Noi, nati lungo una linea ferroviaria…

di Massimo Cassani

Treni

Noi che siamo nati lungo una linea ferroviaria abbiamo dentro il senso naturale dello scorrere del tempo.
Treno 10234, ore 14.01 per Laveno.
Treno 10234, ore 14.04 per Milano.
Se guardi i vagoni con lo sguardo fisso, vedi soltanto una linea colorata di grigio e rosso e il riflesso del sole contro la lamiera. Se invece segui a uno a uno il vetro dei finestrini come guardare una partita di tennis, e blocchi l’immagine per un secondo nei tuoi occhi, allora riesci a intravvedere le sagome di quelli che stanno seduti dentro i vagoni: chi ha il cappello in testa, chi dorme, chi tiene lo sguardo abbassato su un libro, un quotidiano, una rivista. Sembrano immobili e sembrano senza pensieri, stanno lì e si lasciano trasportare dal treno verso un altrove diverso da qui.
Beppe viene verso di me nel controluce delle tre del pomeriggio. Ha le ginocchia sbucciate e il pallone arancione con stampato il cane a sei zampe sotto braccio. Io strizzo gli occhi seduto sulla massicciata bruciata dal sole di fine luglio e vedo la sua figura tremolare come un miraggio. E’ appena passato l’omnibus delle quindici e diciotto. Beppe si siede accanto e me e si infila in bocca un filo d’erba smunta. L’odore di catrame si confonde con quello della terra. Non mi chiede se voglio giocare. Tanto non c’è fretta. In questi pomeriggi caldi e immobili e punteggiati dal frinire delle cicale non c’è mai fretta e il tempo è scandito soltanto dal passare dei treni.
Treno 10236, ore 15.18 per Laveno.
Treno 10237, ore 15.31 per Milano.
Rosi, la ragazzina con la gonna a fiori e le ginocchia sporgenti , oggi non si è vista. Peccato, perché di solito passa di lì per andare dall’amica più o meno verso quest’ora. Mio padre ha appena finito di ruotare le manopole del casello per muovere i leveraggi e alzare le sbarre e lei passa poco prima che le sbarre si rialzino. Aspetta davanti al passaggio a livello e butta uno sguardo verso la massicciata sulla quale sto seduto a guardare da lontano. Faccio finta di fissare un punto preciso della montagna, perché così assorto penso di far colpo su di lei. A volte mi sorride e io le faccio un cenno distratto con la mano, ma senza sorridere a mia volta. Chissà, forse pure io farò il casellante da grande. O forse no. Neppure mio padre sorride mai. Così si fa. Sta concentrato sugli orari, aspetta il segnale dalla stazione, esce e ruota vorticosamente le manopole per abbassare le sbarre. Anche lui deve aver interiorizzato il passare del tempo perché di rado guarda l’orologio. Mio padre sa quando è ora di abbassare le sbarre. Lo ha sempre saputo, perché pure lui è nato lungo una linea ferroviaria e dentro ha il senso naturale dello scorrere del tempo.
Una nuvola ha oscurato il sole, ma è stata soltanto un’ombra di passaggio. Anche il treno è stato soltanto un passaggio, veloce, rumoroso. E puntuale. Come Rosi, con la sua gonna a fiori e le ginocchia sporgenti. Che oggi però non si è vista. E Beppe sputa il filo d’erba. Indica con il mento il prato lontano: è verde, bruciato e scuro di terra davanti alla porta sbilenca costruita da suo zio con tre pezzi di legno rubati alla radura di pioppi che sovrasta i binari. Guardo ancora il passaggio a livello ormai aperto. Fra poco passerà un altro treno. Sì, dico, andiamo a giocare; anche se non ne ho molta voglia, penso. E fra qualche anno, continuo a pensare, quel treno porterà via anche a me. No, non farò il casellante. Perderò questo prato di campagna, arso, perderò quest’odore di catrame e terra. E le montagne. E le cicale. Perderò mio padre. Perderò Rosi e le sue ginocchia sporgenti.
Non perderò il senso naturale dello scorrere del tempo. Quello che abbiamo noi, nati lungo una linea ferroviaria.

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