La scorciatoia del monte Tabor

Racconta il Vangelo che sul Monte Tabor – in arabo Gebel et-Tur – Cristo si trasfigurò davanti a tre dei suoi discepoli (e il suo voltò brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce) e si mise a conversare con Mosè ed Elia.

Di fronte a quell’evento, immerso in quell’esperienza di estasi, fu Pietro a lanciare la proposta: “Maestro”, disse più o meno, “piantiamo le tende, restiamo qui, perché scendere a valle? Laggiù troveremo lacrime, sangue, sofferenza e morte. E un immediato futuro che non sarà come una passeggiata nel giardino dei sorrisi”.
Pietro sapeva che, una volta a casa, tutto sarebbe tornato come prima. Proprio come quel mezza calza alla stazione immalinconito dall’esaurirsi dell’esperienza. Sì, perché finché si sta sul Monte Tabor, anche il collega più spigoloso, quello del quarto piano, quello che non saluta e non offre mai il caffè sembra addirittura un soggetto più o meno accettabile.
Sul monte.
A valle è diverso, a valle cambia tutto.
“Un po’ più lontano” di Massimo Cassani

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