E mentre la guardavo, pensai alla Gradiva di Jensen…

(Da “Un po’ più lontano, di Massimo Cassani, Laurana Editore)
Finito di mangiare, preparai il caffè (“Per me con tanto zucchero, grazie”, disse).
Lo bevve a piccoli sorsi, con gli occhi chiusi. Mi fissai ancora sulla sua bocca. Temetti di essere caduto anch’io nel giogo simbolico dell’archeologo di Gradiva, attratto feticisticamente dalla caviglia di una fanciulla raffigurata in un bassorilievo. Non ricordavo più con precisione l’interpretazione che Freud aveva dato, ma sicuramente quel dettaglio, la caviglia, rimandava all’infanzia di Jensen, l’autore della novella. Provai a scavare nella memoria. Quale meccanismo di riconoscimento inconscio si nascondeva dietro quella bocca?
Che quella bocca mi ricordasse mia madre?
Mia madre aveva una bocca grande come quella di Iaia?
Di lei, di mia mamma, non avevo ricordi, né della sua vita né della sua morte. Avevo congelato il dolore per la sua perdita, l’avevo messo in una teca di cristallo e, chissà, forse proprio quell’ibernamento emotivo mi aveva impedito di amare e di conseguenza, di essere amato. Gaia a parte, ma quella era stata un parentesi che sarebbe stato meglio non ci fosse stata. L’associazione fra la bocca di Iaia e quella di mia madre mi sembrò fuori luogo e mollai quel pensiero.

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