“Zona franca” (TEA) per il giorno della memoria

Zona franca (TEA) di Massimo Cassani

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Pedalava più volentieri quando portava il pane a casa dei signori Pavia, cioè l’Ebreo e sua moglie, come li chiamavano tutti nel palazzotto in cui vivevano.

I genitori della Sarah…
Il padre, il maestro Primo Pavia, era stato pianista alla Scala. Poi, nel Trentotto, le leggi razziali avevano decretato che il maestro Pavia e quelli come lui erano un pericolo per la Nazione,
per la Grande Proletaria. Erano impuri, taccagni e prestasoldi, in combutta con le potenze plutocratiche angloamericane.
Il Baffetto germanico aveva dato il la alla sua danza macabra e il Mascellone romagnolo, per non esser da meno, gli era andato dietro a passo di mazurka. Carriera artistica finita, stop, a casa, solo lezioni private.
Sarah aveva raccontato quelle cose guardando Luigi con i suoi occhioni scuri sotto la frangetta scura, con il suo sorrisino luminoso che faceva da controcanto agli occhioni scuri, alla frangetta scura. Aveva denti piccoli, bianchi, regolari. Sembravano le perle di una collana. E aveva le lentiggini sul naso. Anche la Sarah sarebbe diventata una grande pianista, quando le efelidi fossero sparite dal suo viso.

Il Luisìn ne era sicuro.

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