 2014). Per Laurana ha pubblicato nel 2010 “Un po’ più lontano”, dedicato ai temi della solitudine e all’agnizione d’identità. Nel 2015 ha partecipato con un racconto autobiografico all’opera collettanea dal titolo “La formazione dello scrittore” (Laurana) in cui compaiono scritti, fra gli altri, di Tullio Avoledo, Raul Montanari e Alessandro Zaccuri. Dal 2010 collabora con “La Bottega di narrazione” di Laurana, condotta da Giulio Mozzi e Gabriele Dadati.

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Mistero sul lago nero (Laurana)
Mistero sul lago nero (Laurana, 2015)

Mistero sul lago nero – Il booktrailer

Alla fine è venuto il momento di andare in pensione.
E non è certo una bella circostanza per un detective ancora in gamba come me, questo lo capirebbe anche un fungo. Ma la visita inaspettata di una pupattola da urlo mi invita a ributtare la pallina nella roulette. Sembra il solito caso di routine e invece… si prospetta proprio un’avventura da togliere il fiato, porca paletta!

 

E che stronza la zietta! – “Mistero sul lago nero” di Massimo Cassani (Laurana)/2

Mistero sul lago nero (Laurana)

“All’esecutore testamentario devo portare gli esami del sangue ogni quindici giorni. Capirà, abito in un piccolo paese, le voci corrono, vere o false che siano non importa. E poi c’è mia sorella”.
“Bene, qui arriviamo a sua sorella. Anche lei forzata dell’astinenza”.
“Sì. Ma non dall’alcol”.
“Nutella?”
“No, sesso”.
E che stronza la zietta, ho pensato. Anzi no, l’ho detto proprio: “E che stronza la zietta!”
“Può dirlo forte”.
“Non alzo mai la voce, sono un timido”.
Lo sbuffo della donna mi ha fatto capire che delle mie battute ne aveva fin sopra i capelli. Ho cercato di recuperare margini con la mia proverbiale eleganza: “Mi sta dicendo che la sorellina deve farsi crescere le ragnatele per un anno per ereditare il gruzzolo della zia?”
“Non sia volgare. Comunque sì, le cose stanno proprio in questo modo. Ma c’è di più: se una di noi due sgarra, l’eredità passa all’altra”.
“In italiano si chiama incaprettamento”, le ho fatto. “E la sorellina, voglio dire… come fanno a controllarla?”
Qui la fanciulla ha assunto un’espressione sprezzante: “Per lei nessun controllo”, ha detto, “era la cocca della zia. E poi anche se volessero, come potrebbero?”
“Sacrificio a parte, continuo a non vedere come possa aiutarla. Se pensa che debba sedurre sua sorella, sono l’uomo giusto, ma senza vederla neppure in foto, non me la sento di assumere l’incarico. Ho una soluzione migliore: lei si innamora perdutamente di me, e non dovrà neppure sforzarsi troppo, e io le impedirò di bere anche solo un dito di Moscato allungato con l’acqua, che anche a pensarci mi viene il vomito. Quanto a sua sorella, paghiamo uno dei California Dream Men e il gioco è fatto. Vivremo felici, contenti e ricchi sfondati. Fra un anno poi ci prendiamo una sbronza di quelle da addio al celibato. E non c’è neppure bisogno di firmare un contratto”.
“Non serve uno spogliarellista. A mia sorella basta molto meno”.

Mistero sul lago nero (Laurana)
Mistero sul lago nero

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“Mistero sul lago nero” di Massimo Cassani (Laurana) può essere acquistato anche qui

 

L’immagine di copertina è di Angela Varani 

“Mistero sul lago nero” di Massimo Cassani (Laurana)/1

Mistero sul lago nero (Laurana)

“Un po’ di malinconia mi stava venendo, amici miei, ve lo devo confessare. Ma stavo provando ad ammorbidirla con due dita di Jack Daniel’s liscio, sorseggiate con calma, le gambe allungate sulla scrivania, lo sguardo al soffitto. Nell’intonaco annerito dal fumo di sigaretta si intrecciavano svincoli di ipnotiche e tortuose fessure scavate dal tempo.
Ero solo, tolta una cimice che sgambettava sul vetro della finestra con addosso soltanto qualche goccia di Chanel N°5. Stavo lì senza far niente, aspettavo e basta. Ho sempre adorato star lì, senza far niente, aspettando e basta, ma quella volta la malinconia mi stava rovinando il mio passatempo preferito.
È stato al secondo sorsetto che dietro la porta smerigliata dell’ufficio ho visto il profilo di una donna, il naso perfetto e la chioma vaporosa ingigantita come un’ombra cinese. Per un attimo – ma soltanto per un attimo – mi sono vergognato che il vetro avesse nel mezzo una crepa inelegante.
L’ombra se n’è rimasta immobile per qualche secondo, come un fotogramma di un film. Intuivo una mano sul pomello e immaginavo due occhi splendidi leggere la scritta “Mario Borri – Investigazioni”. Ho preso un terzo sorsetto e ho tirato giù i piedi dalla scrivania. In presenza di una bella signora so essere fine, e chi afferma il contrario è un bugiardone spudorato”.

L’immagine di copertina è di Angela Varani

Mistero sul lago nero (Laurana)
Mistero sul lago nero

 

 

MASSIMO CASSANI_n

“Mistero sul lago nero” (Laurana) di Massimo Cassani può essere acquistato anche qui.

Mister Gramble non dorme, ascolta. (Soltanto silenzio, 2014, TEA)

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Lower Manhattan, New York 15 settembre 2013

I suoi occhi sono chiusi. Ma mister Gramble non dorme, ascolta. La voce sicura dell’avvocato John Morris è ammorbidita dai pannelli fonoassorbenti installati negli angoli dell’enorme sala riunioni dello studio. Un flusso continuo di parole precise, senza sbavature, articolazioni di certezze. Fra le pieghe di quelle parole scorre qualche milionata di dollari da gestire con un paio di firme vergate dalle persone giuste; incassando, come studio, percentuali da punto esclamativo.
La luce gentile filtrata dalle vetrate rettangolari si riflette sul grande tavolo ovale in grado di ospitare trenta persone comode.
Al quarantunesimo piano della Beekman Tower, al numero 8 di Spruce Street, lo studio legale Gramble&Gramble è un’eccezione. Tutti gli altri spazi sono saturati da scuole, abitazioni private e uffici del New York Downtown Hospital. Ma a mister Gramble quel grattacielo dalla curiosa forma asimmetrica progettato da Frank Gehry era piaciuto subito. Un assegno con molti zeri sopra e buone relazioni gli avevano garantito un nuovo posto vicino alle nuvole. E lontano dai luoghi classici degli affari. Meglio. Per lui e per i suoi clienti.
(…)
Uscito di scena Morris, Gramble solleva dalla poltroncina il suo corpo appesantito dagli anni e da una vita troppo piena di colazioni e cene di lavoro. Lontani i tempi quando giocava come quarterback nella squadra di football del college. Esce anche lui, percorre il corridoio silenzioso e coperto da una moquette morbida fino alla porta del l’ufficio. Prima di entrare controlla se in alto, tra stipite e porta, ci sia ancora il minuscolo
pezzettino di scotch trasparente. C’è. Nessuno ha violato il suo rifugio. Una precauzione un po’ banale, ma proprio per questo capace di passare tra le maglie sofisticate di chi lo sta tenendo d’occhio, ora più di prima. Dalla tasca dei pantaloni estrae una chiave e apre. Una volta dentro, aggira il tavolo e si lascia cadere sulla poltrona di pelle scura che lo accompagna da quando con suo fratello aveva fondato lo studio legale
Gramble&Gramble. Troppi anni prima. Poi suo fratello era stato rapito da un carcinoma, ma la & commerciale è sempre rimasta lì, come un marchio di fabbrica, un biglietto da visita internazionale.
Dalla cassettiera estrae due buste identiche. Una la posa sul tavolo. L’altra la infi la in una borsa di cuoio. E sospira. Si sente ancora come un quarterback, un po’ troppo avanti con l’età, però; un lanciatore di football pronto a tirare la palla ovale nella speranza che il ricevitore abbia la presa ferma. Il lancio dovrà essere perfetto, superare la difesa e l’oceano Atlantico. Come sempre il touchdown non sarà un finale dall’esito garantito. Ma tanto vale provare. Perché il tempo ormai è poco.
E mister Gramble avverte troppi occhi su di sé.
Troppe orecchie all’ascolto.
Troppa solitudine dentro. Anche nello studio, Meredith a parte, la sua segretaria, perché di qualcuno bisogna pur fidarsi, anche se non si vorrebbe. Solleva il ricevitore del telefono e compone un interno.
” Patricia? Mi può raggiungere per favore?”.
L’avvocato Patricia Buonanima risponde sì, subito, il tempo di inviare un’email.
L’ufficio è stato bonificato dalle microspie soltanto un’ora prima, alla presenza di Gramble. Un luogo sicuro.
Per il momento.

In libreria il tascabile di “Zona franca” (TEA)

L’alba di Milano è un preludio che dura un amen. E proprio poco prima di quell’amen, qualcuno uccide Luigi Pecchi detto Gigi Sciagura, un ottuagenario stralunato e inoffensivo che predica in giro per Milano la necessità di abbattere il Duomo. Ma chi ha deciso di farlo fuori con tre proiettili parabellum sparati da una pistola da guerra? Davvero quell’imprenditore edile contro cui Sciagura lancia i suoi strali? Oppure i parenti interessati a ereditare la casa di via Padova? Oppure ancora un misterioso personaggio che con Sciagura ha condiviso l’adolescenza e il primo amore durante la Guerra? O forse qualcuno che voleva impossessarsi del suo misterioso tesoro? A queste domande dovrà dare una risposta il commissario Micuzzi, investigatore pigro e smemorato, silurato dalla Questura e parcheggiato al commissariato Città Studi. Tra le rinnovate avance della ex moglie, un brutale pestaggio di un’amica giornalista, l’incontro con una simpatica danzatrice, morti sul lavoro e traffico di stupefacenti, il commissario Micuzzi conduce personaggi e lettori alla scoperta di una Milano popolare e multietnica che brulica incessante lungo i marciapiedi di via Padova.

 

In libreria o anche qui

“Ue’, pirletta” (“Soltanto silenzio – TEA)

Ue’, pirletta, ti sarai mica preso un po’ troppa caga, eh? Va’
che c’è mica da perdere tempo qua! Certi affari si fanno con la
logica del ciàpel, pèlel, màngel. Te capì? »
No, Aristide non ci ha capito una mazza. A casa sua ha
sempre sentito parlare siciliano. Siciliano e italiano. Non è
mica fi glio di polentoni come il Tumistufi . In quel tinello con
angolo cottura, che sa di muffa e roba da mangiare, non riesce
a stare fermo e cammina disegnando un triangolo isoscele
che va dalla finestra alla porta, dalla porta a una credenza bucherellata
dai tarli e dalla credenza ancora alla fi nestra, mentre
il Tumistufi se ne sta seduto al tavolo con uno stuzzicadenti
in bocca, un Toscanello spento alla vaniglia tra le dita e
pare rilassato come un papa. Nel lavello i piatti e le pentole
sono ammonticchiati e aspettano una bella passata d’acqua
calda e detersivo, ma senza fretta.
« No, non ho capito. »
« E te saresti nato a Milano? Ma va là, baluba! Africa! Vuol
dire: prendilo, sbuccialo e mangialo! Certi affari vanno cattati
al volo, per la coda! Adess te capì? »
« Sì, ma… »
« Niente ma! I ma sono stati cancellati dal mio vocabolario!
O sei della partita o non sei della partita. Com’è che dicevano
i latini…? Vabbe’, non me lo ricordo più cosa l’è che dicevano
i latini, ma era per dire che non c’è una terza strada. O ci stai
o non ci stai, te capì? »

 

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