Nel pozzo della tristezza…

(Da “Un po’ più lontano” di Massimo Cassani)
Dopo un anno dall’inizio della nostra storia, Gaia, a dispetto del nome, cominciò ad assumere comportamenti strani, pervasi da una tristezza che solo all’inizio mi sembrò fisiologica.

Pareva perdersi con la mente, annegata dentro qualche pensiero che non mi voleva rivelare.
A volte, addirittura, quando andavo a trovarla, usciva di casa senza dirmi nulla, senza neppure salutare la bambina, per poi tornare molte ore dopo, con il viso scuro, taciturna, rifiutandosi di
dirmi dove fosse andata.
Io mi sforzavo di rispettare i suoi spazi.
E non la spingevo a parlare se non ne aveva voglia. Ma poi cominciò anche a non rispondere al telefono. Durante la settimana, dopo cena, avevamo l’abitudine di sentirci, per raccontarci quattro cose della giornata, per augurarci la buona notte. Era diventato un appuntamento fisso. Per me irrinunciabile, l’unico momento in cui potevo emergere dal silenzio nel quale vivevo dalla mattina alla sera, picchiettando sulla tastiera del pc per le mie traduzioni, e sentirmi vicino a qualcuno. Spesso, però, il suo apparecchio squillava a svuoto. Provavo e riprovavo, ma il risultato
non cambiava. Quando, il giorno dopo, le chiedevo – cercavo di farlo senza tono inquisitore – perché non avesse risposto, lei liquidava l’argomento in modo quasi spazientito: “Ero fuori”, diceva. Oppure: “Avevo da fare”.
Arrivò anche a insinuare che non era vero che l’avessi chiamata, che mi stavo inventando
tutto: “Sono rimasta a casa tutta la sera, se mi avessi telefonato, avrei sentito, non credi?” Il tono diventava addirittura sarcastico, se non aggressivo.

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