Racconti/1 – Il bastardo

Il bastardo
di Massimo Cassani


Non amo essere svegliato a notte fonda. Penso che a nessuno faccia piacere.
Ma Sandrone stava male.
“Sono io, sto male”.
Ed eravamo amici, come rifiutarsi di ascoltarlo? Ma, al di là del fastidio di essere svegliato da una telefonata improvvisa, un po’ mi sono sentito importante. E’ vero che ci conoscevamo ormai da anni, è vero che nelle nostre lunghe serate avevamo parlato non solo di politica, ma pure di sentimenti e di così va il mondo, ma è anche vero che, non so perché, l’ho sempre considerato un metro più avanti nel capire le cose, le persone e, soprattutto, le donne. Sposato, anzi convivente, padre di un bimbo vissuto con la stessa militanza con cui viveva il suo impegno politico, Sandrone non amava la realtà statica e la sua voglia di indagare l’animo umano – come diceva spesso lui – era diventata una vera e propria occupazione. Sentirlo in crisi e capire che, in quel momento, ero io il suo punto di riferimento emotivo e, perché no, intellettuale, mi ha fatto superare il disagio della sveglia fuori orario. Lo ammetto, immediatamente ho pensato alle mie doverose nove ore di sonno che venivano messe in pericolo. Anche perché la telefonata non è durata proprio cinque minuti. Ma Sandrone era sconvolto. Si sentiva dalla voce più che dalle cose che mi stava raccontando. E all’inizio, non riuscivo a capire il senso delle sue parole sconnesse.
“L’ho fatto, lo fatto, credevo di resistere, ma l’ho fatto”.
Ho pensato alla sua compagna, ho pensato a un tradimento. Tradire, in fondo, per molte persone non è facile. Il maschio dentro di me mi ha fatto immediatamente sbottare. “Tu nega. Nega sempre, soprattutto con lei, poi le cose si aggiustano. In fondo, dire la verità in queste situazioni è un atto di puro egoismo. Se stai male tu, non è giusto che, per un tuo, chiamiamolo errore, stia male anche chi ti vuole bene”.
“Sì certo, su questo siamo d’accordo, ne parlo con te proprio perché so di potermi fidare. Ai compagni non dirò nulla. Ora però chi ce la fa…”
Vecchio comunista di un Sandrone. Che cosa c’entrava il partito? Gli anni Cinquanta sono lontani. Gli dissi proprio così, pensando di offrirgli un punto di vista che lo facesse sentire meno braccato. E anche per prenderlo un po’ in giro.
“Sandrone, gli anni Cinquanta sono lontani. Tu sei tu e i tuoi tiramenti riguardano solo te e nessun altro”.
“Non è stato un capriccio. Questa cosa ce l’avevo dentro da un bel pezzo. Mentre lo facevo, il pensiero fisso era per mia madre. Non te l’ho mai detto prima, ma questo istinto blasfemo, l’ho combattuto per anni. Cedere è stato come assecondare un gesto che per un attimo ho ritenuto estetico. Un gesto apparentemente assurdo, ma per me di grande significato”.
“Un gesto di liberazione”.
Ci fu un lungo silenzio.
“No, non di liberazione. Di liberazione da che, poi?”.
Risposta sbagliata.
“Sandrone, tu sei sconvolto” – e io assonnato, come dirglielo? – la cosa migliore per te è andare a letto. Magari con la medicina scozzese che ben conosciamo. Domani poi si vedrà…”
“Non posso bere, ho appena avuto una colica intestinale e sono imbottito di spasmolitici. Pensare che mai nessuno saprà che cosa ho fatto con quella maledetta matita copiativa che sembrava tutt’uno con la mia mano, non mi fa stare meglio. Sento di poterne parlare solo con te. Sono sicuro che puoi capire”.
Matita copiativa?
“Matita copiativa, Sandrone, ma che cosa stai dicendo?”.
Lui ne sa sempre una più del diavolo, ma un gioco erotico con una matita facevo fatica a immaginarmelo e comunque non mi sembrava molto eccitante.
“Dopo tanto parlare, ragionare, discettare…e la faccia dei compagni, quelli nella fabbrica che ho visto non più tardi di ieri l’altro…e il sorriso della Giusi, santa donna, povera donna con chi è capitata”.
A quel punto ero bello sveglio ma stentavo ugualmente a capire.
“Sandrone, scusa, ma non capisco”.
“C’è poco da capire. E’ un continuo alti e bassi. Se ci penso con la testa mi sembra una bestialità, se faccio entrare in gioco la pancia provo una strana gioia. Il gesto meritava. La Giusi e i compagni certamente no. Ci hai mai fatto caso? Se a “gesto” metti una U diventa gusto”.
In questi anni pensavo di aver capito quasi tutti i centodieci chili del Sandrone. Ma ora mi stava spiazzando. Il quadro, tuttavia, era destinato a ricomporsi.
“Liberale, cazzo, ho votato liberale”.
Nel segreto nella cabina elettorale, nel silenzio della sua coscienza, il Sandrone con lo striscione e il megafono aveva votato liberale.
Che cosa rispondere?
“Sandrone, sono le quattro del mattino, la tua voce tradisce i movimenti inconsulti del tuo colon, lo stesso che si era scatenato quando un gruppo di celerini democratici ti aveva blindato e picchiato dandoti del provocatore fascista solo perché avevi in tasca una copia della “Voce della fogna” che leggevi per studiare le sfumature del nemico, tu lo sai, noi siamo amici, e anche i nostri colon lo sono, ma proprio perché siamo amici, sì, certo, uno scherzo val bene una telefonata all’alba, ma, detto fra di noi, Sandrone, io ho sonno, e tu fammi un favore, vedi un po’ di andare a fare in culo!”.
La risatina nervosa e il conseguente pianto singhiozzato del Sandrone mi fecero immediatamente capire che lui e il suo intestino crasso non mi stavano prendendo in giro.
“Sandrone, dimmi la verità: veramente hai votato liberale?”
“E’ mezz’ora che provo a dirtelo: il sindacalista Sandrone, il rinoceronte dei cortei, come mi avete sempre chiamato, ha votato liberale. Ha votato per il nemico. Alla faccia dei compagni e alla faccia della Giusi”.
Che cosa c’entrava la Giusi, quella povera donna. Sembrava quasi che il drammatico senso di colpa dei primi momenti si fosse attenuato. O forse anche quello seguiva il ritmo degli spasmi intestinali. Un po’ veniva e un po’ se ne andava.
La domanda più idiota che poteva venirmi era senz’altro: ma, Sandrone, perché? perché hai votato liberale? Cercai di farmi violenza e di morsicarmi la lingua, ma anche l’idiozia è una realtà da cui è difficile sottrarsi con disinvoltura e dissi, pentendomi subito dopo:
“Ma, Sandrone, perché? perché hai votato liberale?”.
“Perchè, perchè…certo, se tu alla mattina sei abituato a mangiare pane e coerenza…che ti devo dire”.
Semmai è lui che ha sempre mangiato pane e coerenza, non io. Almeno così pensavo, prima di allora. E sembrava pure offeso per quella che, sicuramente, stava considerando ottusità.
“Non hai mai provato, tu, ad avere uno stimolo incontrollato, come se nascesse non dalla testa, ma dal sistema nervoso simpatico?”.
Eccola, me l’aspettavo, la classica domanda che finisce con il farti sentire un incapace. Ce ne sono altre, in grado di produrre la stessa reazione, con la variante di mettere in moto una sequela di monumentali imbecillità: ma tu sei felice? che cosa vuoi dalla vita? che cosa significa essere innamorati? che cosa fai, nel tuo piccolo, per migliorare il mondo?
Questa aveva prodotto l’afasia. Non so dire quanto lunga.
“Beh, io questo stimolo l’ho già provato. E ti assicuro che assecondarlo dà una serie di sensazioni strane. Fra l’euforia e la depressione”.
Sandrone, per me e per altri, era sempre stato una sorta di maestro di pensiero. Ma spesso avevo paura ad ascoltarlo troppo a lungo. A volte sconvolgeva i miei schemi. E poi mi ci volevano settimane per ricostruirli, per poi magari scoprire che, invece, secondo me, aveva torto lui! Solo che, al momento, non avevo avuto la lucidità per esprimere il mio punto di vista. Che, per la verità, come dicono gli avvocati, “nella fattispecie”, latitava.
“Ti ricordi quando abbiamo spaccato quella vetrina del centro. Tu non eri d’accordo, ma io l’ho fatto lo stesso, per poi condannare il teppismo nell’assemblea del giorno dopo”.
“Sì, Sandrone, però quella volta eravamo tutti e due ubriachi persi. Avevamo mischiato: vino, birra, grappa e quell’amaro abruzzese che ti aveva portato tua sorella per Natale”.
“L’alcol non c’entra. O meglio, c’entra solo come antidoto contro i freni inibitori. L’alcol non crea dal nulla l’istinto. L’istinto morde il freno, la grappa lo aiuta a liberarsi”.
Sarebbe stato troppo banale chiedergli se prima di votare avesse bevuto, ma Sandrone mi lesse nel pensiero.
“No, prima di votare non ho bevuto. Pensa che non ho neppure pranzato”.
“Però avresti potuto votare democristiano o fascista. Non ti chiedo perché l’hai fatto, ma perché proprio liberale?”.
“Non credere che votare per i liberali sia stata una scelta premeditata. Avrei potuto votare per i preti, ma l’estetica vuole la sua parte. Probabilmente sarebbe stato troppo prevedibile. L’estetica può seguire percorsi che la ragione, per contratto, non batte. In quella scelta, forma e contenuto non c’entrano. L’importante è il gesto. Come quella volta che, mentre servivo messa, ho fatto un fischio con due dita in bocca”.
“Sandrone tu hai fatto il chierichetto?”.
La mia domanda cadde nel vuoto, ma non perché si vergognasse di aver frequentato la parrocchia, quella era acqua. E glissò.
“Fui cacciato dal prevosto e tutti pensarono che fossi un contestatore. E cominciarono a considerarmi il solito comunista figlio di comunisti, che aveva orecchiato a casa quattro cazzate e adesso agiva di conseguenza e senza motivo. Avevo nove anni. La maestra mi indicava come un potenziale eversivo. Come spiegare a lei e al prete che non ce l’avevo con la loro autorità? Io non volevo contestare niente e nessuno. Neanche quando disegnai un cavallo e lo colorai di verde. E dire che la matita marrone era bella appuntita. Si interessò anche l’assistente sociale e, naturalmente, l’oculista, convinto che fossi daltonico. Anche allora mi chiesero perché l’avessi fatto. Non c’era un motivo vero. O meglio, il motivo vero esisteva: era la voglia di farlo. Mi chiesero anche se l’avessi rifatto – fischire durante la messa o colorare gli animali con colori strani. Risposi che non lo sapevo. Ed ero sincero. Un minuto prima e un minuto dopo il gesto, il gusto non c’era più, non aveva alcun senso. Anche quando telefonai al professore di lettere, fresco di lutto per la morte della madre, facendogli una pernacchia. Quello era il mio insegnante preferito. Ma avevo voglia di fargliela. Ovviamente mi pentii, come mi ero pentito di aver fischiato, sissignore, di fronte al Corpodinostrocristosignore o di aver colorato il cavallo di verde, irritando insegnanti, oculisti e assistenti sociali. Io non volevo fare il rivoluzionario. Era timido. Ma che cosa ci potevo fare? Dovevo convivere con l’attitudine al gesto. Non fu facile, credimi, e cercai di abituarmi, a poco a poco e mai definitivamente, a vincere il senso di colpa. E per un certo periodo pensavo pure di esserci riuscito. Ora, però, ci sono ricaduto”.
“In che cosa, Sandrone, nell’attitudine al gesto?”.
“Ma no, cazzo, nel senso di colpa”.
Seconda risposta sbagliata.
“L’attitudine non mi ha mai abbandonato, ma ho agito sempre più spesso di nascosto: rompere la cornetta del telefono pubblico; chiamare l’ambulanza a qualsiasi ora della notte per mandarla in una via che non esisteva; intasare con il cotone idrofilo il gabinetto del sindacato; scrivere una lettera anonima a uno dei miei migliori amici per dirgli che la sua donna lo tradiva con il capufficio.E non era vero”.
“Sandrone, bastardo, sei stato tu?”.
“Credimi, mi dispiace”.
“Sandrone, bestia, mi hai fatto stare male. Vaffanculo”.
“Cerca di capirmi, sono malato. Ma sto cercando di guarire”.
“No, non sei malato, sei un cretino. Sapevi che odiavo quel capufficio abbronzato e motorizzato di lusso. Te l’avevo confessato. Per colpa tua ci siamo lasciati. Sei una serpe”.
“Non dire così, lo sai che ti voglio bene”.
“Sparisci, coglione”.
“Aspetta, parliamone”.
Misi giù e staccai il telefono. Mi girai su un fianco e mormorai: bastardo! E sperai che il suo colon mi facesse giustizia.

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