“Il giorno dopo richiamai l’architetto…”

(tratto da “Un po’ più lontanodi Massimo Cassani)

Milano. Agosto. Dieci e mezzo circa di mattina.
In teoria non avrei dovuto lavorare. Era sabato. E da quando mi ero messo a fare il traduttore free lance – cioè da sempre, dalbacio accademico in poi – al sabato non lavoravo. Mi ero dato un ordine preciso, per non perdermi fra i trabocchetti della casa: televisione, radio, frigorifero. Giornate di lavoro prestabilite: lunedì-venerdì. E orari certi: nove-tredici, quattordicidiciotto e trenta. Spesa, pulizie, fila in posta, varie ed eventuali: confinate al fine settimana, come un normale lavoratore dipendente. Deroghe, solo per gli straordinari e per gli eventi eccezionali.
I documenti da tradurre, per fortuna, arrivavano a cadenza regolare. Una volta al mese, così potevo organizzarmi con relativa calma. E poi, per me, tradurre – soldi a parte – era una specie di ergoterapia, una cura imperniata sul lavoro, che mi permetteva di tenere in ordine i pensieri.
Milano era in preda a una canicola debilitante che non mollava un minuto. Io stavo seduto nel mio angolo di lavoro, in soggiorno, e picchiettavo sulla tastiera del pc, sotto lo sventagliare lento del ventilatore. Mi piaceva tradurre? Non lo so, non lo sapevo più.
Ormai mi veniva facile e lo facevo.
Ero arrivato a quell’occupazione grazie a – o a causa di – un incontro casuale. Mi trovavo a Parigi, a una fiera specializzata in edilizia. Fino a quel momento ignoravo che esistessero rassegne dedicate alle macchine per il cantiere. Fingevo di cercare documentazione all’ufficio stampa.
Qualcuno mi chiese se ero un giornalista.
Risposi di no.
Se ero un imprenditore.
Risposi di no.
Ingegnere.
Neanche.
Raccontai una parte di verità: ero un traduttore. Questo qualcuno era un architetto di Roma e dirigeva un centro di ricerche nel mercato delle costruzioni. Stavano cercando collaboratori specializzati perché erano entrati in un network internazionale. Io non ero affatto specializzato in quel settore, ma se l’avessi ammesso a quel punto avrei subito il legittimo disorientamento del mio interlocutore. E io dovevo evitare a chicchessia di chiedere, approfondire. Dovevo osservare, non essere osservato. Indagare, non essere indagato. Capire, non essere capito.
Ero lì perché stavo seguendo una persona, un distributore di macchine per l’edilizia che aveva rapporti con la Corea. E chi mi aveva mandato voleva tenerlo d’occhio. Il mio uomo era entrato nell’ufficio stampa e si era seduto su un divanetto. Era sudato. Si asciugava la fronte con il fazzoletto e si guardava in giro, quasi
fosse davvero un giornalista che aveva finito i suoi giri e si stava riposando. Sapevo che non era così. Stava aspettando qualcuno. Ci restò per quasi un’ora, facendosi aria con il fazzoletto e sbuffando ogni volta che guardava l’orologio. Io facevo finta di leggere la documentazione infilata negli espositori: schede-prodotto, brochure, comunicati stampa. In tutte le lingue. Fingevo, ma pareva facessi sul serio, di essere interessato a quella roba. Fu in quel frangente che l’architetto di Roma mi avvicinò. “Lei è italiano,
vero?”, mi chiese. “L’ho capito dall’abito”.
Non potevo liquidarlo. Non potevo scaricarlo così. Cominciammo a conversare. Conversavo e nello stesso momento
tenevo d’occhio il mio uomo. Quell’architetto mi raccontò del network. Mi disse, appunto, che stavano cercando collaboratori, meglio se giornalisti specializzati e poliglotti perché dovevan integrarsi meglio con gli altri centri. Quando gli raccontai che ero un traduttore si fermò un attimo a riflettere. Infine annuì. Potevo fare al caso suo. “Se poi se ne intende…”
Dunque, dissi di sì, che ero specializzato e che conoscevo alla pefezione tre lingue (questo, almeno questo, era vero) inglese, francese, spagnolo. Nessun guizzo di fantasia, che so, giapponese, russo, swahili. No: solo inglese, francese e spagnolo, ma con una solida padronanza di verbi, avverbi, slang, modi di dire, letteratura, autori, classici e moderni. Pomeriggi buttati nel cestino della carta, o quasi, visti gli esiti di tanto studio.
L’architetto mi diede il suo biglietto da visita. E se ne andò. Il mio uomo intanto si era mosso e stava uscendo dall’ufficio stampa. Il suo appuntamento era saltato o, forse, solo rimandato.
Non mi mossi. Un mio collega lo attendeva fuori dalla sala stampa e lo avrebbe preso in consegna.
Il giorno dopo, appena rientrato a Milano, richiamai l’architetto.

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