“Ue’, pirletta” (“Soltanto silenzio – TEA)

Ue’, pirletta, ti sarai mica preso un po’ troppa caga, eh? Va’
che c’è mica da perdere tempo qua! Certi affari si fanno con la
logica del ciàpel, pèlel, màngel. Te capì? »
No, Aristide non ci ha capito una mazza. A casa sua ha
sempre sentito parlare siciliano. Siciliano e italiano. Non è
mica fi glio di polentoni come il Tumistufi . In quel tinello con
angolo cottura, che sa di muffa e roba da mangiare, non riesce
a stare fermo e cammina disegnando un triangolo isoscele
che va dalla finestra alla porta, dalla porta a una credenza bucherellata
dai tarli e dalla credenza ancora alla fi nestra, mentre
il Tumistufi se ne sta seduto al tavolo con uno stuzzicadenti
in bocca, un Toscanello spento alla vaniglia tra le dita e
pare rilassato come un papa. Nel lavello i piatti e le pentole
sono ammonticchiati e aspettano una bella passata d’acqua
calda e detersivo, ma senza fretta.
« No, non ho capito. »
« E te saresti nato a Milano? Ma va là, baluba! Africa! Vuol
dire: prendilo, sbuccialo e mangialo! Certi affari vanno cattati
al volo, per la coda! Adess te capì? »
« Sì, ma… »
« Niente ma! I ma sono stati cancellati dal mio vocabolario!
O sei della partita o non sei della partita. Com’è che dicevano
i latini…? Vabbe’, non me lo ricordo più cosa l’è che dicevano
i latini, ma era per dire che non c’è una terza strada. O ci stai
o non ci stai, te capì? »

 

Soltanto silenzio_cop@01.indd

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