
Torna Micuzzi e la sua banda di stravaganti colleghi: Teneriello, logorroico ma simpatico che ricorda il Catarella del Commissario Montalbano; Salada, coraggioso e irruento – forse troppo – nonché la sempre inossidabile Rosaria Dalla Vedova. E, devo dire, questo sgangherato commissario, con la testa fra le nuvole e la ex moglie Margherita che gli si piazza in casa ogni tanto con la scusa di qualche cenetta, fa veramente simpatia…
“Zona franca” (TEA) di Massimo Cassani
“Una firma per abbattere la cattedraleee! Porcudìghel!” (Zona franca, TEA)
di Massimo Cassani
« Una firma per abbattere la cattedraleee… Una firma per abbatterela cattedraleee…
« Oh, signurina! Ma lei lo sa qual è la prima roba che pensa un matto, quando l’è che si sveglia? Che il matto è quel l’altro mica lui. L’è vera, eh! Tutti pensano di essere sani di mente, cara la mia signurina. Il matto non dice mica: ecco, sono matto e faccio robe da matti, robb de matt! A stare a sentire la gente le cose da matti le fanno solo gli altri! Noi no, noi siamo quelli che non sbagliamo mai. Sa cos’è che diceva quel tizio, no? Diceva che da vicino nessuno è normale. El g’aveva resùn! Ragione da vendere! Prendiamo me, ad esempio. Scommetto che c’è qualcuno che mi dà del matto. E intanto lui si ciuccia tutto il fumo velenoso della Madunina senza fare né bau né miao.
« Quale fumo? Ma come, non lo sa? Non ha mai saputo niente? Uh signuri! Ce lo spiego io alùra. Quella che tutti credono che l’è la bela Madunina che le brila de luntàn è un aggeggio tennologico collegato a una macchina con un tubo che passa sotto il Duomo in un posto segreto e fa un veleno invisibile che avvelena la gente. Roba straniera, oh, tennologia tedesca! Mica acqua fresca! Sono stati i tudèsc, i nasisti, a sostituire la Madunina vera con questa che è finta, d’accordo con il cardinale Schuster. È un fumo velenoso, ti entra dritto nel cervello e ti fa spendere espandere, senza che te ne accorgi più di quello che spendi e che spandi. Macchine grosse, vestiti che ti costano un occhio della testa solo perchè c’è sopra la firmetta del sarto, prestiné che vendono michette col presso
dei gioielli! Tutta colpa del fumo della Madunina! Altro che balle! E porcudìghel! Se uno non ch’avesse il fumo della Madunina che ci avvelena il cervello mica li spenderebbe tutti quei soldi lì. E secondo loro il matto sarei io che tiro su le firme per abbattere il Duomo e far fi nire questo avvelenamento collettivo! I matti sono loro, mica io, porcudìghel!
« Perché chiamo il Duomo cattedrale? Ma per farmi capire anche dagli inglesi e dagli americani, no? Loro lo chiamano
Catìdral. Sono internassionale, io!« Ma non è mica finita qui, sa? Lei lo conosce il quartiere Adriano? No? È là vicino a via Padova, indov’è che abito io. Insomma, per farcela corta: stanno costruendo un grattacielo lungo come una giraffa. Oh! Ventidue piani, li ho contati uno a uno, eh! E sa cosa vogliono metterci sopra? Indovini un po’? La statua del Sant’Ambrogio benedicente! Che dagli occhi poi ci fanno uscire altro fumo velenoso! Ho notissie riservate!
Alè! Altra statua! Altro fumo! Per ammorbare anche la periferia!
« E lo sa chi li sta costruendo? Non sa neanche questo? Ce lo dico io, alúra: l’ingegner Oliviero Trezzani! Quello che ha cementificato Milano. Prima suo padre, che il diavolo se lo porti, poi lui. Amici dei preti! E si sospetta che sia proprio lui a dare i soldi all’Arcivescovado per comprare il fumo che avvelena. Robb de matt! Robe da matti! Cara signurina, mi dia retta a me: non c’è scampo! Per via Padova non c’è scampo! Per Milano non c’è scampo! Per il mondo intero non c’è scampo! Porcudìghel! Una firma per abbattere la cattedraleee…
Una firma per abbattere la cattedraleee…
« Vabbe’, dài, per oggi basta. Se viene con me ci presento il mio cane, lo lascio sempre a far la guardia alla bicicletta, perchè qui a Milano sono capaci di rubarti il mezzo da sotto il sedere mentre sei lì che pedali! No, non è lontano, sta qui dietro, in via Dogana. Si chiama Vomito. Cioè, prima si chiamava Bobi, poi si è guadagnato quest’altro soprannome. Sorvolo sul motivo.
“Gliela faccio pagare!” – Zona franca (TEA)
di Massimo Cassani
« Gliela faccio pagare! »
Carmine Spalà era uscito di casa incazzato come una pantera.
« Gliela faccio pagare! »
Cercò di tenere a freno la rabbia. La rabbia e il motore. Non lo dovevano fermare. Sarebbe stata una beffa. Un’inculata sul rush finale, un’inculata da evitare come la peste. La tangenziale era già un fluire di tir e di macchine guidate da agenti rappresentanti con la giacca gessata a far da tendina al finestrino posteriore.
Al telefono gli avevano dato poche spiegazioni, quelle essenziali. E gli avevano detto di fare presto. Appuntamento là, nel boschetto non lontano dal Naviglio Martesana. La strada Spalà la sapeva a memoria, avrebbe anche potuto guidare
a occhi chiusi o pensare ai cazzi suoi.
« Gliela faccio pagare! »
Poteva pensare a quell’individuo che si era rivelato un mastino.
Anzi no: un bastardo.
« Gliela faccio pagare! »
“C’era aria di sabato…” (“Zona franca”, TEA)
“Tutto, li’, gli sembrava diverso. Anche gli odori. Persino il marciapiede. Micuzzi camminava lungo via Padova lentamente, con gli occhi bassi. Si era acceso l’ultimo Toscanello del pacchetto, dopo che L’Armida gli aveva fatto buttar via quello che stava fumando prima di entrare nella casa di Pecchi.
Alla sua destra scorrevano locali e negozi pieni di stranieri. Era tutto un brulicare di umanità impegnata a far qualcosa o a non fare niente, un disordine con un’organizzazione tutta sua, difficile da interpretare. Alla sua sinistra, oltre la strada, un cinema a luci rosse e poi un bar tabaccheria.
Aveva voglia di riflettere, ma tutto quello scorrere di esseri umano gli distraeva i pensieri.
Il commissario attraverso’ ed entrò a comprare un pacchetto di Toscanelli. Già che c’era ordinò anche un cappuccino senza schiuma che bevve a piccoli sorsi, fissando il bancone di metallo. Nessuno gli prestava attenzione, neppure gli stanziali che parlavano lingue sconosciute ad alta voce, gesticolando quasi fossero sull’orlo di una rissa. Quando andò a pagare, si accorse di essere entrato con il Toscanello acceso tra le dita. La ragazza alla cassa, italiana dai tratti orientali, glielo fece notare. Era via Padova, quella, non una terra di nessuno, anzi, semmai una terra di tutti.
Si senti’ in colpa.
Tornò sul marciapiede di destra e venne sfiorato dall’autobus numero 56 che percorreva la strada come una navetta multietnica in un andirivieni incessante di gas di scarico. Poco più avanti trovo’ l’ingresso del parco Trotter. E cosi’ era li’ il parco Trotter. Gliene parlava sua madre, quando era piccolo. Dentro ci dovevano essere una scuola, se ricordava bene, e pure un teatrino e una chiesetta sconsacrata e una palestra.
Un mondo piccolo piccolo, insospettabile, protetto da abeti rossi, aceri, betulle, cedri, faggi, ippocastani, olmi, platani, querce rosse, robinie, tigli selvatici. Anche li’, un miscuglio di etnie. Vegetali, però.
Per il commissario erano semplicemente alberi.
Micuzzi mise una mano nella tasca della giacca per assicurarsi che l’agendina di Pecchi ci fosse ancora. C’era. Cerco’ una panchina al sole. Si sedette. Alle sue spalle un gruppo di travestiti in borghese stava giocando a pallavolo colpendo la palla con legnate secche. Le loro grida baritonali facevano da sfondo alla corsa ritmata dei soliti salutisti in tuta e cuffiette nelle orecchie che percorrevano il perimetro del parco.
Chiuse un attimo gli occhi.
C’era aria di sabato.”
“Zona franca” di Massimo Cassani (TEA)
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“Zona franca” (TEA), recensione su Thriller Magazine
Luigi Pecchi, detto Gigi Sciagura, è uno stralunato ottantenne con idee bizzarre e con qualche rotella fuori posto (vuole abbattere il Duomo di Milano). Luigi Pecchi è però un cadavere con tre colpi di pistola in corpo. Luigi Pecchi è soprattutto un enigma insoluto per il commissario Micuzzi, un uomo semplice ma dalla vita complicata, con una ex moglie invadente e una buona squadra di collaboratori, un investigatore sensibile e acuto, sbattuto nell’ultimo commissariato cittadino per un tragico errore in servizio. L’indagine si fa subito complicata, fra giovani albanesi pronti a fungere da capro espiatorio, a costruttori dalla dubbia moralità, a nipoti desiderosi di ereditare, ma forse la verità è ben più complessa e oscura, forse si nasconde silenziosa fra le pieghe di un passato inatteso e crudele. Ma la vicenda si complica ulteriormente con la comparsa di curiose ed azzeccate figure femminili, dall’amica giornalista alla simpatica ballerina.
Zona franca di Massimo Cassani è la terza indagine del commissario Micuzzi, e viene pubblicata da Tea, si tratta, senza dubbio, di un felice ritorno per un personaggio affascinante e suggestivo, che si sta ritagliando un suo spazio nella letteratura italiana.
La scrittura di Cassani é piacevole e ben calibrata, raffinata ed evocativa. Il libro parte lento, ma mai stanco, crea momenti, sensazioni, immagini, e così la città diventa personaggio fra i personaggi, una Milano multietnica e complessa, vitale e oscura. Il ritmo prende poi vigore incalzando il lettore, che viene travolto da un vortice di false piste e ipotesi suggestive, e soprattutto è affascinato dalla personalità del protagonista, che si muove serafico e pigro fra le pieghe della sue indagine. Un uomo che fuma il sigaro e beve grappa, ma che ha sempre occhi attenti per indagare e cervello affilato per squarciare il velo del passato.
Su tutto il romanzo si percepisce la penna felice e preziosa dell’autore e una sottile vena di humour che da sapore, che rende la lettura piacevole oltre qualsiasi indagine, oltre le pagine stesse, trasformando i protagonisti in persone reali e concrete, complesse e sfaccettate. E fra una pagina e l’altra si ha voglia di accendere un buon sigaro e magari bersi un goccio di grappa.
Una lettura piacevole e intelligente. Da non perdere assolutamente.
In ogni angolo del mondo c’è una “Zona franca” di Mauro Castelli
di Mauro Castelli
Una mano calda, come peraltro si conviene a un giornalista di vecchia data (professionista dal 1990, è direttore della rivista Ambiente&Sicurezza del Sole 24 Ore nonché responsabile periodici dell’Area Ambiente-Energia); uno scrittore intrigante che, con naturalezza verrebbe da dire, si porta al seguito la non facile arte del raccontare; una penna davvero abile nello scardinare il perbenismo borghese, addentrandosi nei meandri di una metropoli dagli inaspettati risvolti, a fronte di un canovaccio che, nella sua finta semplicità, cattura e sorprende. In effetti Zona franca (Tea, pagg. 416, euro 14,00) è un romanzo ben riuscito, portatore di una solida intelaiatura e di incastri condotti ad arte. Di certo un meritevole lavoro quello firmato da Massimo Cassani, che può ormai essere annoverato fra gli “arrivati” della narrativa di genere. Che dire di lui? Che è nato a Cittiglio nel febbraio 1966 e che, dopo gli studi classici a Varese, si è trasferito a Milano per frequentare l’Istituto per la formazione al giornalismo. Andando curiosamente ad abitare nella casa della moglie di Alfredo Binda («In effetti mia nonna materna, Annetta, era prima cugina di questo grande campione, dal quale ho mutuato la passione per la bicicletta a livello amatoriale, passione ultimamente accantonata in abbinata a quella per il cinema per regalare più spazio al mio attuale hobby, quello dello scrivere»). Il suo esordio in libreria risale a cinque anni fa con Sottotraccia, romanzo con il quale ha lanciato il personaggio del commissario Sandro Micuzzi, un poliziotto svagato e distratto, pigro e smemorato, ruvido ma perbene, che non ama giocare secondo le regole e “che si muove in città come un naufrago che ha perso la bussola”. In seguito Micuzzi sarebbe stato protagonista anche del secondo romanzo, Pioggia battente, pubblicato – sempre per i tipi di Sironi Editore – nel 2009. L’anno successivo Cassani si sarebbe staccato dalla narrativa di genere con Un po’ più lontano (Laurana Editore), un romanzo che ha per temi la solitudine, il rapporto con il passato e il riconoscimento d’identità. Poi il recente ritorno alle origini, con la terza storia, Zona franca per l’appunto, dedicata a Micuzzi, un investigatore “silurato dalla Questura” e parcheggiato presso il commissariato di Città Studi. Una storia, anche questa ovviamente ambientata a Milano (città fredda e spietata, dove lavoro nero e corruzione sono di casa), che si nutre della morte di uno strano personaggio, Luigi Pecchi detto Gigi Sciagura, un ottuagenario stralunato e inoffensivo che predicava, “cappello da baseball in testa girato all’incontrario e megafono a tracolla”, la necessità di abbattere il Duomo (perché dagli occhi della Madonnina usciva un fumo velenoso). Ma chi poteva avere interesse a farlo fuori? Un imprenditore-finanziere che aveva preso di mira per la costruzione di un grattacielo o il nipote interessato a ereditare il suo appartamento? Un amico di vecchia data o qualcuno ingolosito dal suo vagheggiato tesoro? Oppure il giovane immigrato addosso al quale è stata trovata l’arma del delitto? Fra le pieghe di questi interrogativi si muoveranno le indagini del commissario, alle prese con una città multietnica (guarda caso l’autore abita proprio in via Padova, punto di incontro di chissà quante etnie), dove pestaggi, scontri e confronti, morti bianche e traffico di stupefacenti si sprecano. E dove la realtà è pronta a sposarsi con la finzione, fra personaggi veri e altri inventati. Così Gigi Sciagura “è romanzo”, anche se liberamente ispirato a Carlo Torrighelli: un fuori di testa che girava per Milano con un triciclo accusando la Chiesa di uccidere il “popolo bue” con un’onda misteriosa, prodotta da impianti nascosti nei sotterranei del Vaticano. Ma a tenere banco troviamo anche la storia degli spartiti di musicisti ebrei (fatti sparire affinché non venissero distrutti) oppure quella dell’anello della Repubblica, episodio che rientra nell’ambito dei misteri d’Italia. Che altro da annotare? Che ci troviamo di fronte a un’ulteriore conferma per Massimo Cassani, abile nel portare avanti l’intrattenimento in abbinata ai contenuti («Ritengo sia importante fare della narrativa un veicolo di conoscenza e di divulgazione. E a questo libro ho dedicato, pur facendo dell’altro, quattro anni di ricerche e approfondimenti»). Un personaggio quindi di spessore, che è stato pure un bambino precoce: in seconda elementare si era infatti inventato “L’inno di Cassani” per fare da controcanto a quello di Mameli. Lavoro che una divertita maestra non mancò di portare all’attenzione del direttore didattico. Ma anche un autore dal carattere riservato e fantasioso («È stata forse quest’ultima mia componente a trascinarmi nel giallo-noir di stampo mediterraneo-europeo, un genere che per certi versi affonda le sue radici nel grande Simenon»); un autore che tiene anche lezioni di “Intreccio narrativo”, a Milano, presso la “Bottega della narrazione” di Laurana, diretta dallo scrittore e consulente editoriale Giulio Mozzi.




