Narrativa: specchio della realtà o realtà nei simboli?

Oggi in modo particolare si è affermata l’idea che la narrativa contemporanea rispecchi (o debba rappresentare) la realtà.
Uno sforzo culturale, questo, da parte degli autori che vogliono considerare la scrittura (messa al servizio delle “storie”) uno strumento di rappresentazione e di analisi del reale. Una linea che si è dimostrata vincente anche sotto il profilo delle vendite, soprattutto (ma non solo, va detto) se gli autori sono under quaranta, se non addirittura under trenta.
Ma che cosa significa “raccontare la realtà”, “rappresentare la realtà?”. Il rischio, sotto il profilo strettamente letterario, è un appiattimento sul piano delle storie vissute (o presunte vissute), trascurando due aspetti fondamentali del narrare: la rinuncia all’esigenza dell’intreccio che in quanto selezione di episodi costituisce il tessuto connettivo di un certo tipo di romanzo, per prediligere l’aspetto “fotografico” (benché calligrafico e quindi apprezzabile nella forma); e, nel contempo, la rinuncia al piano del simbolico, fortemente suggestivo ed efficace per “parlare alla pancia” del lettore.
Su questi argomenti, come autore, mi sto interrogando circa la necessità di una lettura simbolica della realtà. Non parlando di me, non parlando di ciò che vivo e vedo, ma cercando di far viaggiare tutti questi aspetti su un crinale che utilizza la manifestazione del reale come pretesto letterario per dire altro.
In questa logica, Milano non è una città, ma un simbolo; la solitudine non una condizione psicologica o sociale, ma un simbolo; una morte, una nascita, un’avventura, una disavventura, non dati di realtà, ma simboli.
Tutto questo per dire che “raccontare la realtà” sta diventando sempre più una sorta di slogan, fuorviante, per giunta, sia per chi desidera scrivere sia per chi è interessato a leggere.
La tempesta mediatica alla quale è sottoposta la nostra mente affaticata da messaggi continui e sub continui, è vero, crea una sorta di velo che impedisce o rende più difficile il rapporto diretto con la realtà: i nostri nonni la guerra l’hanno vissuta, e pure i nostri padri, parlando della mia generazione; noi la guerra la vediamo rappresentata, seppure in diretta. Ma quale via d’uscita per consentire a noi autori (e di conseguenza ai lettori) di acquisire chiavi di lettura utili a comprendere, se non una rilettura simbolica di ciò che ci circonda e di cui abbiamo esperienza, diretta o indiretta?
Rappresentare il reale, quindi, sì, ma senza rinunciare allo slancio narrativo che consente di andare oltre, cogliendo i simboli per farli diventare elementi di narrazione.
Perché la narrativa, per quanto si sforzi, non potrà mai essere lo specchio fedele di ciò che sta fuori.
Punto e a capo.

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