Racconti/4 – II pattume

Il pattume

di Massimo Cassani

Il primo sigaro della giornata, il caffè annacquato come piace a lui e quel costante senso di nausea. Fuori dalla finestra lo stesso cortile e la stessa afa. Se ci si alza presto si evita la calura. Ma chi ce la fa? Alla sera buoni propositi, alla mattina il sonno. Anzi no, l’inedia. Meglio abbandonarsi che vincerla, perché ogni sforzo produce calorie inutili. Sebbene, poi, colazione e pranzo siano sempre troppo vicini.
Alla nausea si sovrappone il saporaccio della pessima aringa affumicata che dal bancone del supermercato era sembrata appetitosa. E non erano neppure serviti i quattro flut di vino bianco che, in realtà, avrebbe dovuto essere bello fresco, se solo si fosse ricordato di metterlo in frigo. Peccato, però. Poteva (anzi, doveva) essere un pranzetto da capriccio: pesce e vino bianco. Quasi da raccontare, dato che, neppure quell’anno, avrebbe potuto raccontare le vacanze. Per i soldi? Sì, quello era un ragionevole pretesto. Chi avrebbe mai potuto smentire i suoi calcoli sul tolto l’affitto, tolte le bollette di luce, gas e telefono e le ferie in alta stagione, perché chi lo dice al capo che avrebbe preso quindici giorni in giugno o in settembre?
Fatto salvo che avrebbe speso anche cento milioni, se solo ne fosse valsa la pena.
Comunque, niente malinconie. Già l’aringa e il vino bianco erano stati deludenti. Ora, bisogna prepararsi con cura. Prima la doccia, anzi no un bel bagno rinfrescante. Ma prima ancora la barba. La barba si rade meglio se si bagna bene la pelle con l’acqua calda. Una contraddizione, in fondo, con quella calura. Ma la pelle ha le sue esigenze e anche la lama, o meglio, il lamarasoio. Una rasoiata dietro l’altra e il gioco è fatto.
Finito. Non era venuta molto bene. La pelle, soprattutto sul collo, è ancora un po’ ruvida. Meglio non insistere, ammesso che abbia voglia di farlo. Poi il bagno. La miscela dell’acqua non è una cosa facile, soprattutto quando si ha la testa da un altra parte. Ma così calda era troppo, anche giustificando la sua imperizia. Quello che doveva essere l’atto risolutore alla stanchezza e all’afa dura solo pochi minuti. Ed usce dalla vasca vagamente irritato e con la fronte umida di sudore.
Deodorante, dopobarba e via, adesso bisognava vestirsi. La camincia rosa di cotone è la più indicata, anche perché si intona con il gilet nuovo, ancora nel cellophane. Sì, la camicia ha le maniche lunghe e a indossarla prova una spiacevole sensazione, quasi un brivido, ma lui pensa che se si fosse mosso con cautela, forse, non avrebbe sudato più di tanto. E, comunque, ha deciso di mettersi quella fin dal giorno prima: non poteva rovinare tutto solo perché adesso sente un po’ di caldo. Per un attimo rimpiange l’autunno, il debole sole di ottobre e gli viene voglia di mangiare le castagne e un sottile languore allo stomaco.
Anche indossare i pantaloni non è facile, ma ormai, con la camicia chiusa fino all’ultimo bottone, il fastidio delle gambe chiuse sotto il tessuto passa in secondo piano.
Vorrebbe evitare pure le lenti a contatto, ma anche in questo caso cerca di farsi violenza. Con le lenti può mettere gli occhiali da sole, nuovi anche quelli, e il disegno del suo abbigliamento è perfetto: accessori compresi.
Adesso è pronto. Già in casa, il caldo sta formando sulla sua pelle una fastidiosa pellicola appiccicosa, ma vince la tendenza a spogliarsi e ributtarsi sul letto. Che cosa avrebbe fatto, se non fosse uscito? Si sarebbe intristito. Così, almeno, ha un obiettivo diverso da quello di strappare il foglietto del calendario: 11 agosto, ieri, 12 agosto oggi.
Gira le quattro mandate della serratura e si trova nel cortile con il leggero sacchetto nella mano sinistra. Nella destra le chiavi del portone. Il portinaio è in ferie. Meglio, così non deve giustificare la sua eleganza; peggio, perché, in fondo, il custode, sarebbe stato l’unico spettatore del suo teatrino, messo su per trovare un senso alla giornata.
La strada, come da programma, è deserta e il cassonetto non molto distante. Un’occhiata alla saracinesca del bar, quattro passi sul marciapiede. In fondo alla via vede una ragazza passare in bicicletta. Una lunga occhiata non corrisposta, prima di fare dietro-front. Ora l’obiettivo è tornare a casa e togliersi i vestiti. Ed evita di accendere la televisione per non vedere qualche pubblicità di gelati confezionati.
Sul letto, in mutande, cercqa di addomentarsi. Quella voglia di castagne sarebbe passata, come ogni anno, al tempo delle castagne.

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4 Replies to “Racconti/4 – II pattume”

  1. “Il portinaio è in ferie. Meglio, così non deve giustificare la sua eleganza; peggio, perché, in fondo, il custode, sarebbe stato l’unico spettatore del suo teatrino, messo su per trovare un senso alla giornata.”

    efficace

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