Il commissario Micuzzi è tornato in libreria a marzo…e intanto ha un dubbio…

Tram

di Massimo Cassani

Mi ha telefonato proprio oggi, mentre stavo camminando su piazza dei Mercanti, a Milano. C’è una mostra lì e la volevo visitare. Mi fa: “Allora esco, a marzo”. Lo so che il commissario Micuzzi non è mai stato un uomo di tante parole, ma ho dovuto fare uno sforzo per rendere esplicito ciò che invece era implicito in quelle quattro parole. Stava parlando del prossimo romanzo, del prossimo romanzo che lo vede protagonista. Suo malgrado, se lo conosco bene.
La butto sul ridere: “Ti hanno fatto lavorare, allora”. Non ha detto né sì né no, ho soltanto sentito sfrigolare l’accendino e subito dopo uno sbuffo. Mi è addirittura sembrato di annusare l’odore di Toscanello e mi sono voltato per vedere se qualcuno lo stava fumando lì attorno. Ma lì attorno non c’era nessuno, solo qualche passante lontano e i piccioni fermi in una striscia di sole, infreddoliti.
“Il problema è Margherita”
“Mhm – dico io – la tua ex moglie. Che ha combinato stavolta?”.
Ancora una non risposta, un borbottio incomprensibile seguito da una domanda, imbarazzata direi: “E se tornassimo a vivere assieme?”.
Ancora un sottinteso, una seconda domanda inespressa: mi sta chiedendo cosa ne penso. Dico: “Be’, dipende. Tu cosa ti senti di fare?”.
Silenzio. Chiaro che se il commissario Micuzzi sapesse cosa fare non mi telefonerebbe. Intanto l’idea di visitare quella mostra è rimandata. Ho girato sui tacchi e mi sono avviato verso piazza Duomo. Fa freddo e camminare un po’ non mi dispiace. Laggiù, sul sagrato, un vecchio con il megafono in mano strilla qualcosa. Le sue parole gracchianti mi arrivano indistinte e non ci faccio troppo caso. “La verità è che il tempo passa – riprende Micuzzi – qui si invecchia”. Già, qui si invecchia.
“Per quanti anni siete stati sposati”.
“Quindici” fa lui, senza esitazione.
“Quindici. Sono tanti”.
“Sì”.
“Però quella donna di casini ti ne ha creati mica pochi…” e lascio in sospeso, tanto lui, Micuzzi, li conosce bene quei casini.
“Li devo considerare acqua passata?”.
E che ne so, io? Gli vorrei dire, ma non glielo dico. Già che ci sono, mi accendo una sigaretta, mentre le parole del vecchio che strilla sul sagrato si avvicinano. Cambio discorso, perché tanto lo so: Micuzzi sta meditando, parla con me, ma è come se parlasse con se stesso. “La nuova storia ti piace? L’autore ti ha fatto fare bella figura? Insomma, ne esci bene?”.
Ancora silenzio. Se non fosse un amico gli direi che ho da fare e me ne tornerei in piazza dei Mercanti per visitare la “mia” mostra. “Boh – dice lui – mica l’ho letta. Io l’ho vissuta. Dal di dentro le cose sono sempre diverse”. Ecco, appunto penso (penso, ma non dico), io nella tua storia con Margherita non sono dentro, l’ho solo letta negli altri due romanzi, non l’ho vissuta. Io osservo, non vivo le tue vicende, caro il mio Sandro, se non lo sai tu cosa fare con Margherita… Cambio ancora discorso, un piccione mi svolazza davanti alla faccia e gli do dello stronzo. “Caso complicato? Il prossimo, intendo”.
“Mica c’è un solo caso…ce ne sono almeno due, anzi tre. Più la vicenda con Margherita” e Micuzzi lascia cadere il discorso. Rilancia con un’altra domanda: “Tu cosa sai della danza contemporanea?”.
“Almeno quanto so della fisica quantistica. Perché?”.
“No, niente. E’ che nel nuovo romanzo mi fanno incontrare una ballerina, cioè una danzatrice tersicorea, come dice lei”.
“Ah – dico io – interessante”.
“Sì, ma non farti strane idee”.
“Me le sono già fatte”.
“Ecco, smontatele”.
“Impossibile. E com’è?”.
“La danza contemporanea?”.
“No, la ballerina”.
“Danzatrice terisicorea”.
“Vabbè, quella roba lì. Insomma com’è la ragazza?”.
“Bionda. E ha i riccioli”.
“Graziosa?”. La risposta di Micuzzi è soltanto un “Bah” che può voler dire una cosa e il suo contrario.
“In Sottotraccia e Pioggia battente hai incontrato donne interessanti, direi…sì, magari un po’ ambigue…in questo nuovo romanzo, invece?”.
“Invece cosa?”.
Oddio, Micuzzi, che voglia di tirati un pugno sul naso. Questa volta glielo dico. “Tanto non posso difendermi – dice lui – Ho una mano fasciata. La destra, cazzo”.
“Che hai fatto?”
“L’ho picchiata contro un muro”.
“Ah. In sbaglio”.
“No no, non in sbaglio”.
“Se volevi tirar giù il muro potevi chiamare un muratore” e rido. Micuzzi non ride, dice solo “Spiritoso…”. Poi dice ancora “Allora, nessun consiglio con Margherita…”.
“E come faccio, Sandro? Chi sei tu lo sai bene, come sai bene chi è lei…”.
“E se fosse cambiata?”.
“Probabile”.
“E se fossi cambiato io?”.
“Im-pro-ba-bi-le”.
Ecco.
Una nuvola copre il sole freddo di gennaio, ma solo per un attimo. “Chi è che strilla lì vicino a te?”, mi chiede Micuzzi.
“Un vecchio. Strilla in un megafono”.
“E che dice?”.
“Dice che bisogna abbattere il Duomo. Dice che Milano è piena di matti”.
Silenzio. Poi ancora la voce di Micuzzi: “Be’, non ha tutti i torti però…ci vediamo a marzo, va’”.
“A marzo – dico – va bene”.
E torno sui miei passi. E mi accorgo di non avergli chiesto quale sarà il titolo del suo nuovo romanzo.

Micuzzi vive in una zona franca, difficile stanarlo da lì…

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