Intreccio, personaggi e stile in “Soltanto silenzio” (TEA)

Soltanto silenzio_cop@01.indd

di Gianangelo Taverna

Il testo che segue è un’analisi di “Soltanto silenzio” di Massimo Cassani, pubblicato da TEA

In una recensione di Zona franca si poteva leggere “Una storia intelligente, scorrevole e originale dove i diversi spunti narrativi sono collegati tra loro dalla morte del Pecchi detto Sciagura. Una storia colma di sfaccettature, con zone d’ombra e domande in sospeso, che ci mette in attesa della quarta avventura di Micuzzi, poliziotto svagato, distratto e meditabondo che si muove per Milano come un naufrago che ha perso la bussola”, con la precisazione che: “Cassani dimostra la sua perfetta padronanza dell’italiano (che ultimamente parrebbe diventato un optional) e la sua duttilità. Lieve e con innata disinvoltura, svolazza pagina su pagina da un linguaggio colto, ma diretto, a frasi e gustose espressioni dialettali milanesi”.

Se mi è consentita una deformazione professionale, Simonide di Ceo, poeta del V sec. a.C., aveva già affermato che “la pittura è una poesia muta e la poesia (come pure la prosa, aggiungo io) una pittura parlante”, e la prosa di Cassani traccia un affresco quanto mai vivo della Milano di oggi, con un pizzico di perdurante nostalgia per quella di ieri.

Come non ricordare, ad esempio, anche la copertina di Pioggia battente, con il suo tram della ‘mitica’ serie 1500, che da quasi novant’anni scampanella lungo di vie milanesi?

Ebbene, l’attesa del recensore e dei lettori è finalmente terminata.

In questa sua quarta inchiesta, giocata su due piani temporali, in un arco di tempo che si snoda dal 1978 al 2013, continua la personale ‘odissea’ del commissario Sandro Micuzzi, un antieroe con la tenacia e la sagacia di chi sa investigare, che si ritrova silurato per la seconda volta in pochi anni.

Apro una breve parentesi per evidenziare il rapporto Autore-Personaggio, condotto sempre sul filo sottile di una simpatia naturale, che non rifugge da qualche momento ironico, così da strappare un sorriso al lettore:

Micuzzi rimane concentrato per non perdere il filo, visto che di perdita di fili potrebbe dare lezioni all’università e lui non è mica un’Arianna”, perché sa “che spesso la sua testa è come un albergo in cui i pensieri inutili dormono gratis”.

Già punito con l’allontanamento dal suo posto a capo della squadra investigativa della Mobile per aver ucciso sul ponte dell’Ortica un tossico armato di una pistola caricata a salve, viene ora ‘sbattuto’ (ma la burocrazia ha un suo linguaggio e la definizione è ‘trasferito’, anzi tra-sfe-ri-to come gli sillaba perentorio il questore) dal commissariato Città Studi, dove ha stazionato giusto il tempo per dare ancora fastidio con l’indagine descritta in Zona franca, ad una posizione più periferica e marginale, ad un nuovo avamposto di polizia ai confini della città; una sorta di squallido Fort Apache, piazzato nel bel mezzo di via Padova, il cui carattere multietnico Cassani descrive in modo magistrale, con il semplice ricorso ai tratti distintivi della musica, che da sempre si può definire l’anima di un popolo (“Micuzzi la conosce bene quella via. È lunga come la quaresima, è un elastico tirato dalla rotonda di piazzale Loreto che si aggancia alla periferia con vista tangenziale Est. È uno snodo di contaminazioni, un frullato di genti, un mood mediterraneo, un miscuglio cromatico, un fluire blues, un’improvvisazione jazz, un controtempo balcanico, un ritmo di congas, è una nenia cinese. Un pastrocchio”).

Appare subito chiaro che il lavoro sarà puramente burocratico, perché il nuovo commissariato, abborracciato alla meglio, nient’altro è che fumo negli occhi per un’opinione pubblica, che è sì affamata di sicurezza, ma che poi si accontenta anche di una sua parvenza.

Giustamente deluso sul piano professionale (“Micuzzi sente caldo al viso: non è rebbia, non è vergogna. E’ deriva. E’ sconforto per doversi occupare di un’inchiesta ancora una volta non da titolare, ma da supporter, da infiltrato speciale nella vita di un biondino che, se tanto gli dà tanto, avrà una scrivania ordinata come quella di Laricci. E tutto questo soltanto perché la sua ex moglie si infila sotto le lenzuola di un sospettato non si sa bene ancora di che cosa, del quale lui deve fingere pure di voler diventare amico. Con allegra soddisfazione e successiva incazzatura di Margherita (viste le finalità). Già la sente…”), il nostro commissario viene direttamente coinvolto, in modo determinante, anche in quello personale e privato,  perché Margherita, la sua ex moglie, non ha infatti perso l’abitudine di innamorarsi di uomini a dir poco ambigui, e di coinvolgere l’ex marito nei suoi progetti, che stavolta preludono al matrimonio e addirittura al ruolo di testimone affibbiato d’ufficio al nostro commissario, costretto sempre ad arrendersi di fronte all’eterna domanda-imposizione ‘Vuoi la mia felicità?’, una sorta di mantra ineludibile, che finisce per lasciarlo disarmato  indifeso.

Il lettore scoprirà che il promesso sposo di Margherita è Gaetano Mastronardi, il fratello maggiore di Aristide, con cui il romanzo si apre in quella lontana domenica del 1° ottobre 1978, figlio di un carabiniere, ex estremista di sinistra, accortamente riciclatosi secondo un clichè già visto troppe volte nella realtà, che diventa ovviamente l’antagonista di Micuzzi.

Dalla cena a tre che Margherita organizza per agevolare conoscenza e amicizia la trama entra nel vivo dei colpi di scena, a cominciare dal tentato omicidio di Gaetano, che Micuzzi sventa d’istinto, e prosegue in un susseguirsi incalzante, gravida di vicende che, carsicamente, riaffiorano, in cui personaggi vecchi e nuovi giostrano secondo logiche che a Micuzzi non sempre appaiono evidenti, ma su cui la sua ‘pancia’ non smette di riflettere, arrivando infine alla soluzione, che non prelude però necessariamente a una conclusione appagante e rassicurante per il lettore.

L’intreccio infatti è giocato sapientemente su più piani, con una cura attenta, direi quasi maniacale, ovviamente nel senso buono del termine, ai dettagli; non c’è infatti solo l’aspetto cronologico, che fa riaffiorare con prepotenza un passato troppo lento a passare (in merito Freud, in un carteggio con Einstein del 1931, scriveva che ‘i mulini della storia macinano talmente adagio che la gente muore di fame prima di ricevere la farina’), e l’incarico imposto dal questore a Micuzzi diventa un caleidoscopico tourbillon, una sarabanda scatenata, in cui normali macchine per scrivere vengono scambiate per armi (splendida la tecnica allusiva e mirabile la suspense al riguardo: “Nere, lustre, nuove, appena uscite dalla fabbrica. Ben oliate. Pronte all’uso. In mano a gente esperta, predisposte per raffiche intermittenti, infallibili, che a volte possono uccidere. In un certo senso. Nelle casse ci sono anche i nastri.”), in cui la ricerca affannosa di un particolare dvd mobilita personaggi dal comportamento poco limpido e si complica con la presenza ingombrante dei servizi segreti nostrani in contatto-contrasto con i loro colleghi di oltre Oceano, tutti però fermamente decisi a fare in modo che i suddetti mulini non producano una farina pericolosa e non si sazi la fame di verità della gente verso precisi fatti di cronaca, su cui la storia, con o senza la ‘esse’ maiuscola, preferisce invece accortamente glissare.

Il precedente accenno ad alcuni personaggi ne permette ora la descrizione, con le abitudini, i pregi, i difetti e magari quei particolari della loro vita privata che ce li rendono reali nel loro agire quotidiano. Si potrebbe suddividerli tra “I nostri” e “Gli altri”, inserendo nei primi quelli già conosciuti e diventati ormai familiari grazie ai primi tre libri:

– il questore Salvatore Nardò, ‘simpaticamente’ definito Kapò, termine di una certa risonanza politico-filmica…, navigato e inamovibile (“La sedia di Nardò aveva traballato forte in mezzo al terremoto, ma poi si era data una calmata, il sisma non l’aveva fatta cadere giù come l’Armando”, con un dotto riferimento a Iannacci;)

– il commissario Lariccia, subentrato al posto di Micuzzi alla Mobile;

– l’agente Rosaria Della Vedova, l’autentico angelo custode di Micuzzi, vero e proprio deus ex machina in certe situazioni:

– l’ispettore Teneriello, dalla simpatica logorrea, esperto del mestiere e sinceramente affezionato a MIcuzzi

– l’ispettore Salada, trasferito ad altro incarico, ma ben presente nel suo nuovo ruolo

– Lucio Cavalli, magistrato, vedovo e claudicante, le cui idee sulla sua professione e sul senso del dovere collimano con quelle di Micuzzi e deciso a perseguirle nonostante tutto (“La voce di Cavalli non è più squillante come un tempo. Il timbro è lo stesso, la convinzione pure, ma è come se avesse perso una patina di smalto. La vita e il tempo che passa a volte sono peggio della ruggine”)

A fianco di queste figure ‘storiche’ si registrano le presenze di Manfredo Natuzzo, il vice di via Padova, e dell’agente Lara Sandri, spesso scambiata per Sandra Lari (‘un po’ imbranata’ al dire di Natuzzo e ‘diversamente sveglia’ per Micuzzi, secondo una definizione politically correct).

Tra “Gli altri”, accanto a Margherita e la free-lance Ambra Cattaneo, sempre alla ricerca di uno scoop, occorre ricordare anzitutto la famiglia Mastronardi, il padre Salvatore, carabiniere in pensione, mutilato e decorato, il figlio maggiore Gaetano con i suoi traffici sospetti e Aristide, da sempre alla vana ricerca dell’idea geniale, che gli permetta il salto di qualità, ex-carabiniere e confidente dell’Arma, per cui svolge incarichi non meglio definiti, in un sottobosco dai contorni non sempre chiari, titolare, a disagio e senza convinzione, di una libreria in via dei Transiti, su insistenza della moglie Evelina Agnetti, algida e austera., di un’austerità che si scoprirà essere solo di facciata.

Tra i comprimari di rilievo c’è Sante Rondello, detto Tumistufi, con un debole per il Biancosarti e i toscanelli alla vaniglia, e con il macchiettismo tipico di certi ambienti dei bassifondi, cui il dialetto dà il suggello dell’autenticità.

Anche Ines Santacroce, titolare dell’alberghetto di piazza Aspromonte, bionda platinata con un ‘sederone da primato’ si ritaglia una parte per certi aspetti decisiva, a partire dal ritardo della segnalazione dei dati di Patricia in questura, e da ammissioni che suggeriscono una via precisa all’indagine.

Sul versante ‘americano’ della storia, accanto a Mr. Gramble, ‘zio d’America’ ed eminenza grigia dell’intera vicenda, un ruolo particolare lo giocano, su versanti che presto diventano opposti nonostante una loro relazione sentimentale, l’avvocato Patricia Buonanima, spedita in Italia, ma ufficialmente in vacanza a Parigi, e il collega John Morris, da subito interessatamente sulle sue tracce. Abile la prima ad eclissarsi accortamente, grazie a un’innata diffidenza, eredità delle sue origini mediterranee nonostante i suoi pregiudizi al riguardo, più goffo il secondo nonostante l’ap-partenenza a un servizio segreto fin troppo reclamizzato in libri e film.

            Come i precedenti, anche Soltanto silenzio è un romanzo profondamente milanese: perché l’azione si svolge in gran parte attorno alle zone di piazzale Loreto, Lima e via Padova,            perché in molti dialoghi fa capolino ul dialett de Milan, scritto così come si pronuncia, avverte l’autore, e direi che è la scelta migliore, poiché il parlato la vince sempre su regole e schemi dettati dai puristi.

Con questo romanzo prosegue, come si è visto, il movimento centrifugo di Micuzzi, la migrazione dal centro della città, con la sua Questura di via Fatebenefratelli, attraverso la tappa intermedia in Città Studi, fino all’approdo definitivo (?) in via Padova, quella sorta di coacervo multietnico che i milanesi hanno visto crescere giorno dopo giorno, in un clima di autentico melting pot..

E’ una città vista quindi dalla periferia, dove poco a poco è stato spostato Micuzzi, dove la gente ha iniziato a trasferirsi,        anche per colpa di quelli che stanno trasformando Milano in ‘una casa vuota senza gente dentro’, come recita La cà senza gent di Claudio Sanfilippo, autore da sempre preferito da Cassani per i suoi versi e le sue suggestioni.

A beneficio dei lettori si deve dire, prendendo spunto dalle Note dell’Autore, che il commissariato di via Padova non esiste.

Copiatura voluta dell’Autore (‘E comunque ho copiato. Ecco’), per fare un po’ da contraltare al commissariato di Quarto Oggiaro, creato ad hoc per l’ispettore Ferraro di Gianni Biondillo.

Si può allora aggiungere, in questa ideale ‘galleria’ di commissari milanesi, la figura del commissario italo-eritreo Andrea Lucchesi di Gianni Simoni e, soprattutto, il commissario Ambrosio di Renato Olivieri, che del suo personaggio ricordava con piacere una frase, letta in una recensione: ‘Ambrosio è uno di quei personaggi che si inviterebbero volentieri a casa per una sera’.

Penso che questo farebbe senz’altro piacere anche a Micuzzi, grappa Nardini e toscanelli o meno.

Per l’Autore invece vorrei scomodare un attimo Michael Connelly, il padre di Hieronymus ‘Harry’ Bosch, detective della Omicidi di Los Angeles, perché scrive Connelly ne L’uomo di paglia che ‘non c’è giornalista che dentro di sé non sogni di fare lo scrittore’ e allora si può tranquillamente chiosare questa affermazione aggiungendo ‘Meno male che Cassani lo ha ascoltato!

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...