In ogni angolo del mondo c’è una “Zona franca” di Mauro Castelli

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di Mauro Castelli

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Una mano calda, come peraltro si conviene a un giornalista di vecchia data (professionista dal 1990, è direttore della rivista Ambiente&Sicurezza del Sole 24 Ore nonché responsabile periodici dell’Area Ambiente-Energia); uno scrittore intrigante che, con naturalezza verrebbe da dire, si porta al seguito la non facile arte del raccontare; una penna davvero abile nello scardinare il perbenismo borghese, addentrandosi nei meandri di una metropoli dagli inaspettati risvolti, a fronte di un canovaccio che, nella sua finta semplicità, cattura e sorprende. In effetti Zona franca (Tea, pagg. 416, euro 14,00) è un romanzo ben riuscito, portatore di una solida intelaiatura e di incastri condotti ad arte. Di certo un meritevole lavoro quello firmato da Massimo Cassani, che può ormai essere annoverato fra gli “arrivati” della narrativa di genere. Che dire di lui? Che è nato a Cittiglio nel febbraio 1966 e che, dopo gli studi classici a Varese, si è trasferito a Milano per frequentare l’Istituto per la formazione al giornalismo. Andando curiosamente ad abitare nella casa della moglie di Alfredo Binda («In effetti mia nonna materna, Annetta, era prima cugina di questo grande campione, dal quale ho mutuato la passione per la bicicletta a livello amatoriale, passione ultimamente accantonata in abbinata a quella per il cinema per regalare più spazio al mio attuale hobby, quello dello scrivere»). Il suo esordio in libreria risale a cinque anni fa con Sottotraccia, romanzo con il quale ha lanciato il personaggio del commissario Sandro Micuzzi, un poliziotto svagato e distratto, pigro e smemorato, ruvido ma perbene, che non ama giocare secondo le regole e “che si muove in città come un naufrago che ha perso la bussola”. In seguito Micuzzi sarebbe stato protagonista anche del secondo romanzo, Pioggia battente, pubblicato – sempre per i tipi di Sironi Editore – nel 2009. L’anno successivo Cassani si sarebbe staccato dalla narrativa di genere con Un po’ più lontano (Laurana Editore), un romanzo che ha per temi la solitudine, il rapporto con il passato e il riconoscimento d’identità. Poi il recente ritorno alle origini, con la terza storia, Zona franca per l’appunto, dedicata a Micuzzi, un investigatore “silurato dalla Questura” e parcheggiato presso il commissariato di Città Studi. Una storia, anche questa ovviamente ambientata a Milano (città fredda e spietata, dove lavoro nero e corruzione sono di casa), che si nutre della morte di uno strano personaggio, Luigi Pecchi detto Gigi Sciagura, un ottuagenario stralunato e inoffensivo che predicava, “cappello da baseball in testa girato all’incontrario e megafono a tracolla”, la necessità di abbattere il Duomo (perché dagli occhi della Madonnina usciva un fumo velenoso). Ma chi poteva avere interesse a farlo fuori? Un imprenditore-finanziere che aveva preso di mira per la costruzione di un grattacielo o il nipote interessato a ereditare il suo appartamento? Un amico di vecchia data o qualcuno ingolosito dal suo vagheggiato tesoro? Oppure il giovane immigrato addosso al quale è stata trovata l’arma del delitto? Fra le pieghe di questi interrogativi si muoveranno le indagini del commissario, alle prese con una città multietnica (guarda caso l’autore abita proprio in via Padova, punto di incontro di chissà quante etnie), dove pestaggi, scontri e confronti, morti bianche e traffico di stupefacenti si sprecano. E dove la realtà è pronta a sposarsi con la finzione, fra personaggi veri e altri inventati. Così Gigi Sciagura “è romanzo”, anche se liberamente ispirato a Carlo Torrighelli: un fuori di testa che girava per Milano con un triciclo accusando la Chiesa di uccidere il “popolo bue” con un’onda misteriosa, prodotta da impianti nascosti nei sotterranei del Vaticano. Ma a tenere banco troviamo anche la storia degli spartiti di musicisti ebrei (fatti sparire affinché non venissero distrutti) oppure quella dell’anello della Repubblica, episodio che rientra nell’ambito dei misteri d’Italia. Che altro da annotare? Che ci troviamo di fronte a un’ulteriore conferma per Massimo Cassani, abile nel portare avanti l’intrattenimento in abbinata ai contenuti («Ritengo sia importante fare della narrativa un veicolo di conoscenza e di divulgazione. E a questo libro ho dedicato, pur facendo dell’altro, quattro anni di ricerche e approfondimenti»). Un personaggio quindi di spessore, che è stato pure un bambino precoce: in seconda elementare si era infatti inventato “L’inno di Cassani” per fare da controcanto a quello di Mameli. Lavoro che una divertita maestra non mancò di portare all’attenzione del direttore didattico. Ma anche un autore dal carattere riservato e fantasioso («È stata forse quest’ultima mia componente a trascinarmi nel giallo-noir di stampo mediterraneo-europeo, un genere che per certi versi affonda le sue radici nel grande Simenon»); un autore che tiene anche lezioni di “Intreccio narrativo”, a Milano, presso la “Bottega della narrazione” di Laurana, diretta dallo scrittore e consulente editoriale Giulio Mozzi.

magri.marina@gmail.com

 

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