Via Padova, a Milano, non è solo una strada (Zona franca, TEA)

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di Massimo Cassani

Via Padova, a Milano, non è solo una strada. È una coscienza che rode. È la visione di ciò che sarà. È una freccia invisibile, scoccata appena terminato il bagliore delle vetrine di corso Buenos Aires, fa un mezzo giro attorno a piazzale Loreto e va a infilzare la periferia, passando per lingue sconosciute, per facce sconosciute e certi odori che fanno storcere il naso a chi ci capita per caso e non avrebbe voluto.
Luigi Pecchi detto Gigi Sciagura, cappello da baseball in testa girato all’incontrario e megafono a tracolla, lungo via Padova pedalava lento. Tanto non doveva mica vincere il Giro d’Italia. Doveva solo arrivare a casa, accompagnato dal suo cane al passo di trotto, un bastardino bianco e marrone con l’occhio sinistro cerchiato di scuro, che sembrava un vecchio signore con il monocolo. Se avesse saputo che di lì a poco avrebbe detto addio al suo cane, gli sarebbe venuto un magone da attorcigliargli le tonsille. E forse anche a lui, al cane.

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