Racconti/ 5 – Era destino che accadesse…

(di Massimo Cassani)
Il tram aveva appena squarciato la nebbia su viale Regina Giovanna, un muso scampanellante che fendeva un muro lattiginoso senza odore e senza sapore.
Era destino che accadesse.
Guardai l’orologio al polso. Ero in anticipo di mezzora almeno e faceva freddo. Battevo i piedi, mentre il fumo della sigaretta si confondeva con le sue volute alla nube di fiato che galleggiava davanti ai miei occhi a ogni respiro.
Era destino che accadesse.
I minuti passavano con lentezza. Erano minuti di colla, di movenze esasperanti, di anonimi gesti misurati, di sigarette consumate fino al filtro. Erano minuti dilatati, erano lancette lumacose, erano bave che si allungavano all’infinito.
Era destino che accadesse.
Oltre alla nebbia si intuivano appena le insegne brillanti di una oscurità arrivata troppo in fretta e destinata a permanere nelle strade troppo a lungo. Le insegne brillanti non potevano nulla contro il buio, contro la nebbia, contro il freddo che mi faceva lacrimare gli occhi. Contro il mio desiderio di essere lì e di essere da un’altra parte, nel medesimo istante.
Era destino che accadesse.
Misuravo il tempo con il passaggio dei tram, strisce arancioni che macchiavano tutto quel bianco intorno senza lasciare sedimenti di sé. Uno, due, tre quattro, dieci tram, a cadenza regolare, vuoti per lo più. E tristi, anche.
Era destino che accadesse.
Una donna camminava sul lato opposto della strada, il suo cappotto fumé, le sue scarpe a mezzo tacco, il suo cappello di lana calato a nascondere la fronte. Era una immagine d’altri tempi. Io stavo vivendo una storia d’altri tempi. Eravamo lì insieme, uno immobile nella nebbia, l’altra mobile, di corsa quasi, tesa verso una meta, una qualsiasi meta, nota soltanto a lei.
Era destino che accadesse.
Era destino che lei passasse proprio da lì, su quella strada deserta, ignorando i tram, i binari, i lampioni dalla luce velata, ignorando me e il mio appuntamento mancato.
Era destino che rispondesse al cellulare, qualcuno la stava chiamando e, chissà, forse sorrideva mentre attraversava la via con gli occhi bassi, gli occhi immersi nei suoi pensieri. Era destino che il tram arrivasse mentre lei annuiva perché era d’accordo. Era destino che la sua vita finisse così, con un grido di spavento, soltanto uno, e una frenata metallica del tram.
Era destino che accadesse.
Mi avvicinai di corsa, senza neppure pensare a cosa avrei dovuto fare, a cosa avrei potuto fare. Mi avvicinai e mi chinai. E basta. E vidi che respirava, ma respirò soltanto per poco. Il cappello di lana era stato cacciato via dal colpo del tram. Le guardai il viso. E capii.
Capii due cose.
Era destino che accadesse.
Era destino che accadesse proprio lì, su quella strada, dove c’ero io.
Era destino, sì.
La conoscevo.

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