Dal treno, la visione di se stessi nella periferia

(da “Un po’ più lontano” di Massimo Cassani) – Dal finestrino di fronte al mio la periferia mi passava davanti con i suoi toni di grigio. Avevo visto quelle immagini decine di volte e non avevo mai provato particolari emozioni. Erano porzioni della città che non mi appartenevano. Delle vite che si affaticavano in quei casermoni entropici mi era sempre importato meno di zero. Anzi, addirittura disprezzavo chi si era costretto ad abitare in qualche pianterreno senza luce di quei quartieri di città con dimensione di paese. Non consideravo possibile non avessero avuto un’alternativa a quella specie di esistenza materiale che li avvicinava a bestie senza libero arbitrio. Forse erano lì perché si erano voluti sposare e non avevano soldi per permettersi di meglio. Avevano sacrificato i loro desideri per metter su famiglia, come se quello fosse per tutti una specie di obbligo contrattuale. E si erano circondati di figli, cognati, zie, sorelle, nonni rincoglioniti. Si erano condannati a scelte definitive, in attesa che qualche malattia mal curata in stanze d’ospedale squallide come le loro case mettesse fine alle loro esistenze senza sapore.
Allora meglio la solitudine, mi dicevo, meglio vivere in movimento, meglio non farsi incastonare in schemi più subiti che scelti. Meglio io di loro.
Quella volta, invece, la visione della periferia che digradava lentamente verso il verde della campagna mi fece crescere dentro un sentimento simile alla pietà. Non c’era più solo indifferenza per quei formicai senza ratio, per un attimo mi sentii vicino ai destini di quegli individui che neppure conoscevo. Cercai di resistere, puntai i piedi per non scivolare in un perimetro che non conoscevo, insidioso. La pietà non era ammessa. Le emozioni non erano ammesse. Non quelle positive e neppure quelle negative.
Mi diedi una scossa, buttai un occhio allo scompartimento.
Lui, il mio uomo, era lì, seduto al suo posto, che mi fissava.
Era rientrato senza che me ne fossi accorto.
Io, senza vederlo, stavo fissando lui. Capii che avevo commesso un errore: ero diventato ostaggio dei miei pensieri quando il mio compito era di annullare me stesso e calarmi nella missione. Perché quella era l’unica cosa importante. Per i Servizi. E, soprattutto, per me. Invece avevo registrato un cedimento. Il primo. Mi accorsi di aver perso tempo, di aver smarrito l’obiettivo. Mi ero imbambolato.
Alla pietà subentrò l’angoscia.

“Un po’ più lontano” (Laurana Editore)
di Massimo Cassani

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2 Replies to “Dal treno, la visione di se stessi nella periferia”

  1. penetrante!sembrano parole date ad emozioni che conosco……..questo è molto!
    ed il tipo di sensazioni portano a universi mentali ed emotivi difficili da cogliere con lucidità…
    grazie per questo aiuto “lucido”.
    complimenti

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