“C’è un tempo…”

di Marta Pleuteri

 

Si chiama Pietro, ha trent’anni. Lavora in banca, abita a Milano. Io sono il sole, il vento, il sorriso di un bambino: tu puoi non notarmi, ma io ci sarò sempre. Adesso sta camminando. Sta tornando a casa. Apre il portone, saluta il portiere. Sono le 18.35. Mi stupisce come riesca a spaccare il secondo ogni giorno, più preciso di un orologio svizzero. Spesso se ne meraviglia anche lui. Trentasette secondi per salire a piedi fino al sesto piano. L’ascensore è guasto. E’ guasto da sempre. Pietro ha rinunciato da tempo a vederlo funzionante, come tutti. Otto secondi per aprire la porta. La sua esistenza è piena di numeri. L’ avrete notato. Ma i numeri sono dappertutto. Sì, nella sua vita più che in altre. Lavora in banca. Conta soldi tutti i giorni. Ha una laurea in matematica. Gli capita molte volte di pensare come abbia sprecato i suoi anni d’università per una laurea che l’ha portato a operare in un istituto bancario. Lui vorrebbe lavorare per la Nasa, trasferirsi in America. Ma non riuscirebbe mai a lasciare tutti i suoi cari . Odia il suo lavoro, ma non se ne allontanerebbe. Non ne sarebbe capace. Due minuti per scegliere cosa mangiare. Un’ora per prepararlo. La sua vita è come un orologio, preciso e imparziale. Tic tac tic tac. Il tempo scorre. E non gli succede neppure un’inezia. Non accade nulla a lui e a nessuno che gli è intorno. Non potrà raccontare niente di entusiasmante alla madre cui sta parlando al telefono. Passa lunedì, martedì, mercoledì. Giovedì tentata rapina in banca. Dodicesima volta. Una in più una in meno, a Pietro non importa . La sera, 20.30, di nuovo parla alla madre, le riferisce del poverino che andrà in prigione per non essere neppure riuscito a rubare qualcosa. Venerdì, sabato, domenica. Di nuovo lunedì, poi martedì, mercoledì, giovedì, venerdì. Sabato. In viaggio per Torino. Andata. Ritorno. 17.26. Rallentamenti in autostrada. A Pietro non sono mai piaciuti. Lo sta pensando proprio adesso. Proprio adesso che vede una moto accartocciata, del sangue per terra. Tic tac. Perché per Pietro il tempo si ferma ? Perché la vita lo aspetta ?

Di chi è quella moto, di chi è quel sangue ? Tic tac tic tac. La vita riprende. Ma adesso è doloroso andare avanti, fa male schiacciare quell’acceleratore.

” Chi non vedrò lunedì al lavoro ? ” l’unico pensiero per tutto il resto del viaggio. Non che mancasse molto a Milano, a casa sua. A Milano c’era già. A casa sua quasi. Adesso Pietro ha paura. Ha paura di se stesso. Perché è l’unica persona da cui non può difendersi. Ha paura che quel sangue possa diventare il suo, ha paura di essere lui quella persona che non incontrerà lunedì. Ha paura di diventare un numero, quello del verbale della sua morte, stilato e subito dimenticato. Ha paura perché ha capito che la vita è appesa ad un filo, che la vita è un orologio. Tutto va bene finché non si rompe. Tic tac tic tac. Adesso Pietro quella sveglia la sente in testa, rimbomba, sempre più forte. Perché, si chiede, perché? 18.35. Crash. Anche l’orologio di Pietro si è rotto. Per questo si è gettato dalla finestra ?

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